È necessario vedere di persona per rendersi conto. Toccare con mano e camminare nella cenere. Dall’alto sembra tutto a posto. È il sottobosco che rivela l’entità del danno. Lì è passato il fuoco. Lì sono rimasti i resti di alberi carbonizzati.

Domenica mattina sono salito a Cantalupa, nei boschi di Rocca Barale, arrivando in quad da via Druetti.

Sul posto ci sono già gli AIB di Roletto con due mezzi per verificare che non ci siano focolai ancora accesi. Intanto la radio avvisa che a Scrivanda alta il bosco brucia, nei pressi della “fontana calda”. Le case non sono lontane.

Inizio a salire verso Rocca Barale.

Alla destra del sentiero un tappeto grigio. Resti di rami, radici e foglie carbonizzate. I colori dell’autunno si mescolano con quelli della cenere. Lugubri mazzi di tronchi, come fiori di cimitero da troppo tempo senz’acqua, si stagliano contro il cielo ostinatamente sgombro da nuvole. Hanno resistito gli “ometti” di pietra e le pennellate di vernice blu che indicano il sentiero. La freccia in plastica, invece, si è accartocciata come una foglia secca.

 

Ben presto il cammino si fa difficoltoso. Parecchi alberi, arsi alla base, sono crollati sbarrando la strada. Occorre aggirarli. Quindi calpestare cenere, in alcuni punti ancora calda. Un riccio conserva al suo interno una castagna abbrustolita. L’incendio ha fatto le caldarroste. Cotta al punto giusto. Purtroppo.

 

Attraverso il canalone e sono alla base della palestra di roccia. Uno scricchiolio sinistro indica un grande castagno che, ormai privo della sua base, si è appoggiato su un fratello più fortunato. Almeno per il momento.  La piccola piattaforma ai piedi della roccia è quasi completamente carbonizzata. Hanno resistito alle fiamme la placca e la buca per le lettere che conserva il diario sul quale scrivo la data e qualche appunto. Scorgo appena più sotto un filo di fumo. E poi un altro ancora. Non ci sono fiamme ma la terra è bollente. Chiamo un amico AIB. Mi consiglia di telefonare al Comune di Cantalupa. Seguo il suo consiglio, chiamo il call center del Comune e indico il punto esatto. Mi chiedono nome, cognome e numero di telefono. Fornisco tutti i dati. Manderanno qualcuno per un sopralluogo.

 

Riattraverso il canalone e mi incammino lungo la pietraia verso la croce di legno rimasta illesa come anche il roseto selvatico accanto al quale è stata eretta alcuni anni fa. Prima di raggiungerla sento di nuovo lo scricchiolio. Più minaccioso. Tempo di voltarmi ed ecco lo schianto. Il castagno “più fortunato” non ha retto il peso del fratello che si abbatte fragorosamente al suolo sollevando una nuvola di polvere e cenere. È il bosco che muore.

 

Arrivo alla croce, mi fermo per una preghiera e per appuntare qualche riga sul diario (anche lui illeso).  Non ci sono uccelli. In lontananza il lamento di una motosega, sulla testa il rombo del Canadair. Ha ripreso a volare in direzione Rocca Sbarua.

Scendo la pietraia e mi avvio verso le due balme sul lato opposto di Rocca Barale. Qui il sentiero è quasi scomparso. Occorre intuirne la traccia tra rami spezzati e resti carbonizzati. La cenere si solleva ad ogni passo ed entra nella gola. Il fiato si fa corto e affannato. Gli scarponi, i pantaloni, lo zaino, le mani hanno cambiato colore.

 

 

Arrivo finalmente al contrafforte roccioso che si staglia sulla Val Noce, proprio sotto il Monte Brunello. È un punto panoramico che permette una visuale completa. Colonne di fumo si alzano dalla Scrivanda alta e dalla Val Chisone. Stanno bruciando anche i boschi del Bourcet. Il Canadair continua a fare la spola scaricando nuvole d’acqua. Lo vedo dall’alto “prendere la mira” e colpire con precisione il bersaglio.

La discesa è più rapida e decisamente meno faticosa. Dove ho parcheggiato il quad incontro un carabiniere forestale in divisa e gli segnalo un focolaio che ho visto accanto alla balma più bassa. Lui comunica via radio con la centrale operativa di Cumiana.

Indosso il casco e salgo in sella. 300 metri più avanti una volante della polizia stradale. Mi fermano. Dicono che è stato segnalato un quad sospetto. «Credo sia il mio», rispondo. Mi chiedono la patente e di poter ispezionare il bauletto. Accertato che non sono un piromane, si fanno due chiacchiere. La pattuglia, un po’ spaesata in quelle strade strette che si arrampicano sulla montagna, arriva da Torino.  «Ma perché tutto questo? Chi è che accende questi fuochi?» Non ho risposte. Certo non basta la cicca di sigaretta di qualche fumatore sbadato. Li saluto e auguro buon lavoro.

Ho fretta di arrivare a casa. Mi serve una doccia. Per lavare via quella cenere. Per lavare via quell’odore acre che mi si è appiccicato addosso.

P.R.