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Approfondimenti  

Genitori e figli adolescenti: il segreto è camminare accanto

Genitori e figli adolescenti: il segreto è camminare accanto

Le sfide educative: in dialogo con le psicologhe Luisella Porporato ed Elonora Mastroprimiano

Venerdì 6 febbraio presso la parrocchia Spirito Santo, nella cornice della festa di don Bosco, le psicologhe Luisella Porporato ed Elonora Mastroprimiano hanno tenuto un incontro sul tema dell’educazione. La serata è stata promossa dall’associazione “Il Sicomoro” che da dieci anni prosegue ininterrottamente la sua attività di aiuto ed affiancamento alle famiglie.

Al termine dell’incontro abbiamo voluto rivolgere alcune domande alle due psicologhe.

Che cosa significa oggi “accompagnare” un adolescente lungo il suo percorso di crescita?

Luisella – Accompagnare la crescita dei figli rappresenta una delle sfide più complesse che ogni genitore si trova ad affrontare. Accompagnare significa “camminare accanto”, non per trattenere a sé, ma per favorire una progressiva autonomia e indipendenza. Il compito dei genitori è quello di sostenere i figli lungo il percorso, rispettando l’individualità e trasmettendo fiducia. La capacità dell’adolescente di conquistare autonomia e costruire una solida identità adulta non può prescindere dallo sguardo di rimando che gli giunge dai genitori, uno sguardo che contribuisce in modo determinante a definire l’immagine che egli avrà di se stesso.

Che impatto ha il clima familiare sul comportamento e sul benessere psicologico degli adolescenti?

Luisella – Il processo di crescita è costellato di molteplici episodi ed eventi caratterizzati da particolare intensità, ai quali giustamente attribuiamo una grande importanza, per esempio il primo giorno di scuola, i compleanni, le prime esperienze vissute in autonomia. Non dobbiamo, però, dimenticare che lo sviluppo si realizza quotidianamente anche all’interno di un contesto di sfondo, che possiamo descrivere come il “microclima” relazionale in cui viviamo. Si tratta di una dimensione sottile, spesso impalpabile, che si dispiega nel tempo con una intensità più bassa, ma che risulta fondamentale nel processo di crescita. Lo sfondo emotivo all’interno del quale bambini e adolescenti vivono quotidianamente contribuisce, infatti, a plasmare attivamente il loro modo di percepire se stessi, gli altri e il mondo, influenzando lo sviluppo emotivo, relazionale e cognitivo e ponendo le basi per il benessere psicologico futuro.

Che differenza c’è tra porre limiti efficaci e assumere uno stile educativo troppo rigido o, al contrario, troppo permissivo?

Eleonora – La differenza sta nella qualità della relazione che accompagna il limite. Un limite efficace non è solo una regola, ma un messaggio relazionale: dice all’adolescente «ti vedo, ti tengo a mente e mi prendo la responsabilità di guidarti». Lo stile rigido si concentra sul controllo e sull’obbedienza, spesso le regole vengono dettate senza essere seguite da una spiegazione. Il messaggio implicito diventa: «le tue emozioni non contano, devi adeguarti». Questo può portare a ribellione, chiusura o conformismo apparente. L’adolescente rischia di aderire alla norma solo per paura delle conseguenze e non perché l’abbia interiorizzata. Lo stile permissivo, invece, nasce spesso dalla paura di perdere il legame. Il limite viene evitato per non entrare in conflitto, ma il messaggio che arriva è «devi cavartela da solo». Paradossalmente, l’assenza di limiti aumenta l’insicurezza.

È solo nello stile autorevole che il limite diventa davvero efficace: è chiaro, coerente e motivato, accompagnato da ascolto e riconoscimento emotivo. Non elimina il conflitto, ma lo rende sostenibile e trasformativo.

Quanto è importante il ruolo dell’ascolto e della validazione emotiva nell’educazione durante l’adolescenza, e perché risulta così difficile per gli adulti?

