Sicuramente il proverbio “L’Epifania tutte le feste porta via” non è mai stato molto popolare a Gran Dubbione. In questa località, ormai spopolata, di Pinasca, infatti, la festa per antonomasia – e che festa! – era quella di sant’Antonio Abate (17 gennaio) a cui ancor oggi è dedicata la chiesa parrocchiale.

Chi si ricorda gli anni del dopoguerra racconta: «La festa veniva già preparata il giorno prima: si recitava il rosario e ci si confessava; per l’occasione salivano da Dubbione, chiamati dal parroco, diversi sacerdoti». E dopo il rosario, la vigilia veniva celebrata «un po’ come fanno i valdesi» con dei falò, il più grande dei quali veniva acceso «a Serre Moretto sul piano vicino al camposanto», un punto sopraelevato visibile anche da lontano. «Dopo il falò – ricorda il “grandubionenc” Roberto Piombino – si facevano scoppiare i botti; avevo imparato a preparare i “cannoncini” da Cesare Lovera, poi quando lui morì ancora giovane, cominciai – avevo nove anni – a occuparmene io». Un’operazione oggi impensabile e non solo per un bambino: «Bisognava mettere una certa quantità di polvere nera, poi si riempiva la bocca del “mortaretto” con carta e polvere finissima di mattoni; non c’era la miccia, bastava un foglio di carta!» L’indomani, forse per ringraziare di essere sopravvissuti ai “botti”, «per la messa la chiesa era sempre piena piena e gli uomini, dai posti del coro dietro l’altare, cantavano. E poi c’era il pane di Sant’Antonio». E dopo la funzione altri botti festeggiavano il patrono e, alla festa che durava una settimana (e che non si esauriva con la parte religiosa), partecipavano non solo i locali ma anche gente da Dubbione e Pinasca, dal Podio e, addirittura, da Giaveno. Ancora Piombino racconta: «C’erano Osvaldo Usseglio e Roberto (non ricordo il cognome) che partivano dalla Provonda (ndr una frazione di Giaveno) uno con il clarino, l’altro con la fisarmonica e, anche con la neve alta, montavano al colle del Besso per venire a suonare alla festa di Sant’Antonio». E al ritmo della musica la festa si protraeva: «I suonatori si fermavano diversi giorni, stavano da mia mamma che aveva l’osteria non lontano dalla chiesa, mangiavano e dormivano (nella stalla) e animavano i balli». Erano i giorni più redditizi per l’attività della “Piombina” (come era chiamata la mamma di Roberto) che, da buona ostessa come fu fino al 1993, sapeva trattare anche con gli avventori più caldi per la festa e, magari, per il vino: «Capitava spesso che iniziassero delle risse, allora mia madre Ernestina interveniva con il metro da sarta di legno con cui, menando poderose bastonate, calmava gli animi. Il metro era robusto perché già mia nonna, che aveva aperto l’osteria nel 1894, di “patele” ai clienti più scalmanati ne aveva date tante».

Adoperando il metro – ma non da sarto! – di giudizio odierno, non si riuscirebbe a spiegare come una festa improntata solo su preghiera, ballo, vino e cibo alla buona («bollito e lapin») potesse rappresentare il momento più importante dell’anno per la comunità grandubbionese. Eppure per una popolazione per lo più dedita ad allevamento e agricoltura di sussistenza, la stagione invernale, in cui cade la ricorrenza di sant’Antonio, non permetteva di dedicarsi al lavoro; così la festa patronale diventava un’occasione di divertimento abbastanza spensierato. Anche la presenza degli “stranieri” costituiva un diversivo per chi, per raggiungere il fondovalle – magari già per lavorare come operaio alla RIV – non aveva altra via che l’antica mulattiera. Solo negli anni ‘60 fu realizzata la strada carrabile e ricorda Piombino: «Il giorno della festa quella volta c’erano centosessanta macchine parcheggiate in qualche modo sui due lati della strada, ad animare la festa con la fisa c’era un “grandubionenc”, Gastone Martoglio. I residenti non erano più nemmeno duecento, ma anche chi si era spostato a valle tornava volentieri al suo paese». E negli anni erano stati in tanti ad andarsene e non solo per il fondovalle. «Moltissimi emigrarono, soprattutto in Francia: nel Vaucluse ci sono paesi in cui la maggior parte dei cognomi sono Roccia, Lovera, Ughetto… i cognomi di Gran Dubbione. Andavano là per lavorare come taglialegna e soprattutto come “carbonai”». I grandubbionesi erano infatti conosciuti anche all’estero per l’abilità con cui preparavano il carbone di legna, mestiere duro e usurante a cui spesso non c’era alternativa.

Al successo della festa patronale ha contribuito, nel tempo, anche il profondo affetto dei residenti verso figure di sacerdoti molto carismatiche e pronte a supplire a quanto le autorità civili non potevano o non volevano fare. A don Bessone che durante la guerra fu un punto di riferimento per la popolazione e per i partigiani davanti alle incursioni nazifasciste, seguì per un breve periodo don Trombotto (anche lui memorabile figura della Resistenza) e poi a partire dal 1949 don Malano. «Fu lui a battezzarmi», ricorda Piombino. Ma oltre al ricordo personale questo parroco divenne una vera e propria istituzione per Gran Dubbione. «Fu don Malano che fondò il consorzio irriguo, ma con l’occasione installò anche una turbina con cui forniva la corrente elettrica a tutto il paese». Certo la potenza prodotta non era tanta «anche per l’elettricità c’era un consorzio, a ogni famiglia ne spettava un tot: 15 watt per la luce nella stalla, 25 per la cucina; non se ne poteva consumare di più: don Malano aveva messo dei relè che toglievano la corrente se si superava il dovuto!» E fino al 1982 quando, grazie alla Comunità Montana, Gran Dubbione fu collegata alla rete elettrica, il sistema ideato dal parroco funzionò egregiamente per le esigenze dei paesani. «D’altronde – aggiunge con una punta di polemica Piombino – don Malano, come non tutti dopo di lui, era un parroco che aveva le mani!» E a queste mani – e alla sua intelligenza – i grandubbionesi, anche quelli meno di chiesa, ancor oggi portano rispetto e gratitudine.

E, sia pur in tono minore, continua oggi ancora la festa del santo. Non nel giorno della festa, ma la domenica dopo, il 21, alle 10:30 sarà celebrata la messa, anche quest’anno seguita dalla benedizione del “pane dolce” offerto generosamente da alcune famiglie. Le stesse che umilmente continuano ad occuparsi di tenere in ordine la chiesa e l’area parrocchiale.

GUIDO ROSTAGNO

Anni ’30. Uscita dalla messa della festa di Sant’Antonio a Gran Dubbione
(Archivio Roberto Piombino)