L’iniziativa, promossa da Mir-Movimento Nonviolento, è in programma per sabato 25 febbraio Torino. Partirà da piazza Castello, sabato 25 febbraio alle ore 15, la marcia per dire NO F-35, promossa da Mir-Movimento Nonviolento.
«L’Ammiraglio-Ministrotecnico Giampaolo Di Paola – ha scritto Flavio Lotti
Coordinatore nazionale Tavola della pace – ha deciso di confermare l’acquisto di 90 cacciabombardieri nucleari F35: una delle più micidiali armi da guerra mai costruite, che costa circa 115 milioni di euro al pezzo. In tutto più di 10 miliardi di euro ai quali se ne dovranno aggiungere almeno altri 30 per la loro gestione.Si tratta di una scelta irresponsabile mentre si costringono milioni di italiani a fare enormi sacrifici e mancano i soldi per la polizia, la giustizia, la protezione civile, la scuola, la lotta alla povertà e per gli enti locali. Per questo è importante accrescere la pressione sul Parlamento che ora dovrà valutare e cancellare questa decisione».
Contro la decisione del Governo di acquistare gli F-35 si era pronunciato anche il consiglio Pastorale diocesano di Pinerolo nel giugno del 2010 (vedi l’articolo “Facciamo volare la pace”, su Vita diocesana di luglio 2010), sostenendo la scelta di campo della commissione giustizia e pace della diocesi di Novara. Gli arei da guerra,infatti, dovrebbero essere assemblati nel sito aeronautico di Cameri (diocesi di Novara).
Sul tema è intervenuto anche il direttore dell’Ufficio Missionario di Pinerolo, don Giovanni Piumatti attualmente presente nel Nord Kivu, della RDC: «In Italia si parla di “F35, difesa, posti di lavoro…”: guanti bianchi che nascondono mani insanguinate. Qui, in Africa, ho in mano una pallottola, raccolta per strada, una tra le tante: dietro questo pezzetto di ferro c’è un “made in…”, ci sono salari e posti di lavoro, e ci son 5 milioni di bambini, donne, giovani uccisi…proprio qua. Che un operaio sia costretto a fabbricare questo pezzo di ferro, sporco di sangue, o …un F35 per dar da mangiare alla propria famiglia, è ingiusto e inaccettabile. E’ dobbiamo gridarlo».