Luglio 2014

Le “madonne” che si inchinano ai boss mafiosi fanno oggi scalpore, non solo a Oppido Mamertina dove hanno scatenato la riprovazione generale e suscitato una viva reazione dell’opinione pubblica, con tutte le prevedibili e immaginabili conseguenze del caso.
Verrebbe comunque da pensare che vicende del genere non siano nuove e ci chiediamo perché sino a non molto tempo fa accadessero nell’indifferenza generale, compresa forse quella di alcuni tra coloro che oggi sollevano con indignazione la propria voce. Qualcosa nel frattempo certo è cambiato e le parole forti e chiare di papa Francesco, e prima di lui di Giovanni Paolo II, hanno sicuramente contribuito a creare un nuovo clima e una coscienza più viva e attenta. Tuttavia, si può sospettare che tra le tante condanne e dissociazioni, possa nascondersi anche un po’ di opportunismo e di ossequio al pensiero del momento. Insomma tra chi condanna c’è anche chi lo fa perché le circostanze ora lo impongono. È difficile capire e, in ogni modo, non possiamo giudicare nessuno in questo senso. L’avvenimento però dà l’occasione per una riflessione più generale che riguarda tutti e non solo eventuali legami e collegamenti tra potere mafioso e parti della Chiesa in qualche centro del sud Italia.
La questione è il rapporto tra la Chiesa e il potere, o meglio tra la Chiesa e i vari poteri oggi dominanti. Questo chiama in causa ogni realtà ecclesiale, compresa la nostra.
Nel Vangelo non mancano richiami, esortazioni e avvertimenti contro questa che, come tutte le tentazioni, è umana, molto umana, e non si può dimenticare che la Chiesa è fatta anche di uomini, fallibili, peccatori, imperfetti. A questi uomini però Cristo ha consegnato se stesso e i tesori della sua redenzione. D’altro canto sarebbe anche sbagliato cadere nell’errore opposto e auspicare una Chiesa che si mostrasse dura e pura e che non sapesse che giudicare e ritrarsi, rifiutando ogni contatto con chi è sulla via dell’errore e del male. Non si può mai dimenticare, infatti, che attraverso la Chiesa agisce Cristo, il medico venuto per i malati e non per i sani.
Le processioni che si fermano dove non dovrebbero fanno scalpore, ma siamo proprio sicuri che questa sia una cosa così tanto diversa da altre che talora si verificano ovunque, e non solo nel profondo sud segnato dalla logica mafiosa? Accordare benevolenza, tolleranza e ossequio a persone e istituzioni “importanti” che all’occorrenza sanno essere generose con le realtà ecclesiali, senza mostrare di vedere quanto a volte queste siano lontane dallo spirito e dai fini della Chiesa, non è forse anche questo una forma di inchino? Più velato, più sottile, ma non meno riprovevole e neppure così facilmente e platealmente stigmatizzabile. Quando, per fare un unico esempio, si accettano aiuti da banche o istituti di credito, si è proprio sicuri che queste istituzioni agiscano in modo limpido, senza secondi fini e guidati da criteri etici moralmente accettabili? Si può cioè escludere che il denaro così ottenuto, magari per fini nobilissimi come restauri importanti o ristrutturazioni di chiese e oratori, non sia anche bagnato dalle lacrime di tanti deboli e poveri? Cose simili erano denunciate a suo tempo già da Giovanni Crisostomo e parliamo di più di milleseicento anni fa…
Si può andare ancora oltre, perché il potere non è solo quello economico. C’è anche, e molto forte, un potere e una supremazia di tipo culturale, che sa creare e imporre un modo di pensare, suggerisce criteri etici, che dice cosa è giusto e cosa no e crea un nuovo linguaggio. Tale potere è in grado di incidere sulla coscienza di tutti, credenti e non. Se non ci si adegua si è emarginati, esclusi senza appello, giudicati senza possibilità di difesa. Questa egemonia culturale rifiuta più di ogni altra cosa il dialogo vero, il confronto sulle idee fatto senza pregiudizi e basato su una autentica onestà intellettuale. Non è difficile accorgersi che questo potere delle idee è oggi molto spesso lontano non solo dai valori suggeriti dal Vangelo di cui la Chiesa è annunciatrice, ma anche dall’antica norma di carità che sapeva distinguere l’errore dall’errante. L’attuale clima culturale dominante ha bisogno di far coincidere il male con le persone dei colpevoli. Per questo li ricerca, li insegue, ma non per offrire loro una qualche forma di redenzione. Il mostro, il ladro, il disonesto, specie se è un personaggio noto o importante e ancor più se è un uomo della Chiesa, deve essere annientato, additato al pubblico ludibrio tra gli applausi e i cenni di approvazione di chi si compiace nel giudicare perché, probabilmente, si sente esente dalla tentazione del male. Ci chiediamo allora se le nostre comunità ecclesiali siano ben consce di questo rischio o se a volte parte di esse non si inchinino in ossequio ai valori e alla prassi di questo potere culturale che ama molto definirsi “laico”, come per prendere le distanze da ciò che non lo è, come se ciò che non è laico fosse di per se stesso scorretto, ingiusto, disdicevole.
Riconoscere e denunciare il male è giusto, anzi, doveroso. Tuttavia tornando alla questione degli “inchini”, ci sembra che sia facile e soprattutto alla moda affrontare la questione con indagini giudiziarie, denunce, apertura di fascicoli per ipotesi di reato che, ad ora, nessuno saprebbe ben definire. Facile anche proibire tutte le processioni perché una è stata mal condotta, come un vecchio maestro autoritario che proibisce a tutti i bambini di giocare perché uno di essi si è comportato male. Più difficile approfondire, cercare di andare alle radici del problema con grande sforzo di onestà e di umiltà, ripartendo dalla serena ammissione che il problema risiede nell’animo umano e nella possibilità che esso si faccia vincere dal fascino del male. Questa possibilità, conseguenza della libertà inalienabile dell’uomo, è una cosa che riguarda tutti e che, in gradi diversi, appartiene a tutti. Ciò che soprattutto appartiene a tutti è però soprattutto la redenzione e la salvezza portata al mondo da un uomo che per non essersi inchinato a un potere e a una prassi religiosa che tradivano Dio e gli uomini, ha accettato di pagare il tremendo prezzo della Croce. Sarebbe bello che le nostre processioni sapessero fermarsi di fronte al volto di questo uomo che è adorato come Dio dai credenti, e che risiede nel cuore di ogni uomo, certo anche dei più grandi peccatori.

Massimo Damiano

Oppido mamertina