3 marzo 2014

 

Il carnevale di oggi trae le sue origini da certi periodi dell’anno in cui, nelle società tradizionali, le regole sociali erano sovvertite ed erano perciò ammessi comportamenti irregolari e scherzi di ogni tipo. Nel Medio Evo era preso di mira l’alto clero e si facevano perfino parodie di processioni e cerimonie sacre alle quali il basso clero partecipava insieme al popolo, mentre i contadini prendevano in giro nobili e feudatari.

In Piemonte il carnevale iniziava dopo l’Epifania o più spesso dopo la festa di Sant’ Antonio (17 gennaio) oppure, secondo alcuni, dopo la Candelora. Il carnevale era legato al mondo agricolo ed aveva il significato simbolico di smuovere, con canti e balli, la vita addormentata, di sollecitare la terra in sonno preparando il ritorno della primavera. Chi partecipa al carnevale prende parte quindi ad un rito comunitario e chi indossa una maschera impersona una forza misteriosa, la forza della vita e della natura: ecco perché può abbandonarsi a qualche eccesso senza essere giudicato.

I carnevali in Piemonte e in Val d’Aosta sono di due tipi: ci sono quelli tipicamente montani (affini ai carnevali che si svolgono in tutto l’ arco alpino dalla Lombardia, al Friuli, alla Svizzera) con maschere impersonali ed arcaiche, dotate di corna, musi o zampe di animali, fiori in testa (come i personaggi della Baio di Sampeyre), che rappresentano simboli antichissimi, pagani, e quelli più recenti, legati a specifici paesi, talvolta ad attività produttive oppure a certe città. Tipici esempi, in Piemonte, di carnevali e di maschere del genere più arcaico sono, oltre alla Baio (che in senso stretto non è un carnevale), il carnevale di Laietto, quello di Giaglione e quello di Rocca Grimalda.

Il carnevale di Laietto (Lajèt, una borgata di Condove) non viene più celebrato da alcuni anni, tuttavia è stato oggetto di interessanti studi. Esso era costituito da due momenti essenziali: il primo aveva luogo nel giorno dell’Epifania e consisteva in burle e filastrocche satiriche a danno dei compaesani. Il secondo momento si svolgeva la domenica “grassa” e consisteva nell’esibizione delle “Babuire”, cioè le maschere, che saltavano fuori dai loro nascondigli e sciamavano per le vie del paese. La maschera principale era il Pagliaccio (Pajasso), un uomo tutto coperto con pelo di capra (erano visibili solo occhi e bocca), con tanto di corna, zoccoli ai piedi e una campanella da capra legata ad una gamba. Sotto al pelo c’era una imbottitura di paglia (da cui il nome). Il Pagliaccio aveva un lungo bastone a cui era legato un gallo morto. Molto importanti erano i Vej (vecchi), sempre a coppie, che portavano maschere bruttissime ed indossavano stracci. Costoro minacciavano gli spettatori con dei bastoni, li insudiciavano con la neve sporca, spaventavano bimbi e ragazze con urla sguaiate. Inutile sottolineare le valenze simboliche di questi personaggi che impersonavano evidentemente le forze della vita e della morte.

A Rocca Grimalda invece si svolge ancora oggi, la penultima domenica di carnevale, l’antichissima festa della Lachera. Si rievoca la storia di un tirannico feudatario, forse uno dei Malaspina di Genova, che finí ucciso da un marito determinato a difendere la moglie, ma le origini di questo carnevale sono molto più antiche. Si tratta di un rito pagano di fine inverno che con il tempo si è arricchito di moltissimi personaggi medievali, secenteschi e settecenteschi: lo Sposo e la Sposa, il Bebé (simile al Pajasso), i Trapolin, gli Zuav. La Lachera è una danza, la danza dei servitori (i Lacché) che viene eseguita alla fine del carnevale assieme alla giga e al calison, due balli tradizionali. Il carnevale di Rocca Grimalda non si può definire alpino come collocazione territoriale, ma gli abiti e i copricapi dei partecipanti sono simili a quelli dei carnevali alpini.

