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Approfondimenti  

Le nuove tecnologie sfidano la nostra umanità: alcune riflessioni e un’agenda

Le nuove tecnologie sfidano la nostra umanità: alcune riflessioni e un’agenda

Nel recente appello di oltre 200 scienziati e politici all’ONU (tra cui nove ex capi di Stato e dieci Premio Nobel), si denuncia molto chiaramente che «l’attuale traiettoria di sviluppo comporta pericoli senza precedenti.

Potrebbe presto superare di molto le capacità umane e amplificare minacce come pandemie ingegnerizzate, disinformazione diffusa, manipolazione delle persone su larga scala – inclusi i minori –, rischi per la sicurezza nazionale e internazionale, disoccupazione di massa e violazioni sistematiche dei diritti umani». Il 2025, infatti, non ha soltanto segnato l’arrivo delle nuove tecnologie nel centro delle nostre vite e della società, ma ci ha anche definitivamente resi consapevoli degli immensi rischi: dall’hate speech – cioè l’incitamento all’odio motivato dall’appartenenza etnica, religiosa o politica dell’altro, oppure per l’orientamento sessuale – pilotato completamente da algoritmi, ai bias cioè ai pregiudizi – per gli stessi motivi – che l’intelligenza artificiale riproduce e inserisce automaticamente nei processi decisionali. Inoltre, con i deep fakes – cioè la manipolazione di immagini e informazioni che appaiono come se fossero vere – si mina ai fondamenti del dibattito pubblico e si possono pilotare odio e polarizzazioni nella società, incidere su elezioni e comportamenti individuali, e dunque “manipolare” la realtà. Inoltre, crescono le possibilità e i tentativi effettivi di influire sulle decisioni dei cittadini, quando si tratta ad esempio di esprimere un voto politico o di comprare un determinato prodotto. Tutto ciò è possibile sulla base del rilevamento di immense quantità di dati che consente di profilare le persone e dunque di inquadrarle, a un certo punto, “meglio” di quanto esse conoscano se stesse.

In questo modo, si ledono le libertà democratiche senza che avvenga anche solo una minima modificazione delle istituzioni politiche, perché è un processo che chiama in causa direttamente il nostro desiderio di autorealizzazione e performance di noi stessi: forniamo ben volentieri i dati in cambio di tutti i vantaggi comunicativi, le comodità e l’efficienza che queste tecnologie ci offrono. Così, però, e spesso senza chiederci criticamente che cosa stia succedendo, diventiamo gli autori inconsapevoli di un cambiamento sociale: le nuove tecnologie ci allontanano dall’altro che spesso appare ormai soltanto come disturbo insolente, nel migliore dei casi, oppure addirittura come oggetto di odio pregiudiziale. Tale “scomparsa dell’altro” è causato dal fatto che con i dispositivi digitali, il soggetto contemporaneo ha trovato un modo di gestirsi comodamente “da solo”, persino le comunicazioni con gli altri che vuole intraprendere o interrompere. La realtà si “trasferisce” sempre di più nella mediazione tecnologica, cioè nei “dati”, e siamo sempre meno in grado, o disposti, ad “ascoltarla”. Ciò che stiamo perdendo, in altre parole, è la capacità di attenzione: come dimostrano gli studi, essa è drasticamente diminuita, e ciò proprio nella misura in cui le continue “notifiche” sui cellulari ci bombardano, distogliendoci da quella «generosità» che si realizza quando si sta veramente attenti all’altro. Per la filosofa francese Simone Weil, infatti, l’attenzione è «la forma più rara e più pura della generosità», mentre «le cattive azioni sono quelle che velano la realtà delle cose e degli esseri oppure quelle che assolutamente non commetteremmo mai se sapessimo veramente che le cose e gli esseri esistono».

In altre parole, le “nuove cattiverie” che si realizzano con le tecnologie digitali – e che il legislatore cerca di trasformare man mano e con tutte le difficoltà del caso in fattispecie penali – sono espressione di un cambiamento più profondo nelle nostre relazioni e nella nostra democrazia: ossia che non prestiamo più attenzione gli uni agli altri, che preferiamo escludere e polarizzare anziché includere e costruire vere solidarietà. Non ci accettiamo più con le nostre fragilità e particolarità “biologiche” perché nel mondo dell’efficienza dei dati esse sono diventate solo “valori statistici”: il volto dell’altro, che chiede la mia attenzione, perde la sua rilevanza. Ciò che è in gioco, quindi, è l’umanità della nostra società e la comprensione della democrazia come quella forma politica tramite la quale essa si può adeguatamente esprimere.

Parlare dell’attenzione per il concreto altro, con le sue fragilità e vulnerabilità, e contribuendo a una società che si prende cura delle relazioni “generose” tra le persone, è un compito che ci pongono proprio le nuove tecnologie: in questo senso, esse sono da comprendere come occasione di riscoprire qualcosa che molti danno già per “persa” o “perduta”. Invece, un “umanesimo digitale” – l’affermazione dei valori della persona nella sfera digitale – è ancora possibile, e un convegno nei prossimi giorni vuole chiarirne alcuni tratti fondamentali: si tratta del “Colloqui philo-tech” (un incontro tra competenze filosofiche e tecnologiche) della Cattedra Rosmini presso l’Università di Lugano, dal 10 all’11 ottobre (sempre a partire dalle 9 del mattino). La partecipazione da remoto (online) è possibile, e tutte le informazioni si trovano a questo link.

Markus Krienke

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