16 gennaio 2014

Il  pronunciamento, a maggioranza, del Consiglio comunale di Torino, circa la «liberalizzazione» delle cosiddette droghe leggere, ha suscitato una immediata reazione della Curia Diocesana di Torino che, in una nota, ha sollevato alcune perplessità. Questa scelta, si legge nel comunicato «va ad incoraggiare una tendenza che non contribuisce in nulla a costruire personalità libere, adulte, socialmente responsabili; ma va piuttosto nella direzione di rendere facili e accessibili quelle “culture dello sballo” di cui poi si constatano a ogni livello e in ogni ambito gli effetti negativi. Il provvedimento votato dal Consiglio comunale di Torino non ha, come si sa, alcun valore normativo, costituendo solo un’affermazione di principio: ma è importante sottolineare che le “priorità” – politiche, economiche, culturali e sociali – della vita civica oggi sono altre, e diverse da queste esaltazioni dei cosiddetti “diritti individuali”».

Per la Curia è evidente  la contraddizione tra «richieste sempre più impegnative del mondo del lavoro, della scuola e della formazione e richieste sempre più disimpegnate circa il senso della vita, la gestione della libertà, l’organizzazione del tempo personale, lo sperimentare acriticamente sottovalutando conseguenze e danni per sé, per gli altri a lui legati e, in definitiva, per progetti di vita in cui le sfide hanno sempre il sapore amaro dell’accontentarsi o, peggio, del consacrare parte del mondo giovanile a percorsi di povertà relazionale e sociale».

La chiesa di Torino lamenta, in questa decisione,  uno scarso coinvolgimento «della cittadinanza e delle sue molteplici articolazioni formali e informali, famiglie, cittadini, gruppi, istituzioni, agenzie educative e sanitarie… perciò non solo una conta tra qualche decina di consiglieri, che rischia di essere come l’orchestrina del Titanic che meravigliosamente suonava il proprio spartito nel pieno di una tragedia correndo il rischio di non rappresentare nessuno se non se stessa».

Da ultimo il richiamo alla storia di Torino e al suo «straordinario patrimonio di libertà sono sempre stati accompagnati da un altrettanto forte senso di responsabilità e realtà; a questo coraggio e a questa profezia ci rifacciamo nel rispetto e nel dialogo pronti a dare come Chiesa il nostro contributo come abbiamo sempre fatto e come sentiamo, ancor più oggi, di dover fare».

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