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Attualità  

Le ombre del male non spengono la luce della speranza

Le ombre del male non spengono la luce della speranza

Sono stato contattato da una giornalista che, a proposito del grave fatto di cronaca avvenuto a Pinerolo il 2 agosto scorso – l’aggressione di Roberto Gay da parte di un giovane che lo ha colpito e morso al volto – mi chiedeva il nome di un sacerdote per raccogliere il suo punto di vista.

Questa richiesta mi ha fatto riflettere: che cosa ha da dire la Chiesa, o un semplice credente, di fronte a un fatto del genere?

Non entro nei dettagli della vicenda, che sicuramente saranno approfonditi nei prossimi giorni, forse anche in modo eccessivo da parte di alcune testate, assecondando quel desiderio un po’ pruriginoso di conoscere particolari raccapriccianti o aspetti intimi delle rispettive famiglie, sia dell’aggredito sia dell’aggressore. Preferisco quindi soffermarmi su una riflessione più generale.

Innanzitutto, naturalmente, esprimere la massima solidarietà nei confronti della persona aggredita e della sua famiglia, distinguendo l’aggressore dalla sua vittima, per non mettere sullo stesso piano chi ha subito il male e chi lo ha compiuto.

Il male esiste

Il male c’è. E qualche volta arriva a manifestarsi con punte di violenza che lasciano sgomenti.

Immagino che la giornalista che mi ha contattato cercasse l’opinione di un sacerdote anche perché, secondo quanto riportato da alcune testate, il giovane durante l’aggressione avrebbe pronunciato il nome di Satana. È un particolare che, al momento, non risulta confermato e che saranno eventualmente gli inquirenti a ricostruire. Non mi pare quindi opportuno costruire interpretazioni su questo elemento.

Resto su un registro più generale. Il male esiste e spesso viene sottovalutato. Talvolta, addirittura, viene alimentato.

Mi vengono in mente le polemiche e il forte dibattito che si svilupparono anche in Italia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, quando nei cinema iniziarono a essere proiettati film contenenti scene di violenza esplicita e, almeno per l’epoca, particolarmente cruda. Si discuteva molto sull’opportunità di permettere anche ai giovani la visione di queste pellicole oppure di vietarla.

Alla fine prevalse la linea della non censura e di una maggiore permissività. Ma credo che occorra fare delle distinzioni. Una cosa è la visione di un film violento da parte, per esempio, di un critico cinematografico che lo analizza dal punto di vista tecnico, oppure di un adulto con un retroterra culturale ed etico consolidato. Altra cosa è permetterne la visione a giovani, magari giovanissimi, oppure a persone particolarmente fragili, suggestionabili o già con una propensione alla violenza.

Il male, spesso, alimenta se stesso. E buttare benzina sul fuoco certamente non aiuta l’autocontrollo.

Questo episodio, insieme ai tanti altri che quotidianamente affollano le pagine di cronaca, dovrebbe forse portarci a riflettere proprio sulla sovraesposizione alla violenza: scene violente, parole violente, incitamenti alla violenza che incontriamo continuamente nei mezzi di comunicazione e, ancora di più, sui social. Non si tratta necessariamente di invocare censure, ma almeno di tornare a domandarci quale effetto possa avere questa continua familiarità con la violenza, soprattutto sulle persone più giovani e più fragili.

D’altra parte, questa sarebbe una ben misera considerazione se la Chiesa non avesse da dire una parola di speranza.

La speranza che persino una persona che si è resa protagonista di un gesto così estremo possa avere davanti a sé un percorso diverso. Un percorso di cura, di vicinanza, anche di accoglienza da parte della comunità.

Per quanto una persona possa macchiarsi di un reato odioso, violento, persino macabro, il cuore di Dio non si chiude davanti a lei. Resta la grande possibilità della misericordia, che naturalmente non significa cancellare le responsabilità o dimenticare il male compiuto. Significa lasciare aperto l’appello a cambiare vita, a prendere coscienza di ciò che si è fatto, a cercare, per quanto possibile, di rimediare al male provocato e a ricominciare.

Forse è proprio questo che un credente può dire di fronte a fatti tanto terribili: il male esiste, va riconosciuto e chiamato con il suo nome. Ma il male non ha l’ultima parola. Il perdono e la misericordia di Dio sono più grandi. Sempre.

P.R.

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