«Non ho inventato nulla. Ho scritto solo quello che ho visto e vissuto». È lapidario Farhad Bitani nel presentare il suo libro “L’ultimo lenzuolo bianco. L’inferno e il cuore dell’Afghanistan”.

Un’avventura editoriale scartata da numerosi editori e poi approdata alle stampa nel 2014, con la prefazione di Domenico Quirico. Farhad è intervenuto a Pinerolo lo scorso mercoledì 7 giugno per raccontare la realtà del suo paese e la sua “conversione”: da un islam fondamentalista e violento ad un islam senza armi e capace di mettersi in dialogo con tutti. Ha solo trent’anni Farhad eppure la sua storia sembra mettere insieme tutto il male e tutto il bene che l’Afghanistan può offrire. «Ero un bambino e ho visto violenze di ogni genere.

Uomini che stupravano donne per strada, stadi gremiti di gente per assistere a mutilazioni, lapidazioni e decapitazioni. Se vai a vedere – ci dicevano – Dio toglie i tuoi peccati». E poi le scuole coraniche «dove ci facevano imparare a memoria il Corano in arabo, una lingua che nessuno di noi capiva». Il Corano lo ha poi letto in Italia «e ho capito che nulla di quanto ci dicevano è scritto nel Corano. Nella scuola ci insegnavano solo l’odio e la violenza». Nato in una famiglia ricca e potente ha potuto assistere a tutte le contraddizioni di un paese martoriato dalle divisioni interne e dagli “appoggi” delle potenze straniere. «Ho camminato per le vie polverose di Kabul al fianco dei figli dei mujaheddin più danarosi. Io ero uno di loro…. Ma nello stesso tempo appartenevo anche ad altro».

Poi l’accademia militare in Italia. «Sono arrivato con lo “schifo” per gli infedeli. Ai cristiani non davo nemmeno la mano, se vedevo un ragazzo e una ragazza che si baciavano, sputavo per terra». Il cambiamento è avvenuto grazie a piccoli gesti di umanità. «Un cristiano mi aveva invitato a trascorrere le vacanze a casa sua. Una notte sono stato male, avevo la febbre altissima. Sua madre è entrata in camera mia e ha appoggiato la sua mano sulla mia fronte, come faceva mia mamma. Sono stati questi gesti a farmi cambiare». Farhad usa un’immagine efficace per descrivere questa conversione: «Se l’uomo riceve solo male il suo cuore diventa nero. Ma una piccola parte di cuore resta bianco e i gesti di umanità fanno crescere questa parte di cuore. Per è stata mia mamma a mantenere vivo il cuore bianco».

E Dio? «Esistono due dei. Uno falso, quello che creano gli uomini, quello che predicano i fondamentalisti per mantenere il loro potere e alimentare i loro interessi economici. E poi il Dio vero, quello che ci ha creati. Il Dio dell’amore».

Questo nuovo approccio con l’Islam gli è costato caro: «In tanti, da qualche tempo, hanno preso ad accusarmi di essere diventato un infedele. “Sei diventato un cristiano, ormai – mi dicono – dovremmo tagliarti la gola senza esitare”. Questa offesa mi ferisce perché è una menzogna. La verità è che chi mi accusa utilizza il nome dell’Islam per opprimere il nostro popolo».

Ad ascoltarlo e applaudirlo, nella sala “Pacem in terris” del Museo Diocesano, anche tanti musulmani del pinerolese. Qualcuno dal pubblico domanda dei terroristi, dei kamikaze. «In Afghanistan ogni giorno c’è gente che “si esplode”. Alcuni lo fanno perché costretti, altri perché fanno loro il lavaggio del cervello e altri ancora perché vengono drogati. In occidente è diverso. Qui i kamikaze neanche lo hanno mai letto il Corano. Lo fanno perché vivono nel niente. Il niente è il grande problema dell’Europa».

La medicina, per Farhad è riscoprire un Dio di misericordia. «Quando ho creduto che la mia strada si fosse interrotta e non ci fosse un futuro – scrive nel suo libro – Dio ha aperto per me una strada nuova. Il suo amore mi sospinge e mi mette dentro il desiderio di aiutare il mio popolo a ritrovare la via della giustizia e della pace, e tutti i popoli a sfuggire dal pericolo del fondamentalismo».

P.R.