2 Giugno 2026
Azione Cattolica e Bachelet nell'Italia degli anni 70
Il rinnovamento dell’Azione Cattolica nel contesto delle profonde tensioni sociali e del terrorismo che hanno attraversato l’Italia negli anni Settanta.
«Le vicende dell’Azione Cattolica italiana negli anni Settanta del Novecento sono lo specchio delle molte tensioni della società italiana in quel decennio di rapide e inaspettate trasformazioni. Le fibrillazioni sociali alimentate dalle contestazioni studentesche e operaie, la crisi economica accelerata dallo “choc petrolifero”, la messa in discussione degli equilibri del sistema politico mentre si alzava la sfida dell’estremismo terroristico e, sul piano religioso, la recezione contrastata dell’aggiornamento del Concilio Vaticano II ebbero ricadute considerevoli sull’associazione che nel 1969 aveva approvato il suo nuovo statuto».
Così, sapientemente, scrive la storica Marta Margotti, docente di Storia contemporanea a Torino e autrice di numerosi studi sulla Chiesa, italiana e torinese, in particolare sulla pastorale del mondo del lavoro, i cappellani di fabbrica, i preti operai. Margotti e il professor Paolo Tronfini – docente a Parma, già presidente dell’Istituto di storia dell’Azione Cattolica e del movimento cattolico in Italia (Isacem) «Paolo VI», purtroppo morto recentemente – hanno curato L’Azione Cattolica negli anni Settanta. Scelte e percorsi dell’AC dopo la riforma dello Statuto del 1969, un sostanzioso e documentato volume di oltre 300 pagine pubblicato nel 2025 da AVE.
La scuola media unica e le riforme basilari
Volume importante che permette di rileggere un decennio della storia non solo dei cattolici e della loro associazione più qualificata, ma anche la storia del Paese nelle sue svolte decisive. Sul piano sociale e politico negli anni Settanta si realizzano riforme di importanza strategica maturate nei due decenni e mezzo del secondo dopoguerra, dopo l’introduzione della scuola media unica, la legge 1859 del 31 dicembre 1962, promossa con molto lodevole impegno dalla Democrazia Cristiana e ferocemente osteggiata dal Partito Comunista: «È la scuola dei ricchi». Le principali riforme sono: istituzione delle Regioni (1970), statuto dei lavoratori (1970), introduzione del divorzio (1970), asili nido (1971), tutela delle lavoratrici madri (1971), tempo pieno nelle scuole (1971), obiezione di coscienza al servizio militare (192), tutela del lavoro a domicilio (1973), nuovo diritto di famiglia che pareggia diritti e doveri tra uomo e donna ((1975), consultori per la salute femminile (1975), riforma penitenziaria (1975), legge per la tutela dell’acqua (1976), servizio sanitario nazionale per tutti (1978) grazie al ministro della Sanità l’onorevole dc Tina Anselmi, depenalizzazione dell’aborto (1978), legge Basaglia che chiude i manicomi (1978), equo canone per gli affitti (1978).Merita osservare che gli specialisti, nell’affrontare i 13 capitoli, hanno potuto attingere all’enorme tesoro custodito negli archivi dell’AC: convocazioni, verbali, relazioni, ordini del giorno e tutta la documentazione dei vari incontri degli organi statutari, da quelli centrali a quelli periferici.
Lo Statuto della «scelta religiosa» (1969)
Per la docente Margotti «l’avvio della stagione della “scelta religiosa” può essere compreso solo se inserito in questo quadro mutevole in cui l’AC è protagonista e spettatrice degli eventi che scandirono il decennio». Lo statuto del 1946 rendeva l’AC «opera privilegiata» della gerarchia cattolica alla quale tutte le altre associazioni dovevano subordinarsi e fare riferimento. Lo statuto del 1969 riconosce a tutti i movimenti e associazioni non AC maggiore indipendenza e libertà di azione. Nel 1959 Giovanni XXIII nomina presidente il torinese Agostino Maltarello, braccio destro di Luigi Gedda. Cinque anni dopo, nel giugno 1964, Paolo VI nomina presidente il romano Vittorio Bachelet e assistente generale il genovese mons. Franco Costa, che era stato con Giovanni Battista Montini nella FUCI, e li incarica di redigere il nuovo statuto conciliare su queste fondamenta: scelta religiosa, primato della formazione, corresponsabilità dei laici, netta distinzione dalla politica, attenzione sociale, sensibilità culturale, impegno catechetico e missionario.
