Per la “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia di Coronavirus”, non a caso, è stata scelta la data del 18 marzo. Un anno fa, infatti, proprio in quel giorno, l’Italia si fermava allibita e sconcertata di fronte alle immagini dei camion militari che, a Bergamo, trasportavano i feretri dei morti per Covid.

Abbiamo incontrato il vescovo Derio per riflettere insieme su questa ricorrenza e sulla pandemia ormai alla sua terza ondata.

«È una ricorrenza che sarà celebrata anche negli anni a venire – commenta il vescovo -. E anche noi come chiesa vogliamo fare un momento di preghiera. Abbiamo vissuto un anno tragico, perché di vittime ne abbiamo avute tante, per questo credo sia importante celebrare una giornata di memoria collettiva. È necessario ricordare anche perché c’è, negli ultimi decenni, una tendenza a ridurre la memoria dei morti, quasi per rimuovere il pensiero della morte e non dover riconoscere questo senso di impotenza e di sconfitta in una società che è abituata a superare molti limiti. Di fronte a così tanti morti mi pare saggio che lo Stato italiano abbia stabilito una giornata per non passare sotto silenzio questo tema e per non dimenticare sia i nostri defunti che la nostra effettiva fragilità e precarietà».

Proprio un anno fa il vescovo – era il 19 marzo – veniva ricoverato nell’Ospedale di Pinerolo perché malato di Covid e, poco dopo la sua guarigione, dava alle stampe un libro, scritto a più mani, intitolato “Non è una parentesi”. Oggi quel titolo assume un significato nuovo.

«Quando, con altri amici, abbiamo scritto quel libro, pensavamo che fosse finita e quel titolo suonava come monito a non dimenticare ciò che era ormai concluso a livello sanitario e a non dimenticare lo scossone che ci aveva dato. In realtà, poi, ci siamo resi conto che nemmeno a livello sanitario è stata un parentesi. Ci siamo ancora dentro con tantissime fatiche e incertezze e oggi più che mai sentiamo vero quel titolo.

Questo tempo sta parlando da tanti mesi. Non possiamo dimenticare il gande rischio che corriamo, cioè quello di aspettare che passi. Certo è un desiderio legittimo, ma non deve essere l’unico. Dobbiamo fare di tutto per evitare i contagi e per essere vaccinati, ma dobbiamo continuare a domandarci: che cosa ci sta insegnando? Che cosa dobbiamo cambiare?»

Rilanciamo al vescovo queste domande.

«Come chiesa la pandemia ci sta insegando molte cose. Innanzi tutto la ricchezza delle relazioni che ci mancano. E ci chiede: “quanto le nostre celebrazioni sono un momento di relazione?” Ci sta insegnando che la messa è meno frequentata e dunque forse viene fuori una apatia per la messa che c’era già prima e che adesso è scoppiata, quindi forse dobbiamo lavorare per rendere più vitali le nostre celebrazioni.

Questa pandemia ci insegna che siamo costretti a stare di più a casa e ci siamo accorti che le nostre case sono diventate abbastanza neutre rispetto alla vita di fede. La casa dovrebbe essere un’occasione che stimola la nostra vita di fede. Quindi stiamo riscoprendo la casa come luogo “non neutro” per la fede, per questo motivo dobbiamo recuperare gesti, rituali, simboli e spazi che richiamino il nostro credere. Già vanno in quella direzione i quadri, la candela della famiglia, il piatto della quaresima. Ma forse dobbiamo accentuare ancora di più questi aspetti».

Patrizio Righero