Ouagadougou. Giornata internazionale della donna. I giornali del Burkina Faso danno ampio spazio a questa ricorrenza, mettendo in evidenza il calvario che tante donne devono affrontare in questo tempo segnato tristemente dal terrorismo di matrice jihadista.

L’icona del dolore sono due donne che dopo aver percorso quasi 15 chilometri per attingere acqua in pozzo, al ritorno al villaggio muoiono dilaniate perché la loro carretta carica di taniche si imbatte in un ordigno esplosivo nascosto lungo la strada. E insieme a loro muore l’asinello che trainava la carretta.

E poi le tante donne che hanno visto uccidere il loro marito e sono state spinte a ingrossare le fila del mercato del sesso. Quanta sofferenza sopportano le donne nel nord del Burkina e nel Sahel. È difficile dire quante sono le donne che hanno perduto il marito e, senza alcun sostegno, sono alla ricerca di luoghi sicuri per i loro figli. Da Kaya andando verso il nord c’è pianto e rabbia.

Non esagero.

Provate a pensare che cosa può provare una donna con bambini senza casa, con un solo pasto al giorno (e non sempre), senza acqua a portata di mano, senza cure mediche, senza servizi igienici, senza la scuola per i figli.

È sopportabile questa vita senza speranza?

Qui in Burkina, come in altre parti del mondo, l’8 marzo non è una festa, ma un calvario.

Non c’è la mimosa, ma lacrime, spine e sangue.

 

+ Pier Giorgio Debernardi 

Vescovo emerito di Pinerolo