20 marzo 2015

Era già stata a Pinerolo 10 anni fa, nel novembre 2005. Lei è Aleida, figlia di Ernesto “Ché” Guevara. Ora torna nella nostra città per un incontro pubblico su invito di alcune associazioni (Volontari Oratorio San Domenico; Amici di Joaquim Gomes e Circolo ACLI). Con lei avrebbe dovuto dialogare  lo scrittore Erri De Luca che, però, non potrà essere presente perché trattenuto in Francia a causa del suo processo sulla questione TAV.

Tema dell’odierna serata una celebre frase del celebre padre: “siate sempre capaci di sentire nel profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo”.

L’incontro si svolgerà questa sera alle ore 21 a Pinerolo nell’Aula Magna del C.U.E.A. (Via Cesare Battisti 6). Riproponiamo di seguito l’intervista che realizzammo nel 2005. Da allora sono cambiate molte cose a Cuba e nel mondo. Sarà interessante capire, dalla voce di Aleida, quali.

 

Aleida Guevara accanto ad una foto del padre

Aleida Guevara accanto ad una foto del padre

Luci ed ombre su Cuba

Faccia a faccia con Aleyda Guevara ” la figlia del Ché”

 

Corporatura robusta e sguardo penetrante, medico come il padre, nelle scorse settimane ha percorso l’Italia dove, in diverse città, ha incontrato piccoli e grandi gruppi per sensibilizzare sulla realtà dei bambini ricoverati negli ospedali del suo paese.

Aleyda  Guevara, attiva con il Movimento “Senza terra” del Brasile, fa parte del corpo diplomatico di Cuba e spesso viaggia rappresentando il suo paese.

La incontro insieme a mia moglie  e a don Omar José Larios Valencia, un sacerdote messicano che presta il suo servizio pastorale nella Diocesi di Pinerolo.

Signora Guevara,  nel  gennaio 1998 il Papa Giovanni Paolo II fu a Cuba accolto da Fidel Castro. Come ha vissuto quei giorni?

Li ho seguiti in televisione. Considero il Papa come un capo di stato, per la quantità di persone che accorrono a lui, con la loro fede. Per questo motivo è stato accolto con tutti gli onori dovuti alla sua posizione. Però, in realtà, noi avevamo nei suoi confronti un’aspettativa maggiore: speravamo che potesse smuovere l’opinione pubblica attraverso i suoi fedeli e fare pressione contro il blocco che Cuba vive a causa degli Stati Uniti d’America, tuttavia non successe nulla di tutto questo.

Però oggi, a fronte di intensi e anche cordiali contatti tra Fidel Castro e la Santa Sede  a noi risulta che la Chiesa cattolica cubana lamenti ancora difficoltà nell’espressione della fede. Faccio riferimento, in particolare, al documento prodotto dai vescovi cattolici di Cuba, nell’aprile del 2003. Come si spiega questo atteggiamento ambivalente?

Non è un atteggiamento ambivalente. Il Papa fu invitato a Cuba e lo si ricevette semplicemente come un capo di stato, niente di diverso da questo. Il problema sta invece nella gerarchia della Chiesa cattolica di Cuba che storicamente appoggiò gli interessi della borghesia nazionale. La Chiesa gestiva grandi affari in Cuba, deteneva grandi estensioni di terra, aveva scuole private controllate dal clero.

Quando trionfò la rivoluzione fu messa in atto una riforma agraria: si restituì la terra ai  contadini, e si intaccarono così gli interessi della Chiesa cattolica. Si istituì l’istruzione laica e pubblica totalmente gratuita per tutti. A causa di tutto ciò la Chiesa Cubana perse un’entrata importante di denaro.

A partire da questo momento la gerarchia della Chiesa cattolica si volse contro la rivoluzione, provocando situazioni interne  molto delicate. Per questo per molti anni si ebbero conflitti tra la gerarchia della Chiesa cattolica in Cuba e il governo cubano. Poco a poco, però,  si limarono alcuni di questi problemi, perché  la Chiesa si rese conto che stava perdendo fedeli. Si era diffusa in Cuba la religione protestante che è molto più vicina al popolo, che sta più in ascolto dei problemi del popolo e conquista per questo un numero più elevato di fedeli. La Chiesa cattolica si rende conto che deve cambiare la sua condotta nei confronti dello Stato Cubano.