Negli anni Settanta l’associazione – che fino al Concilio Vaticano II (1962-65) è considerata «unigenita» – è segnata dalla guida ai vertici come presidenti di due uomini di grande valore, Vittorio Bachelet (1969-1973) e Mario Agnes (1973-1981), «ma ancor più fu solcata dagli animatissimi dibattiti interni, dalla riconfigurazione nelle diocesi e dal nuovo atteggiamento assunto rispetto alla politica, e in particolare verso la Democrazia cristiana. Di fronte alla “crisi” dell’AC, crebbe la sfiducia di una parte dell’episcopato, del clero e dei fedeli su un’associazione portatrice del progetto di rinnovamento del Concilio, che cerca una via mediana tra le punte più urticanti del “dissenso” cattolico e le vigorose nostalgie per una società cristiana ormai tramontata».Per decenni era stata dominata dal prof. Luigi Gedda che, dopo lo sconquasso della Seconda guerra mondiale, aveva fatto dell’AC l’incubatrice di numerosissime e attivissime associazioni (Nota 1):
Nota 1 – È abbastanza complicato orientarsi nella «grande selva» dell’AC. Senza pretese di esaustività si può elencare. A) Movimenti nati o legati all’Azione Cattolica: Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI) (1896); Movimento studenti di Azione Cattolica (MSAC) (le origini all’inizio del Novecento, la nascita nel 1969); Movimento lavoratori di Azione Cattolica (MLAC) (1936); Movimento di impegno educativo di Azione Cattolica (MIEAC) (1990); Movimento ecclesiale di impegno culturale (MEIC) (1980, erede del Movimento Laureati di Azione Cattolica del 1932). B) Associazioni cattoliche nate durante e dopo la Seconda guerra mondiale: Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani (1944) fondata dal comasco Achille Grandi; Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti (1944) fondata dal novarese Paolo Bonomi; Centro Sportivo Italiano (1944) sulla spinta di Gedda e Carlo Carretto; Movimento Maestri di AC (1946) poi Movimento di Impegno Educativo di AC (1989): tra i fondatori Carretto; Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi (1944) istituita dall’astigiano Gesualdo Nosengo; Associazione Cattolica Medici Italiani (1944): tra i fondatori Gedda e il torinese Agostino Maltarello; Centro Italiano Femminile (1944); Unione Cattolica Farmacisti Italiani (1946): il primo nucleo si forma a Torino per iniziativa di Pietro Olivieri e Cristoforo Masino; Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti (1947); Centro Volontari della Sofferenza (1947) fondato dal casalese don Luigi Novarese, beato dal 2013; Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (1948): tra i fondatori Giulio Pastore, genovese di nascita e novarese di adozione; Unione Giuristi Cattolici Italiani (1948); Centro Turistico Giovanile (1949) su spinta di Gedda e Carretto; Comunione e Liberazione (1954) fondata dal milanese don Luigi Giussani; Unione Cattolica Stampa Italiana (1959): tra i fondatori giornalisti cattolici di grido: Federi co Alessandrini, Giuseppe Dalla Torre, Guido Gonella, Raimondo Mazini, Pietro Pavan, Andrea Spada, Michele Trabucco.
Una pietra sopra all’AC geddiana e pacelliana
L’AC geddiana è centralista e autoritarista, movimentista e attivissima secondo lo spirito pacelliano. Non si può dimenticare che Gedda inventò i «Comitati civici» che affiancarono la Democrazia cristiana nella vittoria sul fronte socialcomunista nelle fondamentali elezioni politiche del 18 aprile 1948. Dopo l’AC geddiana, per Margotti «addentrarsi negli anni Settanta dell’AC significa osservare con occhio critico un passaggio rilevante nella storia dell’Italia repubblicana e del cattolicesimo».
