«Quando sei figlia di minatori, non te ne accorgi subito. Almeno non nella prima infanzia. Come qualche bambino può dire “mio papà lavora in fabbrica”, io dicevo “il mio lavora in miniera”, ma che cosa volesse dire l’ho capito più tardi, quando associavo il suo partire alla bottiglia di vino nello zaino. Chissà perché consideravo legate la miniera alla sua dipendenza (è una piaga feroce su queste montagne), e questo finché non smise di bere. Allora capii che quel binomio era scorretto», così racconta Valeria “Leria” Tron, restauratrice e artista, richiesta di una testimonianza sulla vita dei minatori, forse la più particolare tra le categorie protette da Santa Barbara. «Un lavoro – continua “Leria” – che rappresentava il piano B, rispetto alla fabbrica, che permetteva di continuare a vivere nei propri luoghi, spesso a costo della salute». Silicosi e umidità sempre in agguato facevano sovente il paio con un bicchiere di troppo. Il mondo dei minatori si estendeva alle famiglie: «Anche le donne erano “minatori”: facevano tanti lavori dall’orto alla stalla, ed era gravosa anche la vita dei più piccoli, con molte mansioni già in tenera età. Le donne, al tempo dei miei nonni, restavano in trepida attesa del ritorno dei loro uomini, scrutando l’orizzonte alla ricerca delle scie delle lampade ad acetilene». Il rientro non era scontato: «Quegli uomini rischiavano davvero ogni giorno, ma la sete di vita era tanta e dopo il lavoro, ci si poteva concedere anche una courenta, magari in un fienile. E mio nonno Gilbert suonava il “semitoun».

Questo mondo Valeria l’ha imparato dalle testimonianze degli anziani: «Grazie ai loro racconti, ho ricostruito le storie dei miei nonni e molti aspetti della vita di miniera; mettevano, nel ricordare i compagni di cui descrivevano carattere e andatura e, persino, il modo di “torciare la sigaretta”, quella stessa attenzione alle piccole cose così importante in miniera dove la vita dipende dai dettagli, dove due occhi soli non bastano». Leria ricorda gli occhi di quei vecchi narratori: «Occhi che tornavano alle scene vissute anni prima, magari da ragazzi – perché iniziavano a 14-15 anni –, ad altri occhi ormai chiusi per sempre».

Degli amici minatori con cui il padre la domenica si trovava, ricorda: «Mi sembravano dei giganti, uomini senza paura, come se scendendo sottoterra, seppellissero insieme alle loro giornate anche la paura della morte, possibilità sempre presente che, però, li spingeva ad amare molto la vita e a coltivare una fede speciale: mio padre non festeggiava il compleanno, ma a Santa Barbara metteva la “muda” e si godeva la festa, una festa intima che non potevo capire. Non ci si sbagli, i minatori erano uomini di fede, magari scappava pure la bestemmia, ma la fiducia, la condivisione e la compassione la conoscevano bene. Accanto a questa fede, era d’obbligo la lealtà, l’onestà, tanto che in miniera vigeva una specie di codice etico al quale tutti aderivano tacitamente, proprio in virtù del fatto che ai compagni affidavi la tua incolumità e viceversa!»

Nelle parole ricorre sempre il padre Sergio, precocemente scomparso: «Era un uomo colto, amava leggere ed era capace – come molti minatori che ho conosciuto – di una poesia oggi rara, non a parole – che ne diceva poche -, ma con piccoli gesti: il latte caldo la mattina, un fiore tra le pagine di un libro o la sua timidezza quando gli salivo sulle ginocchia per abbracciarlo. Non era un uomo da carezze, ma a modo suo carezzava». Sempre a lui, la figlia restauratrice di mobili riconosce: «L’amore viscerale per il legno me l’ha trasmesso lui che, dopo trent’anni in miniera, si mise a fare il falegname». D’altronde l’abilità manuale era tratto comune a molti minatori, «la destrezza, necessaria in miniera per seguire la vena del talco, li rendeva artigiani eccezionali come “Bar Charle” – Carlo Ferrero – che ha realizzato molti modellini (ndr ora ospitati nella Scuola Latina di Pomaretto) sulla vita in montagna e la vita rurale».

Ma il dono principale di cui Valeria ringrazia il padre è l’avergli permesso di crescere a Rodoretto: «Se ho potuto conoscere la mia terra, lo devo ai sacrifici di mio padre Sergio in miniera, a quelli di mia madre che lassù decise di crescere i figli. Certo la miniera ha le sue ombre, ma ci ha nutriti».

Valeria Tron dichiara il suo sofferto amore per la montagna, che «avrebbe bisogno di ritrovare dei custodi – come erano gli uomini e le donne che orbitavano intorno alla miniera – capaci, guardandola sempre con occhi nuovi, di mantenerla viva. Non però la montagna di cui sproloquiano i politici, né quella fatta solo di neve e scampagnate; la montagna ha bisogno di persone che la abitino, ne conservino i nomi e le tradizioni, ne parlino la lingua e, come i minatori, traggano dalla terra quel tesoro che non si vede». Infine spiega come è riuscita a conciliare l’amore per questa terra, pur essendo scesa più a valle: «Dedico ogni mia forza a testimoniare queste terre. Ricordo che un giorno lontano “Bar François” mi disse che l’uomo, come il ramo, se si stacca troppo dal suo tronco rinsecchisce e muore; col tempo, trasmettendo la mia cultura in ogni modo, dal parlare patois a mio figlio o con la mia musica, le parole, i dipinti sono riuscita a superare il distacco e a portarmi dietro la mia casa ovunque. Ho capito che, allontanandomi anche di poco, posso lavorare meglio per mantenerne vive le tradizioni, sensibilizzare, scontrarmi se necessario. Raccontando della mia terra, supero le barriere linguistiche e posso comunicare con persone provenienti da altre terre di confine con cui condividiamo storie anche sofferte. Perché anche le radici fanno parte del tronco e, come un elastico, permettono di allontanarsene con la promessa costante di farvi ritorno. Il mio cuore è sempre lassù, a casa».

GUIDO ROSTAGNO