A fine gennaio se ne è andato con Silvano Girola, ultimo suo Amministratore Delegato, un pezzetto della storia della Manifattura di Legnano, una storia che si è intrecciata, purtroppo senza lieto fine, con quella di Perosa Argentina.

Lo ricorda Renzo Furlan, a più riprese sindaco di Perosa: «Era una persona piacevolissima con la quale ho avuto frequenti rapporti nel 2010/2011 quando cercavamo – più che di risolvere – di tamponare i problemi della Manifattura».

In quegli anni volgeva infatti al termine la vicenda di uno stabilimento che aveva visto i suoi albori nel 1835 grazie all’iniziativa del Barone Luigi Bolmida. E che, nel tempo, dalla lavorazione della seta era passato a quella del cotone attraverso diverse proprietà (Jenny, Ganzoni e Abegg). Una produzione quella dei filati di cotone che avrebbero resa celebre l’azienda perosina. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il Gruppo Abegg Valle di Susa fu acquistato dapprima dai Riva e successivamente (metà anni ‘70) da Achille Roncoroni che riuscì a risollevare le sorti della fabbrica perosina, trasformando la manifattura in un esponente di primo piano del “made in Italy” con i suoi eccellenti filati pettinati di cotone su rocca. Nel 2005, dopo la morte di Achille, subentrarono nella gestione del gruppo tessile “Manifattura di Legnano”, le figlie Carla e Claudia. Purtroppo soprattutto la concorrenza di economie emergenti dal costo del lavoro irrisorio portò alla chiusura dell’impianto perosino nel febbraio di dieci anni fa, salvo continuare per qualche anno ancora la produzione grazie alla cessione del ramo d’azienda.

L’agonia di quello che era stato un fiore all’occhiello dell’industria valligiana fu dolorosa e non priva di ripercussioni soprattutto per le maestranze impiegate nello stabilimento (fra cui le donne erano la maggioranza).  Ricorda ancora Furlan: «Girola, che era un funzionario molto fedele e affezionato all’azienda ma non il proprietario, una volta mi disse: Se ci fosse ancora il signor Roncoroni e vedesse in che condizioni è la “sua” manifattura, di certo ne morirebbe». E proprio a Girola toccò l’ingrato compito di assistere gli incaricati della liquidazione nello smantellamento progressivo dei vari segmenti del gruppo tessile che un tempo aveva controllato numerose aziende in Italia e all’estero.

L’ingresso della “Manifattura” di Perosa Argentina

Anche per l’allora sindaco Furlan non fu un’esperienza facile: «Ad un certo punto sembrava che il gruppo “Albini” potesse subentrare. In quel periodo, nonostante già si avvertisse la concorrenza indiana, cinese ed egiziana, proprio una crisi politica in Egitto aveva convinto la “Albini” dell’importanza di avere uno stabilimento in Italia». Purtroppo l’intransigenza del liquidatore, che –  «nonostante lo avessimo avvertito che non esistevano condizioni imprenditoriali migliori» – decise di non abbassare le sue pretese economiche, fece svanire anche l’ultima speranza di salvezza.

A Furlan piace richiamare del garbato Silvano Girola (anch’egli classe 1945) un piccolo gesto: «Durante la liquidazione convinse il commissario liquidatore a cedere al nostro Comune – al prezzo di 100 euro – il busto di Luigi Bolmida, il fondatore dello stabilimento di Perosa che per noi aveva un valore simbolico».

E quella statuetta, con tutto ciò che rappresenta, è ora ospitata all’entrata del “Parco Gay” con lo sguardo pensieroso rivolto all’entrata dello stabilimento sul quale, ormai da tempo campeggia tristemente il cartello “Vendesi”.

Il busto del Barone Bolmida all’ingresso del Parco Gay