Nel 1954 l’Azione Cattolica conta 2 milioni e 500 mila iscritti, dei quali un milione e 700 mila Gioventù Femminile (GF) e Gioventù italiana di Azione Cattolica (GIAC); nel 1959 tocca il massimo, 3.372.000. Ma dopo il Concilio inizia una sostanziosa erosione di iscritti che rotolano a 400 mila nel 2012 e poi sempre più giù.
Determinante il nuovo Statuto conciliare, approvato nel 1969. Esso «rappresenta un passaggio decisivo per la storia dell’AC italiana, da moltissimi punti di vista. La sua adozione diede forma e sostanza alla scelta di ripensare l’associazione come strumento del rinnovamento conciliare di tutta la Chiesa italiana» scrive lo storico Matteo Truffelli illustrando La politica e la scelta religiosa come difficile ricerca di un punto di equilibrio. Lo Statuto è importante punto di arrivo: con esso l’AC vara una nuova fase «di ricomprensione della propria natura e della propria collocazione ecclesiale, culturale e politica» per cui deve misurarsi con una serie di problemi di grande rilievo: gestire una complessa riorganizzazione strutturale ed economica (Gedda aveva lasciato in eredità decine di impiegati nella sede centrale di Roma, per i quali Bachelet deve trovare un nuovo posto di lavoro, n. d. r.); fare i conti con un vertiginoso calo degli aderenti; favorire la metabolizzazione delle novità per consentire a tutte le componenti di acquisire dimestichezza con la scelta unitaria e «con una forma di democrazia interna da mantenere in delicata armonia». Per Truffelli «lo Statuto pone l’esigenza di chiarire meglio le implicazioni della scelta religiosa, riconfigurando forme, contenuti, prerogative e limiti del modo con cui l’associazione era tenuta a contribuire allo sviluppo della società italiana. È questo un grande merito di Vittorio Bachelet, come documentano molti suoi interventi come le sue relazioni ai convegni dei presidenti diocesani e come documenta, tra gli altri, il contributo di Ernesto Preziosi Obbedienti in piedi.
Bachelet spiega pazientemente la nuova AC
La «scelta religiosa» impegna l’AC e i suoi aderenti sul terreno sociale e politico. Un lavoro condotto all’interno dell’associazione, ma rivolto anche all’esterno, per sgombrare il campo dagli equivoci, reali o strumentali, che ancora si addensavano attorno al significato autentico della scelta compiuta. Nei mesi e negli anni successivi il gruppo dirigente nazionale constata che sia in ambito ecclesiale sia in ambito politico persistono ancora molti pregiudizi circa la portata e le ragioni fondanti della svolta realizzata, motivo cui Bachelet è costretto a tornare «più volte sul punto», per ribadire che la scelta religiosa non doveva essere interpretata, come «alcuni amici» continuavano a fare, «come disimpegno o come silenzio di fronte ai problemi spirituali e morali emergenti nella società italiana».
La «scelta religiosa» non è questo, spiega pazientemente Bachelet in un’infinità di occasioni e di interventi orali e scritti. È, se mai, un impegno più rigoroso a ritrovare le radici della fede e a viverla con coerenza. Scelta religiosa è anche capacità di aiutare i cristiani a vivere la loro vita di fede in una concreta situazione storica, ad essere «anima del mondo» – come asserisce la Lettera a Diogneto – cioè fermento, seme positivo per la salvezza ultima, ma anche servizio di carità non solo nei rapporti personali, ma nella costruzione di una città comune in cui ci siano meno poveri, meno oppressi. Allora la «scelta religiosa» insegna al cristiano che la testimonianza di carità diventa impegno civile e politico che non può delegare al gruppo o alla comunità ecclesiale, ma alla cui coscienza e responsabilità il gruppo e la comunità ecclesiale devono formarlo.
