1 maggio 2016

Come si fa a parlare di lavoro, quando il lavoro manca! Questa è la dura realtà che riempie di amarezza questo “primo maggio”. È festa del lavoro, ma il protagonista è assente. È festa dei lavoratori, ma tanti sono disoccupati.

Il prolungarsi della crisi genera scompensi, soprattutto spegne la speranza. Chi è senza lavoro si sente depresso e rifiutato dalla società. È triste non poter contare su nessuno! Questo si ripercuote anche sui progetti di vita, come quello di formarsi una famiglia. Fa pena vedere un giovane senza prospettive per il futuro. Ma in questa deriva anche la scuola ha la sua responsabilità, soprattutto quando è staccata e lontana dal mondo dal lavoro e trova i giovani impreparati e senza prospettive al termine dei loro studi. Si va a scuola per tanti anni senza sapere quali sono le vere richieste di cui il mercato del lavoro ha bisogno.

Questi aspetti negativi non ci devono scoraggiare, né spegnere in noi la speranza. Chi è senza lavoro, in cassa integrazione, precario chiede alla comunità di non essere lasciato solo. Guai a chiuderci egoisticamente pensando solo a noi stessi. È questo il tempo di più ampia solidarietà che ci impedisce  – come ha ribadito papa Francesco a Torino – «di rassignarci all’esclusione di coloro che vivono in povertà. Si escludono i bambini (natalità zero), si escludono gli anziani, e adesso si escludono i giovani (più del 40% di giovani disoccupati)!  Quello che non produce si esclude a modo di “usa e getta” ».

Tutti siamo chiamati a portare il nostro contributo, ciascuno secondo le proprie capacità e risorse. Certo, c’è bisogno di politici e imprenditori di ampie vedute, con l’ideale di mettere la persona al centro, superando le tentazione di lasciarsi guidare unicamente da criteri utilitaristici e dalle logiche egoistiche della finanza e dell’economia.

Nelle nostre comunità ci dovrebbero essere più persone che si impegnano in campo sociale e politico, che si prendono a cuore i problemi dei lavoratori. Un tempo c’era più attenzione da parte di Associazioni verso questo genere di povertà. Interessarsi di economia e di lavoro non ci porta lontano dal Vangelo, ma ci aiuta a incarnarlo nella storia. Anche l’impegno in questo settore fa parte della Chiesa in uscita.

Per realizzare un’inversione di marcia occorre cambiare  mentalità. In particolare  lasciarci interpellare, e anche inquietare, da prospettive che possono capovolgere il nostro modo di pensare. Siamo  troppo preoccupati di difendere i nostri interessi di bottega, senza sforzarci di vincere l’inequità che è la radice di tutti i mali sociali.

Ha ragione papa Francesco quando scrive: «Dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia» (Evangelii gaudium, n.203).

Eppure, solo lasciandoci interpellare da queste parole scomode il “primo maggio” sarà meno amaro.

 

                                                                      + Pier Giorgio Debernardi

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