23 aprile 2015

«La nostra gioventù è andata così. A me piaceva ballare ma i fascisti avevano chiuso tutto- racconta Gina Lemani, classe 1924, che incontriamo nella sua abitazione aLossani Porte -. Con una fisarmonica andavamo nei prati a ballare sull’erba»

Gli anni della gioventù di Gina coincidono con il periodo fascista: ricorda in particolare gli esercizi di ginnastica per la parata di benvenuto al duce a Torino e a Pinerolo. Poi il periodo della guerra fino al 23 lugli, quindi il periodo peggiore, quello che va dalla caduta del Fascismo alla liberazione.

«Conoscevo tutti i partigiani di Porte che sono morti – ricorda ancora con molta emozione Gina -. Avevamo tutti la stessa età: del ’23, del ’24 e molti del 25. Non sono tornai a casa!» Conosceva bene anche Angelo Gai, insignito in seguito della medaglia di Bronzo della Resistenza.

«Veniva tutte le mattine a bere il caffè molto presto a casa mia, armato fino ai denti. Di notte combatteva in montagna, passava da noi perché faceva il filo a mia sorella…»

La notte della liberazione la madre e il padre di Gina mandano le due figlie a dormire in montagna perché fossero più al sicuro. «Non abbiamo dormito… Eravamo nella neve e sentivamo i colpi di bombe e dei fucili…»

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Gina Lemani

Nei giorni successivi nessuno ha voglia di festeggiare, a parte qualche partigiano. Tutti sono confusi, increduli, diffidenti. Vedono passare i militari in ritirata dalle montagne che continuavano a sparare. «Ricordo che ero in cortile, vicina alla legna.

Hanno sparato e un proiettile ha sfiorato prima il braccio di mio fratello poi la mia caviglia: che dolore! Ancora oggi sento il formicolio». E ricorda che negli anni immediatamente successivi alla liberazione il 25 aprile non si commemorava.

Aldo Calva legge ancora oggi, dopo 70 anni, la lettera che suo cugino Mario Lossani ha lasciato ai genitori quando seppe che lo avrebbero ucciso. Anche lui è di Porte e il ricordo di quegli anni non lo ha abbandonato: «Mario era sfollato da Torino, era un partigiano e i repubblichini lo cercavano. Veniva a dormire a casa nostra: da lui lo avrebbero preso subito.

Dormiva nella stessa mia stanza. Quando mangiava con noi, non aveva ancora terminato il piatto che già scappava. Scappava in un’osteria qui vicino, aveva venti anni, là c’erano delle ragazze, degli amici…»

Riprendendosi dall’emozione, Aldo prosegue il suo racconto ricordando che suo padre gli raccomandava di non andare all’osteria: sarebbe stato troppo esposto. Ma la voglia di vivere e di normalità lo conducono sempre là. «Una ragazza che era fidanzata con un repubblichino lo ha venduto! Ricordo quella notte. Sono entrati in casa: il tenente Timba lo ha preso, riempito di botte e portato via.

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Aldo Calva

A me a dato una scopata urlando che ero troppo giovane. Avevo 14 anni». Mario viene stato interrogato e malmenato parecchie volte nella sala dove i fascisti hanno il quartier generale, l’attuale cantina del Municipio. Sua madre alla sera lo aiuta ad attraversare la strada perché non si regge in piedi.

«Quando, il parroco, don Alessandro Priolo, venne a dirci che i tedeschi avevano ucciso sette partigiani, che non erano morti subito ma terminati con un colpo di pistola per ognuno, mio padre andò al Ponte Chisone. Vide le bare. Iniziò ad aprirle e Mario non c’era… Ormai sicuro che il nipote fosse ancora vivo aprì la settima: era quella di Mario».

Aldo continua a ripetersi ancora oggi: «Doveva ascoltare il mio papà… ma aveva venti anni…».
Il giorno della liberazione Aldo è con suo padre. Nel campo dove c’era la tradotta, attualmente il campo da calcio, i tedeschi, hanno abbandonato carrette e muli morti. Molta gente recupera anche quella carne.

«Noi però non abbiamo preso nulla». Da Abbadia arrivavano ancora gli echi degli spari… ma la famiglia di Aldo torna a lavorare. C’è molto da ricostruire e molta fame da placare.
Celestino Giai è l’ultimo partigiano vivente di Porte.

ultimo partigiano

Celestino Giai

Classe 1926 è nell’ultimo scaglione chiamato alle armi. Non vuole combattere con i repubblichini e il 14 luglio del ’44 sale nei boschi a fare il partigiano nella brigata Giustizia e Libertà, divisione Sergio Toia di Germanasca. «Ma i miei compagni – ricorda Celestino – cambiavano sempre, era molto difficile fidarsi di qualcuno a quei tempi.

C’era anche chi si spacciava per partigiano, si faceva consegnare del cibo e poi se lo teneva per sé. A San Maurizio c’erano quei balordi». Scappare, paura e fame sono quello che Celestino ricorda meglio. Per due volte è arrestato dai tedeschi, insieme ad altri 11 compagni. Due vengono impiccati, tre fucilati.

Lui ancora oggi non sa perché è stato liberato. In un’altra circostanza lo trattengono tutto il giorno. «Mi hanno dato tante botte ma poi mi hanno rilasciato».

Del giorno della liberazione ricorda gli americani a Pinerolo che distribuiscono cioccolata e caramelle ai bambini.
Celestino confessa: «A Porte c’è una targa dove dicono che siano stati fucilati i partigiani. E va bene. Ma nello stesso punto sono stati uccisi dei fascisti. Nessuna targa.

Io non ne conoscevo nessuno. Sono stati abbandonati come cani al bordo della strada. Erano persone anche loro. La pensavano forse in modo diverso ma erano persone e nessuno li ricorda più. La giustizia durante la guerra non la capivi, ma adesso… Ammazzati come cani. Questo non mi è mai andato giù».

 

Cristina Menghini