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Attualità  

La Bibbia e la guerra

La Bibbia e la guerra

Mentre il Catechismo cattolico ammette l’uso delle armi solo per la legittima difesa, Israele e Russia pensano di avere Dio al loro fianco nelle loro azioni.

*«L’economia della salvezza preannunziata, narrata e spiegata dai sacri autori si trova come vera Parola di Dio nei libri del Vecchio Testamento; perciò questi libri divinamente ispirati conservano valore perenne» («Dei Verbum»).

*«La Chiesa non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio si è degnato di stringere l’Antica Alleanza» («Gaudium et spes»).  

Nello sterminio-genocidio che Israele fa dei palestinesi è utile chiedersi: come avvicinarsi alla Bibbia che parla di «elezione di Israele, dono della terra e annientamento dei popoli vicini? Come posso leggere la Bibbia, Parola di Dio che afferma: “Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà come eredità, non conserverai in vita nulla che respiri, ma voterai a completo sterminio gli Ittiti, gli Amorei, i Cananei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare” (Deuteronomio 20,16-17)».

Sono le angosciose domande di David Neuhaus che insegna Bibbia in Palestina/Israele da 25 anni a seminaristi cattolici di lingua araba, religiosi e religiose, insegnanti di religione e a ebrei in ebraico, studenti rabbinici e guide turistiche, «una missione che mi riempie di entusiasmo ed emozione, a volte di paura e tremore. Vivo in un tempo in cui la Chiesa è consapevole su come la Bibbia va usata nell’insegnamento, pentita per come l’ha utilizzata quale arma contro ebraismo ed ebrei. C’è ancora molto da fare per chi fa letture bibliche distorte».

Ben Gurion e Netanyahu usano la Bibbia per giustificare i genocidi

L’importante riflessione del docente – pubblicata da «L’Osservatore Romano» (7 agosto 2025) «Leggere la Bibbia dopo la distruzione di Gaza. Non può essere usata per giustificare guerre e occupazioni» – continua: meglio riporre la Bibbia nel ripostiglio? O censurare le parti più problematiche?  

Il 7 gennaio 1937 David Ben Gurion, capo dell’Agenzia ebraica, contestò il «mandato britannico per la Palestina»: «A nome degli ebrei, dico che la Bibbia è il nostro Mandato; è stata scritta da noi, nella nostra lingua e in questo Paese. Il nostro diritto è antico quanto il popolo ebraico». Per Ben Gurion il libro di Giosuè «è il modello per la conquista della Terra della Bibbia da parte del popolo della Bibbia».

La fede in Dio di Ben Gurion – spiega Neuhaus – «era offuscata dalla sua fede nella Nazione ebraica. Rifiutava esplicitamente le tradizioni religiose del popolo ebraico raccolte nel Talmud; vedeva la Bibbia come il vertice letterario e spirituale ultimo ed eterno degli ebrei. Il biblicismo, lettura secolare della Bibbia, fu determinante nella storia del sionismo in Palestina e fu una visione dominante, anche se criticata da intellettuali ebrei consapevoli delle inquietanti questioni morali sollevate dalle conquiste militari di Israele, dalla pulizia etnica dei palestinesi».

Il docente afferma senza mezzi termini: «Il primo ministro Benyamin Netanyahu, erede di Ben Gurion, utilizza la Bibbia per legittimare e consolidare l’occupazione di Gaza. Egli descrive i soldati israeliani desiderosi di vendicare gli assassinii dei nostri figli, delle nostre donne, dei nostri genitori e amici. Sono impegnati a sradicare questo male dal mondo, per la nostra esistenza e per il bene dell’umanità. Applicano il “Ricorda ciò che ti ha fatto Amalek”». La citazione finale «è un agghiacciante promemoria di come la Bibbia è usata per promuovere guerra e odio». Amalek è il nemico archetipico degli israeliti, ai quali Esodo 17 ordina di sterminare lui e i suoi discendenti. «Netanyahu, gli alleati, i coloni e chi commette violenza contro i palestinesi attingono dal lessico biblico che giustifica morte e distruzione». L’abuso ideologico dei testi sacri non è nuovo: «Per i cristiani la Bibbia fornisce le parole per parlare di Dio, della persona e delle loro relazioni; fornisce un vocabolario, una grammatica, una sintassi. Ma appropriarsi della Bibbia comporta dei rischi».

Michel Sabbah, palestinese, patriarca latino di Gerusalemme (1987-2008) nella lettera pastorale «Leggere e vivere la Bibbia oggi nel Paese della Bibbia» (1994) fornisce la chiave dell’ermeneutica cristiana. Parte da Efesini 2,14-16: «Egli (Cristo) è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione, annullando nella sua carne l’inimicizia per creare in sé stesso dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace e per riconciliare tutti e due con Dio». Si chiede: «Siamo vittime della storia della salvezza, che sembra privilegiare il popolo ebraico e condannare noi (cristiani palestinesi, n. d. r.)? È questa la volontà di Dio alla quale piegarci e che ci chiede di lasciare tutto a favore di un altro popolo?». Conclude: «Leggere e vivere la Bibbia nella terra della Bibbia è una grazia e una sfida. Una grazia perché ogni giorno camminiamo con Gesù e i discepoli; una sfida perché sperimentiamo sofferenze che aprono il cuore alla comprensione delle Scritture».