Nonostante il lavoro di scavo e condivisione compiuto dal Consiglio nazionale nel corso di tutto il primo triennio del dopo Statuto, e malgrado la chiarezza delle spiegazioni di Bachelet, il problema di individuare con precisione confini, forme e strumenti con cui l’associazione può e deve occuparsi della realtà sociale e politica continua ad accompagnare e ad agitare il cammino dell’AC. Non è certo per caso – notano gli storici nel volume – che «nel lungo discorso ai delegati della seconda Assemblea nazionale Paolo VI sottolinei l’importanza “di evitare il pericolo del disimpegno” e incoraggi i soci a “spendersi generosamente in un coerente impegno temporale”, facendo attenzione a distinguere “doverosamente tra quanto è compito dei singoli laici, e laici cristiani, e quanto è doveroso e possibile all’AC in quanto tale». Un ruolo determinante gioca, nei cruciali anni post-conciliari, anche l’episcopato italiano, abituato a un’AC clericalizzata e collaterale alla DC, che a parole ribadisce «la validità e la necessità dell’AC come segno e strumento per la partecipazione del popolo di Dio alla missione pastorale della Chiesa». Non per nulla Paolo VI, al Consiglio nazionale nel gennaio 1975, sottolinea con enfasi l’importanza della «comunione con la Gerarchia», da esercitare «con spirito di fraterno e fattivo servizio» rimanendo sempre «in perfetta sintonia di pensiero e di operazione, e in piena conformità col magistero». Al tempo stesso, il Papa bresciano ha parole di fiducia e apprezzamento per la «fedele e forte» associazione e la incoraggia a non lasciarsi «spaventare né paralizzare dalle difficoltà» di quegli anni. E, parlando nel luglio 1975 agli assistenti, si dice sicuro che l’AC – nonostante «subisca delle prove» – rappresenta ancora, «specie dopo l’esperimento dei suoi Statuti, uno strumento validissimo, anzi primario di apostolato. Là dove c’è l’Azione Cattolica, la comunitàcristiana è viva: è un fatto incontrovertibile». Anche mons. Enrico Bartoletti, segretario della Conferenza episcopale italiana, intervenendo nell’ottobre 1976 come relatore a un incontro di studio promosso in preparazione al primo convegno ecclesiale nazionale «Evangelizzazione e promozione umana» (Roma, 30 ottobre-4 novembre 1976) sprona l’AC a sentirsi pienamente partecipe della preparazione del convegno ecclesiale. Le stragi della destra e gli attentati della sinistra Preziosa fonte di notizie e riflessioni «sono le gloriose riviste dell’AC e di altri di quel tempo»: Segno nel mondo, Ricerca, Coscienza, Iniziativa, Orientamenti sociali, Orientamenti pastorali, Responsabilità, Presenza pastorale e Quaderni di pastorale giovanile. «Esse testimoniano un dibattito serrato anche su tematiche più politiche e più terrene, considerando che l’AC sta dentro la Nazione italiana, non è una controparte, partecipa a suo modo e secondo le sue capacità a mantenere questa nazione nella sua complessiva identità». E cita un preoccupato editoriale di Ernesto Preziosi in Ricerca, quindicinale della FUCI, nell’aprile 1970. Lo afferma il prof. Andrea Argenio illustrando «Fascismo e antifascismo. L’AC di fronte alla violenza politica di estrema destra (1969-74)».
La violenza politica e il terrorismo di estrema sinistra negli anni successivi emergono in maniera evidente, colpendo anche uomini dell’AC: il presidente della DC Aldo Moro, già presidente del Consiglio e segretario della DC, è rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma, e cinque uomini della sua scorta sono massacrati: dopo 55 giorni di prigionia, è ucciso il 9 maggio 1978 e il corpo ritrovato in via Caetani. L’Italia scende in piazza, 40 mila torinesi si accalcano in piazza San Carlo e a sera migliaia affollano il Duomo per la Messa dell’arcivescovo Anastasio Alberto Ballestrero.
Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura e già presidente dell’AC, assassinato dai terroristi il 12 febbraio 1980 all’Università di Roma. L’ingegnere Giuseppe Taliercio, direttore del Petrolchimico Montedison di Marghera (Venezia) ucciso il 5 luglio 1981 dopo 46 giorni di prigionia.Sul terrorismo di destra il giudizio è netto e senza sconti: «Questi gruppi non possono che volere il colpo di Stato, e vanno perseguiti ovunque si annidino, soprattutto se al di fuori del fascismo dichiarato». L’Azione Cattolica doveva essere parte di questo processo, pensando al lavoro di formazione per gli operatori della pubblica amministrazione e dei pubblici servizi. Gli interventi di Bachelet al Consiglio nazionale nel 1970-73 mettono in evidenza «l’incupirsi della situazione sociale e l’aumento degli episodi di violenza politica, eventi che richiamano ancora una volta l’impegno a formare coscienze cristiane in grado di costruire un mondo più giusto e più aperto ai disegni di Dio». Concetti questi riecheggiati anche dall’assistente generale mons. Franco Costa, grande amico di Paolo VI: «La situazione italiana è molto difficile; la nostra scelta religiosa non significa porci al di fuori della storia, significa piuttosto educare le coscienze e richiamare i valori del nostro Paese». Secondo Costa non è vero che «la scelta religiosa disimpegna da quella temporale; per il cristiano ne è il presupposto, è l’educazione alla corresponsabilità e alla partecipazione, è impegno che parte da Dio e raggiunge ogni uomo come fratello di pari dignità e pari diritti».Ci si chiede se è lecito parlare di «violenza giusta». Il dramma, secondo Bachelet, «è che la violenza viene indicata come il metodo solutivo dei problemi e non per una eventuale legittima difesa», ma anche tra i cristiani cresce «il mito della violenza liberatrice», motivo in più per non rifuggire da un’etica della responsabilità e della partecipazione.
Il contestato (anche dai cattolici) referendum sul divorzio
Sulla contestazione giovanile e sulla mobilitazione negli atenei, nel 1973 Segno nel mondo pubblica un’intervista a Giuseppe Lazzati, rettore dell’Università Cattolica di Milano, intellettuale di riferimento del mondo cattolico democratico: «Conveniva che istituti, organismi, associazioni e gruppi cattolici, se vo[levano] mantenere una ‘credibilità’, d[ovesser]o profondamente o mutare o aggiornarsi»; e ammette che l’Università Cattolica si trova in un momento di crisi di identità, per cui molti credenti trovano difficoltà a identificarsi con il suo progetto. E chiede di recuperare «lo spirito del dialogo e del confronto per formulare un progetto condiviso». Nelle elezioni amministrative del 1975 c’è un notevole slittamento a sinistra e nelle principali città italiane si insediano le «Giunte di sinistra». Slittamento che prosegue nelle politiche anticipate del giugno 1976. L’opinione pubblica e mass media guardano al convegno EPU – «Stati generali» della Chiesa italiana che non ha paragoni con le altre Chiese europee – con interesse, in modo che la Chiesa nazionale e le associazioni cattoliche possono riflettere sul proprio itinerario postconciliare. Il convegno poteva e doveva interpretare e declinare questi cambiamenti nel tentativo di ricollocare in una posizione centrale il tema dell’evangelizzazione legato strettamente a quello della promozione umana. Chi vi ha preso parte – come il sottoscritto – ne conserva ancora un ricordo vivo e commosso. Seguiranno, a scadenza quasi decennale, i convegni di Loreto (1985), Palermo (1995), Verona (2006) e Firenze (2016). Anche questi furono seguiti da chi scrive il quale si rammarica molto che Papa Francesco, dopo aver partecipato all’assise fiorentina, abbia di fatto posto termine all’esperienza, a beneficio di una «sinodalità» della Chiesa universale e delle Chiese locali ancora tutta da chiarire e definire.
Vittorio Bachelet, un italiano serio e giusto
Nella storia dell’Azione Cattolica si staglia la storica figura di Vittorio Bachelet, nato un secolo fa (1926-20 febbraio-2026). Lo avvicinai dopo la cerimonia di inaugurazione dell’Anno giudiziario a Torino nel 1978. Mi bastarono pochi minuti per capire che era un italiano serio e giusto, uno dei migliori uomini dell’Italia del dopoguerra, giurista e politico, docente universitario e cristiano tutto d’un pezzo. Erano i primi giorni del 1978, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro, delle dimissioni del presidente Giovanni Leone e dell’elezione di Sandro Pertini, dei tre Papi – la morte di Paolo VI, l’elezione e la morte di Giovanni Paolo I, l’elezione di Giovanni Paolo II – e dell’ostensione della Sindone a Torino con tre milioni di visitatori. Il 18 maggio, anche sotto la spinta irrazionale della «vicenda Icmesa» di Seveso (Milano), è approvata la legge 194 sull’interruzione volontaria della maternità, in vigore dal 5 giugno. La Chiesa ricorda con il Concilio: «L’aborto e l’infanticidio sono delitti abominevoli».