Eleonora – L’ascolto e la validazione emotiva assumono un ruolo centrale. L’adolescente è impegnato in un compito evolutivo molto complesso: costruire un’identità autonoma mantenendo, allo stesso tempo, un legame significativo con le figure adulte di riferimento. In questa fase, l’ascolto e la validazione emotiva non sono semplici “buone pratiche educative”, ma veri e propri strumenti di regolazione emotiva e di sviluppo psicologico. Sentirsi ascoltati e riconosciuti nelle proprie emozioni consente agli adolescenti di dare un senso a ciò che provano, di non vivere le emozioni come qualcosa di sbagliato o eccessivo e, soprattutto, di imparare gradualmente a gestirle. È così che si sviluppano competenze fondamentali come l’autoregolazione, la fiducia in sé e la capacità di chiedere aiuto. L’ascolto autentico è un’operazione emotivamente impegnativa anche per l’adulto. Richiede di sospendere il giudizio, di tollerare emozioni intense come rabbia, tristezza, frustrazione e di rinunciare all’idea di dover “aggiustare” subito la situazione. È bene sottolineare che “validare” non significa giustificare qualsiasi comportamento, ma riconoscere l’emozione che lo sottende. Posso dire a un adolescente: «Capisco che tu sia arrabbiato e ferito» senza per questo approvare un comportamento aggressivo o disfunzionale.
La validazione emotiva crea un terreno relazionale sicuro, all’interno del quale è poi possibile introdurre limiti, regole e responsabilità. Senza questa base, le regole rischiano di essere percepite solo come imposizioni o rifiuti.
Molti adulti, spesso senza rendersene conto, rispondono alle emozioni degli adolescenti attivando le proprie: paura, senso d’impotenza, ansia educativa. Questo li conduce a risposte difensive come la minimizzazione («non è niente»), la razionalizzazione («devi capire che…»), il controllo («adesso basta»). Sono modalità che in qualche modo difendono e proteggono l’adulto da un vissuto emotivo spiacevole, ma che difficilmente aiutano il ragazzo a sentirsi accolto.

Quali segnali di disagio psicologico negli adolescenti vengono più frequentemente sottovalutati o normalizzati dagli adulti?

Eleonora – Molto spesso vengono sottovalutati i segnali “silenziosi”. Pensiamo al ritiro sociale, all’apatia, alla perdita di interesse per ciò che prima era significativo. Questi comportamenti vengono facilmente attribuiti a “pigrizia”, “fase” o “carattere”.

Anche l’irritabilità cronica viene normalizzata: l’adolescente arrabbiato viene visto come “difficile”, quando spesso la rabbia cela una forma di sofferenza.

Un altro segnale frequentemente minimizzato è “l’iperfunzionamento”: ragazzi sempre impegnati, sempre performanti, che non si fermano mai. Questo viene spesso premiato dagli adulti, ma può nascondere ansia intensa, paura di fallire e l’attribuzione del valore di sé legato esclusivamente alla performance e ai risultati.

In generale, ciò che preoccupa meno è ciò che dovrebbe preoccuparci di più: non il comportamento eclatante, ma il cambiamento rispetto al funzionamento abituale del ragazzo. Questo non perché il comportamento “eclatante” non debba destare preoccupazione, ma perché il fatto che sia qualcosa di manifesto rende più facile l’attivazione dell’adulto e la possibilità di trovare supporti adeguati. I cambiamenti silenziosi hanno più probabilità di essere normalizzati finché il malessere non raggiunge un livello talmente elevato da portare talvolta a condotte autopunitive.

In che modo l’impatto delle tecnologie digitali sta influenzando lo sviluppo emotivo e relazionale negli adolescenti?

Luisella – Le tecnologie digitali rappresentano oggi una grande opportunità per le nuove generazioni: permettono, ad esempio, di comunicare in modo immediato, annullando le distanze fisiche e riducendo i tempi di risposta. Tuttavia, comportano anche diversi rischi. Gli adolescenti vivono oggi forme di socializzazione “ibride”, in cui l’online può prevalere sull’offline con il rischio di un impoverimento delle relazioni nella vita quotidiana. Sempre più frequentemente, tra gli adolescenti si osservano forme di dipendenza dagli schermi, a cui possono associarsi disturbi dell’attenzione, privazione del sonno, disturbi comportamentali. I genitori hanno il compito di promuovere un uso equilibrato di questi strumenti, stabilendo, per esempio, regole chiare e aprendo un dialogo con i figli sui possibili rischi associati ad un utilizzo eccessivo. Allo stesso tempo, è importante incoraggiare attività alternative che non prevedano l’uso diretto dei dispositivi digitali, come lo sport o altre esperienze di socializzazione offline.

In che modo si può trasmettere la fede agli adolescenti di oggi?

Eleonora – Credo che la fede oggi non si trasmetta tanto per prescrizione, bensì per testimonianza. Gli adolescenti sono particolarmente sensibili all’autenticità: rifiutano i discorsi astratti, ma sono molto attenti a ciò che vedono incarnato negli adulti. Trasmettere la fede significa, a mio avviso, prima di tutto mostrare che essa ha a che fare con la nostra vita reale: con il dolore, il dubbio, il limite, la ricerca di senso. Un adolescente non si avvicina alla fede se la percepisce come un insieme di regole o risposte preconfezionate, ma può interessarsene se la vede come uno spazio in cui è legittimo porsi domande.

È fondamentale anche accettare il dubbio come parte del percorso. La fede adolescenziale, quando c’è, è spesso fragile, intermittente, critica. Cercare di controllarla o forzarla rischia di produrre solo distanza.

Infine, penso che la fede passi attraverso relazioni significative: adulti capaci di ascoltare, di non scandalizzarsi, di restare presenti anche quando l’adolescente prende strade diverse. In questo senso, forse la fede non deve tanto essere insegnata, bensì offerta come possibilità.

Joram Gabbio

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