I cristiani, per Neuhaus, devono essere consapevoli che concetti come «popolo eletto» e «terra promessa» hanno conseguenze esistenziali e morali molto concrete e non sono esercizi speculativi e teologici. In linea con queste preoccupazioni, già dal 1985 la Santa Sede «sottolinea l’importanza del diritto internazionale per comprendere il conflitto Palestina/Israele e invita a comprendere il legame religioso ebraico alla terra d’Israele che affonda le radici nella tradizione biblica pur non dovendo far propria un’interpretazione religiosa particolare. L’esistenza dello Stato di Israele e le sue scelte politiche vanno viste in un’ottica non religiosa».

Conclude il biblista Neuhaus: «In Palestina/Israele la Bibbia è usata per legittimare e giustificare guerre, occupazione e discriminazione. Anche il Corano, sacra scrittura dei musulmani, giustifica le lotte politiche». Ma la «Dei Verbum», costituzione conciliare sulla Rivelazione, sottolinea che «la Sacra Scrittura deve essere letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta». In sostanza la Bibbia letta come Parola di Dio insegna uguaglianza, giustizia e pace, valori in sintonia con il Dio che impariamo a conoscere nella lettura ecclesiale della Bibbia.

Anche Donald Trump usa la Bibbia a fini elettorali e di politica interna

«Avvenire» il 27 febbraio pubblica – con il titolo «Blasfema la politica che usa la Bibbia ma dimentica che Dio è amore per tutti» – un testo di Paolo Naso, politologo e professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma: «Negli Stati Uniti le Scritture ispirano da sempre l’agire pubblico. Ma si fa violenza se le si riduce a piattaforma politica, a codice penale, a manuale di leadership. Donald Trump ha sponsorizzato una speciale edizione della Bibbia intitolata “Dio benedica gli Usa”». Una mossa chiaramente elettoralistica tesa a conquistare un elettorato dubbioso sulle sue virtù cristiane. Poi le immagini di Trump con la Bibbia o raccolto in preghiera mentre è benedetto dai pastori evangelicali dell’«Ufficio della fede» diventano «l’icona di un programma che adotta in politica simboli e linguaggi religiosi».

Per Naso «l’uso politico della Bibbia non è una novità, ma Trump strumentalizza e trivializza il testo sacro, al quale ricorre per garantire un’aura religiosa alla propria azione politica o si definisce “facitore di pace” (Netanyahu l’ha candidato a Premio Nobel per la pace, n. d. r.); propone un bizzarro piano di riconversione turistica della Striscia di Gaza dopo la distruzione; dichiara che Dio lo ha risparmiato dall’attentato del 13 luglio 2024 per compiere la sua missione di redentore dell’America».

Ma per l’ex docente de La Sapienza «è del tutto normale che un Paese di solide tradizioni cristiane come gli Stati Uniti faccia appello alla Bibbia come fonte di idee e programmi politici. Avevano la Bibbia in mano i padri pellegrini che fuggirono dalle persecuzioni religiose in Europa e diedero vita a un “sacro esperimento” coloniale; erano mossi dalle pagine bibliche sull’amore universale i pastori e i laici che organizzarono la fuga di migliaia di schiavi dalle piantagioni del Sud; i capi della rivolta per i diritti civili negli anni Cinquanta-Sessanta marciavano con la Costituzione in una mano e la Bibbia nell’altra. Oggi si fanno chiamare “Samaritani” i cristiani che, lungo la frontiera Usa-Messico, soccorrono i migranti che arrivano disidratati, laceri ed esausti dopo ore di deserto».

Naso indica due rischi. «Il primo: la Bibbia non è e non può ridursi a una piattaforma politica o a un codice penale, non è un manuale di “leadership (guida) carismatica” né il codice di un giudice. Il secondo è che il messaggio biblico ha un tema centrale che non può essere eluso, quello dell’amore di Dio per i suoi figli, le sue figlie e il creato. Nella storia si è fatto un uso politico e blasfemo della Bibbia, giustificando lo “sviluppo separato”, il razzismo sudafricano, il commercio degli schiavi. La Bibbia è un libro da maneggiare con cura, da studiare e interpretare con rigore, dal quale farsi interrogare e lasciarsi giudicare e farsi convertire. Piuttosto che fare scempio della Bibbia, meglio riporla in un cassetto».