Il vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, si disse seriamente preoccupato per il primo processo ai 49 capi storici delle Brigate Rosse, che sarebbe iniziato il 9 marzo nell’aula-fortino della caserma «Lamarmora». A Torino nel 1977 erano caduti, sotto il piombo dei terroristi, quattro uomini-simbolo: il brigadiere dell’antiterrorismo della P. S. Francesco Ciotta; il presidente dell’Ordine degli avvocati Fulvio Croce; lo studente-lavoratore Roberto Crescenzio arso vivo dalle bombe molotov; il vicedirettore de La Stampa Carlo Casalegno. Quel mattino, tra ermellini e alte uniformi, il ministro di Grazia e Giustizia Francesco Paolo Bonifacio insignì della medaglia al valor civile la vedova dell’avvocato Croce. Poi Bachelet offrì con lucida profondità il suo contributo all’assemblea dei pubblici amministratori e degli operatori della giustizia intenti a scandagliare una crisi troppo grave, per risolvere la quale non bastavano il brodino e i pannicelli caldi. Tre anni dopo all’Università «La Sapienza» di Roma i criminali delle BR stroncano a 54 anni la vita di Vittorio Bachelet che aveva appena tenuto lezione nell’aula intitolata ad Aldo Moro. Il 12 febbraio 1980, mentre conversa con l’assistente Rosy Bindi che lo accompagna sulle scale, è colpito con sette proiettili calibro 32 Wincester. Sparano i terroristi Annalaura Braghetti e Bruno Seghetti. Informa un dispaccio dell’Ansa: «Il prof. Bachelet è stato ucciso sulle scalinate della facoltà di Scienze politiche dove è tuttora in corso un’assemblea contro il terrorismo, cui il docente universitario, doveva partecipare insieme all’on. Stefano Rodotà e al senatore Luciano Violante». Rosy Bindi – co-presidente con Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, del «Comitato per il NO» al referendum del marzo 2026 – ha scritto una pregevole e commovente testimonianza su La Voce e il Tempo del 15 febbraio 2026 «Quel giorno in cui fu assassinato».
Già da bambino è iscritto all’Azione Cattolica
Vittorio Bachelet nasce a Roma il 20 febbraio 1926. Ultimo di nove fratelli, ancora bambino – una vita «nella» e «per la» Azione Cattolica – a 8 anni prende la tessera di «fanciullo» di AC. Finiti i tempi delle adunate oceaniche, dell’appiattimento sulla DC, dell’identificazione con i Comitati civici, l’Azione Cattolica torna all’intuizione originaria. Iscritto a Bologna, dove vive la famiglia, che poi si trasferisce a Roma. Dopo la maturità classica si iscrive a Giurisprudenza e milita nella Federazione degli universitari cattolici (FUCI). Si laurea nel 1947 con 110 e lode su «I rapporti fra lo Stato e le organizzazioni sindacali». Formatosi alla scuola di preti eccellenti come Emilio Guano e Franco Costa, si caratterizza per lo sforzo costante di sintesi tra fede e cultura: una fede che passa al vaglio della critica e in essa si purifica, e una cultura che apre pazientemente le vie alla fede. In questo impegno è vicino ad altri uomini come Igino Righetti – uno dei «padri» del Movimento Laureati Cattolici -, Aldo Moro e Giovanni Battista Montini, il mitico assistente della FUCI degli anni Venti e Trenta in decenni «ammorbati» dalla dittatura fascista.Accanto alla docenza universitaria, Bachelet si impegna nella ricostruzione dell’Italia dalle rovine della guerra nel Comitato per la ricostruzione e nella Cassa per il Mezzogiorno. Nel 1951 sposa Maria Teresa de Januario; il 13 aprile 1952 nasce la figlia Maria Grazia e il 3 maggio 1955 Giovanni. È docente di Diritto amministrativo nella Scuola della Guardia di Finanza e alle università di Pavia e Trieste, approda poi a Roma. Milita nell’Azione Cattolica e ne diviene uno dei principali dirigenti.