Soffermiamoci ora sui carnevali meno antichi. In Piemonte il carnevale era più sentito nelle campagne che a Torino: questo fino al secolo 19°, quando la Corte iniziò ad organizzare in città sfilate e festeggiamenti.

Le maschere e i personaggi-chiave dei carnevali piemontesi sono moltissimi. Tra gli altri ci sono alcuni personaggi “storici” o “eroici” come la Bella Mugnaia di Ivrea che, secondo la tradizione, si sottrasse alle sgradite attenzioni del feudatario locale e incitò il popolo alla rivolta. Benchè non si tratti di una rievocazione storica vera e propria, la Battaglia delle Arance di Ivrea ricorda le rivolte contadine ed antifeudali. Molto complesso e articolato in vari giorni è anche il carnevale storico di Santhià già attestato nel Trecento e diretto da un comitato, la Compagnia dei Folli. Le due maschere principali, Stevulin e Majutin, rappresentano una coppia di contadini provenienti da cascine ancora esistenti. Grandi fagiolate chiudono i festeggiamenti di Ivrea e Santhià e anche in altri carnevali si effettua la distribuzione gratuita di cibarie. Questa abitudine ha due aspetti: il primo è quello di fare del carnevale un momento di piacere gratuito come se ci si trovasse per un attimo nel Paese di Bengodi, il secondo è quello di dare un’ anima solidale e caritativa alla festa: in origine infatti con la distribuzione di cibo si intendeva offrire qualcosa ai meno fortunati.

Un altro carnevale storico è quello di Ormea: si ricorda la vittoria dei valligiani sui Saraceni, che avevano effettuato una incursione sanguinosa nella zona.

Anche a Revigliasco troviamo una maschera che rappresenta un personaggio storico: si tratta di Fra Fiosch (Frate Fosco), un alchimista realmente esistito nel 16° secolo. Il suo vero nome era Filippo dei Conti di Parpaglia e visse a Revigliasco per molti anni, chiuso nel suo castello, dedicandosi alle ricerche alchemiche.

Molte maschere ricordano invece i frutti della terra come avviene nel carnevale di Andezeno i cui protagonisti sono il Bel Siulé e la Bela Cardera. Alla fine della festa ha luogo il rogo di un pupazzo detto ‘l Bacu. A Baldissero si festeggia la Regina del Cari, a Pavarolo troviamo ‘l Cont Cari e la Contessa Freisa, a Pecetto, zona delle ciliege, abbiamo la Bela Ceresera, a Cambiano Madama Tomatica e Monsù Sparu, a Brandizzo la Bela Cossotera. A Villastellone si svolge il carnevale delle rane, un tempo parte importante dell’ alimentazione locale. Le maschere sono la Bela Ranera e Martin Pescadur: durante la festa si distribuiscono rane e patate. A Santena, paese degli asparagi, c’è la Bela Sparsera, vestita di verde e bianco e accompagnata da Ciatarin (chiacchierone), Magna Martina e Barba Tomà. A Riva di Chieri le maschere sono…dolci: si chiamano infatti Torcet e Pampavia (la pampavia è un dolce rotondo).

Certe maschere, come si vede, sono piuttosto recenti e si ispirano ad attività produttive. Citiamo la Testa ‘d Gis di Moncucco (paese presso il quale esisteva una cava di gesso), Monsù Brichet di Trofarello (dove si producevano i fiammiferi) accompagnato da Madama Grota (amarena), la Bela Tessioira di Chieri (cittadina nota per le industrie tessili) che si presenta insieme a ‘l Mangiagrop (operaio addetto alla preparazione dei fili dell’ordito). A Chivasso abbiamo la Bela Tolera, a Castelrosso la Contessa con la sua corte. La maschera di Moncalieri è la Lunetta che si ispira addirittura ad una canzone in cui si inneggiava all’energia elettrica (Moncalieri è stato il primo comune della provincia di Torino ad averla).

In conclusione, il carnevale ci appare ancora oggi un rito non banale, ma che affonda le sue radici nella memoria storica di un popolo.

 

Luisa Paglieri

carnevale 2014