L’Antico Testamento inneggia alla guerra; Gesù propugna la pace, l’amore, il perdono

La Bibbia affronta il tema della guerra sotto vari aspetti. Il Primo Testamento descrive e presenta le guerre di conquista e presenta Dio che interviene attivamente nei conflitti e combatte con gli ebrei; considera la guerra come mezzo di giudizio e castigo di un Dio che punisce le perversioni dei popoli pagani. Israele combatte con la certezza che Dio è dalla sua parte e, poiché la violenza riflette la malvagità dell’uomo, alcuni passi contengono affermazioni violente o ordini di sterminio, che suscitano orrore.

Lo dimostra una breve rassegna. «Una mano s’è alzata contro il trono del Signore, perciò il Signore farà guerra ad Amalec di generazione in generazione» (Esodo 17,16). «Dio ordinò agli Israeliti: “Mobilitate fra voi degli uomini per la guerra, e marcino contro Madian per eseguire la vendetta del Signore su Madian» (Numeri 31,3). Dio ordina agli israeliti di andare in guerra contro altre nazioni: «Vota allo sterminio quei peccatori degli Amalechiti, e fa’ loro guerra finché siano sterminati» (I Samuele 15,3.18 e Giosuè 4,13). Commina la pena di morte per numerosi crimini (Esodo 21,12; 21,15; 22,19; Levitico 20,11). In sostanza, la violenza e la guerra descritte nella Bibbia riflettono la realtà e la mentalità del tempo e questi racconti vanno letti nel contesto. 

Gesù Cristo, nel Nuovo Testamento, cambia radicalmente prospettiva e propugna pace, amore, perdono, sacrificio; porta la legge dell’amore; insegna ai discepoli a rispondere al male con il bene e il perdono, rifiutando la vendetta. La «spada» menzionata da Gesù (Matteo 10,34) va interpretata come una guerra spirituale contro il male. La pace promessa da Dio nel Nuovo Testamento è una meta escatologica che deve compiersi e che richiede la conversione delle coscienze. La guerra è una cosa terribile ed è il risultato del peccato (Romani 3,10-18).

Dalle Crociate e dalla «guerra santa» al Concilio Vaticano II e al Catechismo

Sono trascorsi secoli da quando la Chiesa benediva soldati e armi; indiceva e inviava le Crociate «perché Dio lo vuole»; predicava «la guerra giusta e santa». Nel XX secolo Pio X (Papa 1903-14) rifiutò di benedire le truppe germaniche alla vigilia della Grande Guerra 1914-18, come gli chiedeva l’ambasciatore.  

«Una guerra di aggressione è intrinsecamente immorale. Nel tragico caso in cui essa si scateni, i responsabili di uno Stato aggredito hanno il dovere di organizzare la difesa anche usando la forza delle armi». Sulla base del Concilio Vaticano II (1962-65) e della costituzione pastorale «Gaudium et spes» (1965), lo affermano il «Catechismo della Chiesa cattolica» (1992) e il «Compendio della dottrina sociale della Chiesa» (2004): «L’uso della forza, per essere lecito, deve rispondere ad alcune condizioni: il danno dell’aggressione sia durevole, grave e certo; tutti i mezzi per porvi fine siano impraticabili o inefficaci; il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi». «La legittima difesa è un dovere morale in caso di guerra. Si può ricorrere alla legittima difesa quando non ci sono alternative pacifiche e non esiste un’autorità internazionale competente». «Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro l’umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato».   

Per l’Ucraina è doveroso parlare di difesa dall’aggressione e invasione da parte della Russia di Vladimir Putin, vetero comunista, ex ufficiale del famigerato KGB, incorreggibile guerrafondaio. In 25 anni di strapotere oligarchico ha scatenato le guerre: Cecenia (1999), Georgia-Ossezia (2008), Siria (2011), Crimea-Ucraina (2014 e 2022). Asserisce la «Gaudium et spes»: «Altro è ricorrere alle armi perché i popoli siano legittimamente difesi, altro è soggiogare altre nazioni». Le esigenze della legittima difesa giustificano l’esistenza delle forze armate, che devono essere al servizio della pace: «Ogni membro delle forze armate è moralmente obbligato a opporsi agli ordini che incitano a compiere crimini contro il diritto delle genti e i principi universali». È il caso del genocidio che Israele sta perpetrando contro il popolo palestinese. I crimini di guerra – sentenzia il «Catechismo» – «non si possono giustificare con il motivo dell’obbedienza a ordini superiori».

Se è vero che i Papi non benedicono più armi ed eserciti, il Patriarca ortodosso di Mosca Kirill, «braccio religioso» di Putin, benedice e legittima l’aggressione russa all’Ucraina come «guerra giusta» contro l’Occidente che protegge gli omosessuali e che è «decaduto e marcio» mentre il padrone del Cremlino mostra la propria forza demoniaca, che nessuno riesce a fermare perché gli oligarchi trasformano il potere in religione.

Pier Giuseppe Accornero

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