Dopo la stagione del movimentismo pacelliano, impersonato da Luigi Gedda, nel 1959 Giovanni XXIII nomina presidente il torinese Agostino Maltarello (1959-64) e vicepresidente Vittorio Bachelet. È la stagione del Concilio Vaticano II, al quale partecipano, come uditori laici, due ex presidenti dell’AC, l’avvocato vicentino Vittorino Veronese e il genetista e sindonologo, veneziano di nascita e torinese di attività, Luigi Gedda (presidente 1952-59). Grazie al Concilio, matura una nuova linea per l’Azione Cattolica impressa da Bachelet presidente, nominato nel 1964 da Paolo VI che lo conferma fino al 1973. Il nuovo statuto del 1969 indica che l’impegno dell’AC «è essenzialmente religioso e apostolico», senza estraniarsi dalla realtà ma immergendosi in particolare nel mondo del lavoro e nella cultura. Smobilita il grandioso apparato eretto da Gedda che aveva privilegiato l’organizzazione, il centralismo e l’efficienza. Sostenuto dal riformista Lazzati, Bachelet riesce a operare il trapasso senza eccessive convulsioni dando all’AC una dimensione più religiosa e spirituale, pastorale e missionaria, culturale e sociale. Il suo motto è: Rinnovare l’Azione Cattolica per attuare il Concilio, che è anche il titolo di un suo libro del 1966, che sollecita una vita associativa più democratica, un rinnovamento basato sulla liturgia e sulla Parola di Dio, una nuova corresponsabilità dei laici nella Chiesa e della società, un progressivo distacco dalla Democrazia Cristiana pur nell’amicizia con Aldo Moro. Nel volume Una scelta pastorale. Il convegno della Chiesa in Italia in vista del primo convegno nazionale EPU traccia il cammino di una possibile uscita dalla crisi: «La fase drammatica in cui si trova la storia del mondo e quella del nostro Paese ci fa sentire l’urgenza, da un lato, del nostro contributo di cristiani a uno sviluppo positivo; e dall’altro proprio questo cambiamento rapido ci rende più incerti e insicuri sulla possibilità stessa di dare un nostro contributo».
«Preghiamo per chi ha ucciso il mio papà»
Il grande salto della sua vita professionale avviene il 21 dicembre 1976 quando Bachelet è eletto dal Parlamento in seduta comune vicepresidente del Csm, l’organo di autogoverno dei magistrati, con un plebiscito di voti di tutti i partiti, meno i missini. E presidente del CSM è da sempre il presidente della Repubblica.
Il mio incontro con lui a Torino fu doverosamente breve – non un’intervista ma una battuta colta al volo in una selva di taccuini, microfoni e telecamere – ma mi colpì per la statura umana e religiosa; per la cultura giuridica e l’impegno laicale; per la totale fedeltà all’ideale cristiano, apertamente e coraggiosamente professato; per la comunicativa amabile; uomo mite, ottimista e realista; conoscitore degli uomini e dei tempi; molto preoccupato per le sorti Paese, a causa del terrorismo e per la crisi della giustizia. Non rimane alla finestra a vedere come vanno a finire le cose ma «si rimbocca le maniche», «si sporca le mani» e «indossa il grembiule» con spirito di servizio. Ha il massimo rispetto per il pluralismo, un’acuta attenzione ai valori umani e morali, da qualunque parte politica e sociale siano vissuti e testimoniati. Non si è servito dell’Azione Cattolica per fare carriera.
«Vogliamo pregare per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri». Le parole di Giovanni Bachelet scendevano come un coltello affilato nei cuori degli italiani la mattina di 46 anni fa. Anch’io seguivo con sgomento in televisione, il 14 febbraio 1980, i funerali di un uomo giusto e buono. Questo colpisce molto gli italiani, che assistono sorpresi a quella che è una «festa cristiana» nella quale il dolore è rischiarato dalla fede, la disperazione si tramuta in speranza. Il giorno dopo l’assassinio, all’udienza generale Papa Wojtyla esprime il suo dolore «per l’Italia insanguinata»: «Ho avuto occasione di conoscerlo personalmente collaborando con lui nel Pontificio Consiglio per i laici; ho conosciuto la sua famiglia, la consorte e i figli. A loro e a tutta la Nazione italiana esprimo il mio profondo dolore e la mia partecipazione».
