L’11 Settembre del 2001 mi trovavo in Giappone, nell’appartamento del Quartiere dei Professori della Università di Tsukuba presso Tokyo, dove ero stato chiamato per uno dei miei periodici periodi di insegnamento nella Facoltà di Arte e Progettazione.

Ero obbligatoriamente rinchiuso in casa, con mia moglie Mirella (perché agli insegnanti invitati l’università nipponica offre anche la completa ospitalità dei famigliari) da tre giorni, letteralmente sbarrati dentro a causa di un forte uragano che si era abbattuto sulla zona, preventivamente avvisato dai bollettini metereologici giapponesi che invitavano a non uscire, fornendo anche – come di consueto in tali casi, e particolarmente in quelli sismici più pericolosi – le debite istruzioni per come proteggersi.

Sono state tre giornate di tensione, intervallate da scrosci d’acqua impetuosi accompagnati da tuoni rimbombanti, che si abbattevano impetuosamente contro le vetrate delle finestre (nelle abitazioni moderne del Giappone non esistono ante o tapparelle, bensì cristalli spessi e resistenti) sollevando materiali volatili di ogni tipo (fronde e rami soprattutto, ma anche carta, terriccio e pietrisco).

Ma proprio a metà del pomeriggio del terzo giorno, come era del resto stato puntualmente previsto dai meteorologi, il maltempo si acquietò di colpo, e scomparve. E questo sollievo ci indusse ovviamente ad uscire, per prendere aria e godere di quella atmosfera celeste tornata normale, ed anzi più limpida e splendente.

Così – come nella nostra consuetudine locale – uscimmo sulle nostre biciclette per raggiungere il non distante centro civico. E mentre superavamo l’ampio ponte panoramico che congiunge il campus universitario con la cittadina, è apparso un enorme arcobaleno doppio, di cui si vedeva l’inizio ma non se ne scorgeva la fine, che ci stupì per la sua inaspettata e inconsueta estensione.

Al nostro ritorno all’appartamento mi soffermai alla televisione. E sullo schermo mi apparve lo spettacolo di quello che credevo un telefilm di fantascienza dei soliti che venivano trasmessi a quell’ora, in cui si vedevano le Torri Gemelle newyorkesi del World Trade Center “attaccate” da un aeroplano. L’immagine era terribilmente realistica, e mentalmente mi dicevo che la regia era riuscita – come soltanto sanno fare i Giapponesi! – a rendere l’evento finto con un realismo impressionante! Lo dissi a mia moglie, perché la ripresa era davvero spettacolare e incredibile. Tuttavia, siccome il filmato continuava analogo e a lungo, sempre fisso sullo stesso scenario, con insistenza e senza parole o commenti, ma nel completo silenzio che di solito non si verifica così intensamente in televisione, l’impressione strana che ne ebbi era di una certa non convinta incongruenza. Ma poi assistetti alla scena successiva: quella dell’arrivo di un secondo aereo che si infilava terribilmente nel corpo del vicino grattacielo, dilaniandolo e facendolo esplodere.

Mi chiesi il perché di un tale realistico effetto, eccessivo, e soprattutto su un edificio ancora esistente e non immaginario, e di tanta importanza per la città americana, e per il mondo intero. Mi venne all’improvviso in mente che quella situazione poteva essere vera, e credetti ad un terribile incidente casuale. E dissi quindi a mia moglie di venire a vedere quel filmato, così impressionante e veritiero, e sensazionale e increscioso: le Torri Gemelle colpite da due aeroplani. Ma quando Mirella si pose davanti al televisore, guardando quello spettacolo di distruzione che veniva con insistenza ripreso senza un suono di fondo (se non un leggero crepitìo proveniente dai rumori della strada), con la sua sagacia deduttiva che la contraddistingue ha commentato lapidariamente: «Quello non è un incidente, ma un attentato!»

Non capacitandomi di quella conclusione così impensabile ed inammissibile, passai ad un canale internazionale, e vidi – esterrefatto – le medesime riprese, che avvenivano in diretta in tutto il mondo, descritte da un concitato commento in inglese, che cominciò a chiarirmi, e confermare poi con certezza, la causa dell’effettivo avvenimento.

Nei giorni successivi seguimmo gli altri notiziari successivi, ancòra più impressionanti del solo destino distruttivo degli edifici martoriati dal fuoco ed avvolti dal fumo: e assistemmo inerti alla sequenza della morte tragica della gente rimasta intrappolata nelle torri senza scampo, ed al gesto disperato dei molti suicidi che si gettavano dalle finestre per non morire bruciati o asfissiati.

Immagini terrificanti che ci rimasero – come a tutte le persone di coscienza e solidarietà umana del mondo – impresse nella percezione e nel ricordo, anche adesso dopo tanti anni.

Continuamente, non soltanto a me ma anche a mia moglie, il nostro ricordo andava al rigoglioso Arcobaleno di Tsukuba, offuscato dalla caligine degli incendi. Che tuttavia vedemmo come ritornato, dopo che abbiamo assistito alla smagliante ricostruzione della zona demolita dalla cieca furia attentatrice – quel suolo azzerato subito ribattezzato Ground Zero – con un più alto grattacielo brillante di cristallo, collocato all’interno di un Memoriale con Museo, e soprattutto con un intorno verdeggiante dove le persone nuovamente, e più di prima, passeggiano tranquille e siedono in pace, attestando non solamente una esplicita ripresa, ma anche dichiarando una indomita opposizione ad ogni atto di distruzione e di morte inconsiderato, e inaccettabile.

 

Corrado Gavinelli

 

 

Giovanni Paolo II sull’11 settembre: il credente sa che il male e la morte non hanno l’ultima parola

 

All’indomani dell’attentato alle torri gemelli, durante l’udienza generale in piazza San Pietro, Giovanni Paolo II aveva così commentato il tragico avvenimento: «Dinanzi ad eventi di così inqualificabile orrore non si può non rimanere profondamente turbati.
Mi unisco a quanti in queste ore hanno espresso la loro indignata condanna, riaffermando con vigore che mai le vie della violenza conducono a vere soluzioni dei problemi dell’umanità. Ieri è stato un giorno buio nella storia dell’umanità, un terribile affronto alla dignità dell’uomo. Appena appresa la notizia, ho seguito con intensa partecipazione l’evolversi della situazione, elevando al Signore la mia accorata preghiera. Come possono verificarsi episodi di così selvaggia efferatezza? Il cuore dell’uomo è un abisso da cui emergono a volte disegni di inaudita ferocia, capaci in un attimo di sconvolgere la vita serena e operosa di un popolo. La fede ci viene incontro in questi momenti in cui ogni commento appare inadeguato. La parola di Cristo è la sola che possa dare una risposta agli interrogativi che si agitano nel nostro animo. Se anche la forza delle tenebre sembra prevalere, il credente sa che il male e la morte non hanno l’ultima parola. Qui poggia la speranza cristiana; qui si alimenta, in questo momento, la nostra orante fiducia».