Il duplice omicidio di Cavour ha creato sgomento e suscitato interrogativi 

foto cavour per sito

La villetta in via Dante Alighieri è chiusa e vuota. Nessuno abita più quelle stanze pulite e ordinate che il signor Franco, fabbro in pensione, teneva con cura meticolosa per sé, la moglie e la figlia.
Dopo quasi tre settimane dall’inaudito scoppio di violenza tutto nel tranquillo quartiere di Cavour è nuovamente tornato a scorrere come al solito. Nessun giornalista assetato di dettagli, niente carabinieri né fotografi, nessun assembramento di curiosi.
La tragedia si è consumata e con essa anche la vorticosa liturgia mediatica che sempre accompagna simili episodi di cronaca. I fatti sono noti in tutta la loro crudezza: nella notte fra il 14 e il 15 gennaio scorso un pensionato, nella propria casa, uccide a colpi di martello la moglie e la figlia disabile mentre stanno dormendo. Poi la chiamata ai carabinieri, la perquisizione, il recupero delle salme, l’interrogatorio, la confessione, il trasferimento nel carcere di Saluzzo. Il tutto in un breve ma intenso caleidoscopio di sirene, lampeggianti blu, uniformi, flash di fotografi, pareri di esperti, interviste. Ora tutto ciò è finito, il duplice omicidio è stato definitivamente classificato come “dramma della follia” anche se forse di una follia molto lucida e, lentamente, si stanno spegnendo anche gli ultimi residui di interesse verso quella piccola e anonima famiglia che ormai non esiste più.
Ma in verità non tutto è finito, qualcosa, anzi molto, rimane. Rimane un uomo che dovrà convivere ogni giorno con il peso – e forse la colpa – di un gesto tanto inspiegabile quanto brutale. Rimangono anche i nostri interrogativi e le nostre domande che vorrebbero cercare di comprendere, almeno in parte, il perché di qualcosa che sconvolge e turba profondamente perché affonda le sue radici nella mente umana, nel suo mistero e nelle sue tremende possibilità. Probabilmente non riusciremo mai a svelare quali percorsi abbiano potuto condurre una esistenza, almeno apparentemente tranquilla, ad esiti così devastanti, e neppure parlare di depressione, stress e fobie riesce a soddisfare le nostre domande ed a placare l’inquietudine. Dobbiamo imparare ad accettare il mistero, dobbiamo ritrovare quel po’ di umiltà che ci fa riconoscere che non è possibile capire, spiegare e prevedere tutto in modo da sentirci sempre tranquilli e preparati di fronte ad ogni evenienza. Nello stesso tempo però possiamo e dobbiamo anche cercare uno spiraglio di luce, una parola di speranza che ci aiuti a non cedere alla tentazione del fatalismo. Don Mario Ruatta, parroco di Cavour, ha manifestato tutta la sua stima e ammirazione per Maddalena, moglie e mamma, non mamma naturale ma nondimeno vera mamma, che sapeva curarsi di Barbara la figlia disabile con autentico amore e dedizione. Dal suo pulpito non è entrato direttamente nel merito della triste vicenda, ma ha voluto lasciare ai suoi fedeli un messaggio autenticamente evangelico, tratto direttamente dalla Parola di Dio: «Di fronte ad una simile tragedia bisogna far tacere le voci umane che sono sempre a rischio di cadere nel pettegolezzo e nella maldicenza gratuita, e lasciare lo spazio all’unica Parola che porta a tutti perdono, salvezza e speranza». E quella stessa Parola, il 19 gennaio giorno dei funerali di Maddalena e Barbara, mostra Gesù che rispondendo alle critiche e alle insinuazioni dei “benpensanti” dice emblematicamente «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

 Massimo Damiano