La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre – Italia riporta la testimonianza di Laurent Dabiré, Vescovo di Dori e Presidente della Conferenza Episcopale del Burkina Faso e del Niger sulla situazione in Burkina.

Mons. Laurent Dabiré insieme a mons. Pier Giorgio Debernardi

Se in Burkina Faso dal 2015 il terrorismo ha fatto registrare un aumento senza precedenti, il 2023 si è aperto sotto i peggiori auspici con l’assassinio di un sacerdote il 2 gennaio scorso nel nord-ovest del Paese. Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) ha raccolto la testimonianza di Mons. Laurent Dabiré, Vescovo di Dori e Presidente della Conferenza Episcopale del Burkina Faso e del Niger.

 

Il Natale un momento di tregua

«La popolazione – racconta il prelato – è stremata e molti piangono la perdita dei familiari. Interi villaggi sono stati distrutti e questo contribuisce ad abbattere lo spirito delle persone. Tuttavia, il Natale è sempre stato, oltre che di gioia, un momento di tregua. La gente si è riunita per la Messa, anche se alcuni non sono venuti perché hanno avuto paura. Lo capiamo e non chiediamo alle persone di essere più coraggiose di quanto possano. Il Natale ci ha offerto l’opportunità di rendere omaggio a tutte le vittime di questa guerra e di pregare insieme per il ritorno alla pace».

 

La volontà di sradicare la società del dialogo

Quanto alla diffusione dei gruppi terroristici, Mons. Dabiré aggiunge che «il 50% del Paese è occupato e controllato da loro. Se alcuni gruppi hanno dichiarato esplicitamente le loro intenzioni, con altri sono sufficienti le loro denominazioni, come il Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani (JNIM), per comprendere che  esplicitamente mirano a imporre l’Islam a tutto il Paese, anche attraverso l’uso del terrorismo. Certo, questo implica la soppressione della società attuale, multireligiosa, caratterizzata dal dialogo e dalla convivenza. I terroristi vogliono sradicare questa società libera e tutti coloro che non professano il loro stesso tipo di Islam, inclusi i musulmani, il che significa che il terrorismo è ora rivolto alla società nel suo insieme».

 

I terroristi occupano due terzi del Sahel

Il fenomeno terroristico ha un impatto drammatico sulla vita della Chiesa. «Le conseguenze di questa ondata di violenza feroce negli ultimi sette anni sono state terribili. Da un punto di vista pastorale non possiamo più spostarci come prima. Il nostro raggio d’azione è molto più ridotto, perché i terroristi occupano i due terzi del territorio del Sahel. Rimangono praticamente solo i capoluoghi di provincia. La diocesi di Dori ha sei parrocchie, tre sono state chiuse, e siamo stati vicini a chiuderne un’altra quest’estate», mentre una quinta è tuttora «bloccata». La chiusura viene decisa quando, a causa della presenza di terroristi, «sono gli stessi parrocchiani a chiedere che i loro sacerdoti siano inviati in un luogo sicuro».

 

Zone senza cibo e comunicazioni

Mons. Dabiré aggiunge che «in alcuni luoghi non c’è cibo e le comunicazioni sono interrotte, riusciamo a far passare alcuni messaggi solo grazie a poche organizzazioni delle Nazioni Unite che hanno i mezzi per trasmetterli».

 

Quasi due milioni gli sfollati interni

Il Vescovo di Dori comunica di aver «organizzato una pastorale per gli sfollati interni, che ad oggi sono due milioni. Questo è un momento difficile, ma vedo anche delle grazie: in questa situazione siamo uniti! La radio ci è stata di grande aiuto per raggiungere gli sfollati, e quando le comunicazioni sono completamente interrotte, cerchiamo di utilizzare i convogli umanitari e militari per inviare brevi messaggi scritti a coloro che sono isolati, per fornire loro informazioni e cercare di capire come stanno. Occasionalmente siamo riusciti a portare cibo e rifornimenti in zone isolate grazie ai convogli militari. Ci adattiamo alla situazione nel miglior modo possibile».