Per una singolare coincidenza, qualche giorno prima, a Brandizzo (Torino) i Nuclei comunisti territoriali, in un assalto alla Framtek (Gruppo Fiat-Teksid) di Settimo Torinese, il 31 gennaio uccidono il sorvegliante Carlo Ala. La vedova Italina e le figlie Cristina, Caterina e Maria Pia invocano il perdono per gli assassini del padre, come Giovanni Bachelet. E così, nella logica del perdono, si trovano unite due famiglie, che non si conoscono e che vivono a 600 chilometri di distanza: quella dell’umile «guardione» Fiat e quella del numero due della magistratura. I terroristi rossi prendono di mira prevalentemente singoli o gruppi di persone, in quanto rappresentanti di idee e classi sociali: imprenditori e dirigenti; politici e giornalisti; forze di polizia (carabinieri, agenti e funzionari PS, guardie carcerarie); studenti e sindacalisti. In dieci anni in Italia il terrorismo rosso compie cinquemila attentati, con 455 morti, 4529 feriti. Torino e il Piemonte, per esempio, pagano un alto tributo di sangue: dal 22 luglio 1968 al 27 aprile 1982 venti morti. Con il terrorismo nero i neofascisti con le bombe compiono stragi gravissime, soprattutto sui treni per uccidere, ferire e annientare decine e decine di persone e gettare nel terrore l’opinione pubblica. strategia stragista portata avanti dall’estrema destra con l’intento di destabilizzare il Paese e favorire un intervento dei militari (Nota 2):
(Nota 2)
1969 – Il 25 aprile bombe ad alto potenziale alla Fiera e alla Stazione centrale di Milano: una ventina di feriti; l’8-9 agosto bombe rudimentali esplodono su otto treni in diverse località:12 feriti. Il 12 dicembre «la madre di tutte le stragi». Sette di tritolo alla Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano innesca la «strategia della tensione»: 17 morti e 88 feriti.
1970 – Il 22 luglio a Gioia Tauro (Reggio Calabria) una carica di tritolo fa saltare un tratto di binario a poche centinaia di metri dalla stazione provocando il deragliamento del «Treno del Sole» Palermo-Torino: 6 morti e 139 feriti. Nella notte 7-8 dicembre tentativo di colpo di Stato organizzato dal principe fascista Junio Valerio Borghese, ex comandante della X Mas, e il suo Fronte Nazionale.
1972 – Il 31 maggio strage a Peteano di Sagrado (Gorizia) un’auto esplode e colpisce una pattuglia di carabinieri: 3 morti, vari feriti.
1973 – Il 17 maggio una bomba lanciata fuori della Questura di Milano uccide 4 persone e ne ferisce una cinquantina
1974 – Il 28 maggio strage di piazza della Loggia a Brescia causata da una bomba nascosta in un cestino portarifiuti in una manifestazione sindacale: 8 morti, 103 feriti. Il 4 agosto una bomba ad alto potenziale sul treno «Italicus» Roma-Monaco di Baviera esplode a San Benedetto Val di Sambro (Bologna): 12 morti e 48 feriti. Ordine nero rivendica: «Abbiamo voluto dimostrare alla Nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare».
1980 – Il 2 agosto la strage peggiore di tutte alla stazione di Bologna. Esplode una bomba posizionata nella sala d’aspetto di seconda classe: 85 morti e 200 feriti.
1984 – Il 23 dicembre una bomba esplode sul treno rapido 904 Napoli-Milano, presso la Grande galleria dell’Appennino a Vernio (Prato): 15 morti e 267 feriti.
Ed è incredibile che a oggi non sia stata aperta, neppure in fase diocesana, la causa di beatificazione tanto che persin la laica «Wikipedia» scrive: «Nonostante la sua figura sia considerata un fulgido esempio di laico cristiano e servitore dello Stato, l’iter canonico non ha ancora avuto inizio ufficiale». Il nostro augurio è che l’autorità ecclesiale competente si dia una mossa.
Pier Giuseppe Accornero
Sacerdote, giornalista e scrittore
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