Dialogo immaginario con mio padre, al tempo dei social media

Lui: “Non riesco a comprendere questa smania di successo e la voglia di essere gratificati dall’approvazione altrui. Ai miei tempi, il consenso sociale era prezioso e dovevi conquistartelo, dimostrando di esserne degno, e di avere le carte in regola”.

“Sì, papà, ma siamo cambiati; oggi si va velocemente, viviamo il presente e non possiamo impegnarci in relazioni umane lente e articolate. E neppure dar troppo ascolto alle innovazioni del pensiero, al tempo che ci resta, agli altri  esseri viventi e alle cose, perché siamo concentrati   sul possesso smodato, onde poter gioire del bello e di ciò che fa status.

La conoscenza è  ancora una  priorità, un fattore di successo non più costruito, però, giorno dopo giorno, con i mattoncini della curiosità, dell’esperienza e della fame di cultura. Abbiamo i mezzi per masticare i bocconi lanciati nel nostro serraglio, quasi fossimo degli animali, pronti a subire i bisogni irrinunciabili, scartando delle competenze possibili.

È  il giudizio sociale che dà le carte! Possiamo accreditarci da lui, illuminandolo, o veder ricusato il nostro dire dalle sue conclusioni. È un organismo tentacolare, talvolta odioso, a cui chiediamo l’applauso, per esaltare il ruolo di uomini/profilo. Il verdetto è disinibito e asettico, talvolta anche brutale, avvolto nei suoi abiti emotivi; e non sottintende quasi mai un’analisi profonda. Come quando, in vacanza, osservi un’opera d’arte e, senza soffermarti né conoscere, sfoggi un giudizio positivo o sussurri semplicemente –non mi piace-, perché hai poco capito del soggetto e della tecnica, o della scuola di pensiero che ha sorretto l’impegno dell’artista. E, per consolarti, ti trinceri in altre priorità, o nel lampo temporale che ti ossessiona”.

Lui: “Ho capito, ma non si può ridurre un ragionamento articolato e complesso a un breve motto. Certo! Se la vita scorre in fretta gli approcci arzigogolati e le lungaggini espressive sono fuori luogo, ma la sintesi estrema è foriera di incomprensioni e superficialità. Se ben ricordo, quanta fatica per farmi accettare dalla città! Quante prove per dimostrarmi onesto, affidabile e consapevole, dopo aver rifiutato  un paese incapace di sfamarmi. E quanto mi è costata l’assunzione  di  quel datore di lavoro che  guardava con sospetto alla mia unica esperienza, in mezzo ai  campi! ”.

“Si, papà, ho sempre riconosciuto i sacrifici, considerandoli un vanto. Ti posso assicurare che il desiderio di ricchezza non ha mai prevalso sul sudore, sulla rettitudine comportamentale, sull’onestà e sull’amore familiare. Adesso stai considerando   il tempo e le risorse fisiche spesi a progettare e realizzare l’inserimento in un mondo diverso; le pretese del Capo e la tua sottomissione, vissuta con fierezza. Quel radioso “mi piace” che ha avvolto  la conferma del lavoro e  l’alito delle avversità, quando  mi hai ospitato nella tua nuova vita, pur sempre costellata di stenti, ma orfana della campagna matrigna.”

Lui “Non sopravvalutare il mio consenso!  Anche tu hai sperimentato e sofferto la difficoltà di farti accettare nelle vesti di migrante. Anche tu sei stato  a lungo radiografato, e hai dovuto mostrare un cuore sanguinante. Nessuno di noi ha mai cercato un consenso fine a se stesso, per  il solo motivo di sentirsi corroborato dalla considerazione altrui. Ci siamo gettati nella mischia, dopo aver esplorato e condiviso, sapendo che quell’approvazione ci sarebbe costata tantissimo, ma avrebbe potuto salvarci. Abbiamo affidato alla società  il compito di rinnovarci, vogliosi di misurare le forze e sentirci degni. In prima linea, il rispetto e il lavoro, per una sfida racchiusa fra parentesi civili, persuasi dalla voglia di riuscire, dalla consapevolezza dei limiti e da  quella modestia che ha preteso   un matrimonio alla pari con la povertà.  Come il discepolo che pende dalle labbra del maestro dopo aver dismesso il tracotante atteggiamento della sfida. All’opposto degli altezzosi  che sanno solo  azzannare l’intruso, reso nemico   e improponibile, dai loro occhi  sfocati.”

“Oggi, papà, gli antichi contrasti, magari all’osteria, o nella comunità, sono spalmati e amplificati dal popolo del web, come in un grande  teatro. Le nostre battute aspirano al placet totale, per un applauso liberatorio che ci riconosca migliori. Una battuta, però, è solo una battuta; possiamo apparire simpatici, persuasivi, coerenti, meritevoli di stima, arguti riciclatori e tanto altro, ma la vera  relazione non abita lì. Questo modo di esprimersi è connaturato alla tecnologia e alle mode, e non possiamo sottrarci alla presa delle motivazioni, sostenendo che ci manca il tempo; quando la noia e il trascinarsi di giornate pigre, testimoniano un’altra cosa.

Il plauso della platea è molto ambito, e facciamo a gara per ottenerlo, atteggiandoci a comunicatori/seminatori, per raccogliere dei consensi, senza riflettere  sulla verità che ci caratterizza.”

Lui: “Non potrei mai considerare una relazione a distanza, gestita in quel modo. Penso che la condizione umana ne soffra  e i valori naturali possano risentirne. L’amicizia è un’altra cosa! Implica conoscenza delle persone, delle culture, dei pregi e dei difetti caratteriali, delle gioie e delle pene; implica una stima, fondata sull’uomo, e una condivisione profonda degli aspetti accomunanti. Questa semplificazione sarà  anche al passo coi tempi e lascerà più spazi, per godere della vita, ma non fa per me e  non vorrei vedertici immischiato.

Prima di  giudicare e condividere, cerca la verità, e non frapporre ostacoli alla conoscenza. Non è da te lanciare dei motti al vento, per fare solamente  un po’ di chiasso, scegli dei messaggi formativi, potrai quanto meno aiutare chi ignora. Beati coloro che sapranno cogliere  le testimonianze culturali dei vecchi, sono forse  più preziose delle insinuazioni e delle roboanti  proposte degli influenzatori.”

Sergio Martini