20 ottobre 2015

Ritessere le fila di una presenza

In Italia c’è una nuova questione cattolica? Alcuni sostengono di sì mentre altri, forse la maggioranza, sono perfettamente indifferenti al tema. Eppure, la sostanziale irrilevanza dei cattolici in politica nell’attuale fase storica italiana, è la conferma che non soltanto l’unità politica dei cattolici e quindi il conseguente pluralismo delle scelte sono un fatto ormai archiviato ma che, soprattutto, si rischia di disperdere un patrimonio culturale ed etico che ha accompagnato, per svariati decenni, lo stesso cammino della democrazia italiana. Certo, il magistero straordinario e coraggioso di Papa Francesco è destinato a modificare in profondità la stessa presenza dei cattolici e dei cristiani nel mondo. Ma il suo messaggio, come ovvio, è universale e non si può e non si deve rinchiudere al nostro paese, né tantomeno, alla circoscritta politica italiana.

Ora, per evitare di cadere nella mera contemplazione del passato o nella riproposizione di una stagione ormai irripetibile, credo sia positiva un’iniziativa che, nel rispetto rigoroso del pluralismo delle scelte politiche dei singoli cattolici, non si rassegna alla insignificanza dei credenti nella società contemporanea. E l’iniziativa presentata recentemente a Torino punta cerca di dare una risposta a questa domanda. La costituzione di una “Consulta per i cattolici impegnati nella politica e nelle istituzioni” è una occasione per ritessere le fila di una presenza laica e pluralistica di un’area oggi eccessivamente dispersa e frammentata. E per giunta non granché qualificata e men che meno autorevole.

Certo, come diceva il mio maestro Carlo Donat-Cattin, in politica «il carisma o c’è o non c’è. È inutile darselo per decreto». E questo è talmente vero che un tempo, e neanche molti anni fa, c’erano cattolici che erano al contempo leader politici e punti di riferimento per la stessa comunità ecclesiale e per l’associazionismo cattolico nel nostro paese. Mentre oggi, purtroppo, i cattolici sono ridotti a difensori d’ufficio di qualche valore, seppur importante, ma del tutto insignificanti nella concreta battaglia politica. Personaggi che pensano, goffamente, di avere una sorta di esclusiva nell’area cattolica mentre sono personaggi in cerca d’autore che rappresentano il proprio piccolo orticello clientelare e poco altro.

La messa in campo di una Consulta dei cattolici in politica che dialoga con il mondo dell’associazionismo da un lato e con la stessa comunità ecclesiale dall’altro, può rappresentare uno sbocco per ridare autorevolezza e prestigio alla proposta politica dei cattolici e può favorire, allo stesso tempo, una nuova vocazione alla politica delle giovani generazioni attraverso una rinnovata attività di formazione. E da Torino, forse, è partita una iniziativa che può contribuire a rinnovare la politica ripartendo anche da una nuova progettualità dell’area cattolica.

 

Giorgio Merlo

 

 

Esistere politicamente per non scomparire

Oggi nel mondo cattolico quando si parla di politica e di conseguente impegno domina, ormai, una sorta di “pensiero debole” che non va oltre ad una presa d’atto della diaspora ed alla necessità di creare qualche cassa di compensazione per ritrovarsi alla stregua di un dopo lavoro ferroviario.

Si avvicinano appuntamenti elettorali ed ecco che proliferano convegni, proposte, documenti dal contenuto vario che sembrano utili, soprattutto, per soddisfare la ricerca di accreditamenti personali piuttosto che per ritrovare il bandolo di una matassa più che ingarbugliata, persa da tempo! La discussione, troppo spesso molto autoreferenziale, si concentra su alcuni aspetti: l’inevitabilità della diaspora, il silenzio dei cattolici, la nascita di luoghi di discussione dove ci si raduna, modello “consulte” o quant’altro. Normalmente i protagonisti di tali dotte disquisizioni sono gli stessi che hanno gestito, nell’ultimo ventennio, il progressivo declino della presenza politica cattolica e paiono un pochetto diffidenti nel lasciare il campo a quella “nuova generazione di politici cattolici” invocata dagli ultimi Pontefici.

La nobilitazione della diaspora appare oggi sempre più, però, come una giustificazione scarsamente attendibile della redistribuzione di una classe dirigente in ogni cantuccio politico: se i risultati sono il silenzio e l’irrilevanza essa non può essere considerata inevitabile e positiva (salvo confondere un po’ furbescamente i piani della politica e dell’evangelizzazione: nella prima ci si fa parte, nella seconda si è chiamati ad essere ovunque sale e lievito). Inoltre con questo andamento centrifugo, di cui è tempo di individuare i responsabili, non per “processi sommari” bensì per poter andare oltre loro, la presenza laica cristianamente ispirata, la tradizione politica popolare e democratico cristiana è diventata sempre più evanescente e materia, quando va bene, di dotte citazioni che «fanno fine e non impegnano» che, al massimo, la riducono a personali presenze più o meno moderate (facendo torto ad una tradizione impastata di storie di uomini e donne appassionati che di moderato non hanno mai avuto nulla).

Volendo anticipare le critiche occorre dire che non centra nulla confondere la critica ai cultori della diaspora con una antistorica ricerca dell’unità politica dei cattolici: primo, quando ci fu il richiamo all’unità c’era una significativa necessità storica; secondo, nessuno è chiamato a costruire “partiti cattolici” – tanto che il Partito Popolare Italiano non lo fu e a rigore neanche la Dc –; terzo, ritrovarsi tra cattolici che condividono una visione socio-politica non pare sia annoverato tra i peccati; quarto, esiste un solco rappresentato dalla tradizione politica tracciata dai cattolici democratici da ritrovare; quinto, il richiamo all’unità appartiene alla Chiesa i cui pastori possono e debbono sobillare le coscienze dei credenti richiamando alla comune riflessione. Dunque, a causa della propria fede, è tempo di rimettersi in cammino in politica: come? Non attraverso “Consulte” del tempo che fu, dalla vita effimera, che corrono il rischio di essere sfogatoi o ingabbiamenti nello schema rigido delle scelte dei singoli (destra/sinistra).

È necessario tornare ad esistere politicamente, senza paure, riconoscendo la voglia di “far sognare”: si è portatori di una visione che può contribuire ad una società migliore e non si può non farlo insieme, in spirito di comunità politica riannodando il filo della presenza popolare e democratico cristiana che garantisce, a chi si riconosce in esso, una solida base per ricostruire una triplice autonomia di analisi, valutazione ed azione che è lo strumento fondamentale del confronto politico che, con soggetti che si riconoscono, sanno anche costruire alleanze amministrative e programmatiche senza timori di sudditanza. La domanda potrebbe essere a questo punto: e gli altri, quelli che si dicono conservatori o progressisti, un po’ più o un po’ meno adulti (insomma moderati distribuiti a destra ed a manca)? Se esistono faranno la loro strada e, forse, su singoli argomenti concreti ci sarà lo spazio delle convergenze, se hanno solide convinzioni.

Quale punto di partenza? Un vero “umanesimo integrale” che, attingendo linfa dalla dottrina sociale della Chiesa, parta dal territorio, dalle famiglie, dalle realtà locali per ridare forza alla Repubblica radicata nella Costituzione, luogo eccellente di esercizio della cittadinanza ed oggi bistrattata da un nuovismo senz’anima; un richiamo ai giovani di associazioni, movimenti, parrocchie a mettere al servizio della comunità la propria formazione. Insomma accendiamo fiammelle nuove che l’incendio non tarderà!

 Giancarlo Chiapello
Alcide De Gasperi

Alcide De Gasperi