Le difficoltà degli insegnanti meridionali per esercitare il diritto di voto

Se le elezioni, comunque la si pensi, sono l’occasione in cui si manifesta la sovranità popolare, non sempre per tutti risulta agevole esprimere la propria preferenza.

Accade a molti insegnanti – per tacere degli studenti fuori sede – che, soprattutto dal meridione, salgono in Piemonte per lavorare, approfittando di liste per le supplenze meno intasate di quelle delle loro regioni di origine.

Filippo Falà, docente di matematica delle scuole medie di Perosa Argentina, racconta: «Vengo dalla Sicilia dove conservo la residenza e per votare avrei dovuto tornare al mio paese». E nonostante gli sconti previsti sui viaggi in treno (40%) o in aereo (60%) per consentire di recarsi a votare «si sarebbe trattato, comunque, di spendere parecchio e, anche se ero motivato, ho preferito non affrontare il viaggio». Un’esperienza simile la vivono diversi altri insegnanti dell’Istituto Gouthier (e non solo). Alessandra Di Meo, insegnante di Italiano originaria del Molise, spiega: «Sono sempre andata a votare, quest’anno però per una serie di questioni personali, ho rinunciato». Certo i treni di oggi non sono più le tradotte che accompagnavano nei loro viaggi i migranti meridionali durante il boom economico, ma il viaggio, per quanto possa esser comodo, non è breve: «Da Torino a Roma il viaggio è veloce – sottolinea la professoressa Di Meo -, ma da lì in giù diventa più laborioso raggiungere le varie destinazioni» e, condividendo l’esperienza di molti valligiani aggiunge «anche da Perosa a Torino il viaggio sui mezzi non è proprio una passeggiata». Tuttavia «molti colleghi che conosco sono scesi per andare a votare – riprende la docente – e io stessa negli otto anni in cui ho insegnato in Piemonte sono sempre tornata a casa a votare». Tra gli ostacoli che scoraggiano i “rientri” elettorali, il tempo a disposizione è forse uno dei principali, come rimarca Filippo Falà: «In alcune scuole si lavora anche di sabato e, se non sono sede di seggio, il lunedì le lezioni non vengono sospese: diventa complicato organizzarsi per fare tutto». E talvolta, stimolati dalle difficoltà, si aguzza l’ingegno: «Se si è iscritti come rappresentanti di lista, si è ammessi al voto, l’ho fatto – ricorda Falà – in occasione del referendum sulle “trivelle”, ma bisogna comunque garantire la presenza nei giorni del voto e degli scrutini». E dire che «basterebbero norme come per i militari o come per chi vive all’estero per facilitare le cose…»

In altri casi la scelta di non votare può essere fatta in modo consapevole, richiamandosi ai propri convincimenti politici, ma ciò non toglie che la lontananza dai luoghi dei propri affetti possa essere pesante. Eduardo Parlagreco, insegnante di sostegno a Perosa, racconta la sua esperienza: «Da quattro anni insegno qui, ma vengo dalla Sicilia; giù da noi è difficile poter lavorare nella scuola perché le graduatorie e le liste di attesa sono piene, qua è più facile», anche se la distanza dai parenti e dagli amici si fa sentire. «Inoltre in quest’ultimo periodo – scherza Eduardo – si è messa in mezzo anche la neve che a un siciliano come me qualche problema l’ha creato».

Alcuni insegnanti, soprattutto, giovani non disdegnano l’esperienza lavorativa lontano da casa vista come un’avventura, un momento di crescita. Altre volte la scelta è un po’ meno libera e riguarda, magari, persone più mature e già con una famiglia formata e le cose assumono un aspetto differente; purtroppo è la situazione «in cui si trovano molti 40-45enni che, avendo un’altra occupazione, pur iscritti nelle liste al sud, non avevano mai risposto alle chiamate per le supplenze e ora, perso il lavoro sono costretti a venire al nord per iniziare ad insegnare, specialmente negli istituti tecnici». Certamente chi deve mantenere i figli lontani e pagare un affitto nel nuovo posto di lavoro qualche sacrificio lo sopporta, anche se per l’economia di alcuni paesi, come ricorda il professor Falà «gli insegnanti provenienti da altre regioni generano un buon mercato per gli affitti di case che, altrimenti resterebbero vuote». Ma soprattutto rischierebbero di restare vuote alcune cattedre come «negli anni passati quando a dicembre erano ancora scoperti numerosi posti di insegnamento», a dispetto dei politici di turno sempre pronti a prendersela con chi porta via il lavoro agli autoctoni.

E naturalmente anche i servizi di trasporti, specialmente a Natale e Pasqua, fanno buoni affari quando riportano queste persone e le loro storie anche difficili in mezzo ai loro cari con viaggi da mille e più chilometri.

Eppure, nonostante i disagi, nella maggior parte dei casi, questi “cervelli in fuga” non intendono stabilirsi in modo definitivo nella nuova regione, ma aspettano solo l’occasione di potersi riavvicinare a casa.

E non solo per votare.

GUIDO ROSTAGNO