Con la visita del teologo brasiliano Frei Betto  la relazione tra il clero cubano e la rivoluzione è migliorata visibilmente. A partire da questo momento abbiamo avuto degli alti e bassi. Molto dipende dalla situazione che si vive e da chi sta al vertice della Chiesa.

Io non sono cattolica, quindi non frequento l’Istituzione religiosa e non conosco quali sono realmente le difficoltà più profonde, però sarebbe interessante individuarle perché so che c’è una collega nel Comitato Centrale del Partito che, occupandosi della Comunicazione, fa da collegamento diretto  tra la gerarchia ecclesiastica e lo Stato Cubano. Che io sappia, lei non ha mai ricevuto alcun tipo di proteste di questo tipo, negli ultimi tempi (ci sarebbe da chiedersi il perché, n.d.r.).

Dentro il paese affrontiamo i problemi che ci sono per pervenire ad una soluzione. Interna, però. Dentro il paese.

In un passaggio del documento cui le ho accennato prima, leggo  che “l’Ufficio per gli affari religiosi del Comitato centrale del Partito comunista di Cuba controlla la vita e l’azione della Chiesa” e anche “l’entrata nel Paese di sacerdoti, religiosi e religiose necessari all’evangelizzazione”.

Quando delle persone, provenienti da qualsiasi parte del mondo,  vengono in visita a Cuba, si richiede loro un visto. Tutti  devono passare attraverso la dogana cubana. Se non si adempie a tali richieste della nostra dogana, non è permesso entrare. È una questione di protezione del popolo cubano perché purtroppo, attraverso la Chiesa cattolica, sono entrate persone per niente gradite al popolo cubano (mi chiedo che cosa significhi “per niente gradite”, n.d.r.), che hanno causato situazioni pericolose all’interno del paese.

Questo posso garantirlo io: il controllo esiste ed è severo per qualsiasi persona. Senza distinzioni.

I vescovi cubani lamentano restrizioni  anche per quanto riguarda “l’acquisizione di mezzi utili nell’azione evangelizzatrice, come possono essere l’acquisto di computer, di materiale da costruzione per la riparazione di chiese, di attrezzature per la stampa, di mezzi di trasporto”.

C’è in Cuba un’impresa che s’incarica di importazioni di computer, gli ultimi li abbiamo acquistati dai cinesi e dai vietnamiti. I computer si possono comprare nel nostro paese attraverso delle istituzioni. Non capisco  perché la Chiesa non possa comprarli, quale meccanismo si sia innescato, perché – ripeto – qualsiasi istituzione che abbia denaro, può acquistarli […]

Per quanto riguarda gli edifici il problema è questo:  ogni municipio ha una certa quantità di denaro stanziata dallo Stato. Il popolo può decidere che cosa vuole migliorare: le scuole, gli ospedali, le case o la chiesa. Il popolo decide e quella cosa viene aggiustata, perché si spende il denaro dello Stato in questa direzione. Quella di Caibarien, ad esempio, è una chiesa piccola ma storicamente importante e lo Stato ha voluto restaurarla in quanto monumento nazionale e la gerarchia è stata d’accordo, non c’è stato alcun problema. È stata rimessa a nuovo.

Ma questa dev’essere una decisione del governo municipale che dice: “Va bene, vogliamo aggiustare la chiesa perché per noi è qualcosa di storicamente importante”.

Cuba ha una storia molto particolare. Come il Brasile, siamo figli di spagnoli e africani, in realtà più di quest’ultimi. Quando in una piantagione di canna da zucchero c’erano 10 spagnoli di neri africani ve ne potevano essere 200, ma gli spagnoli con il loro potere economico, imposero la religione cristiana agli africani. Quest’ultimi però, con grande civiltà, portarono con sé la loro propria religione. Per una questione di paura e di pressione ad un certo punto gli africani dovettero unire tradizioni loro proprie a quelle della Chiesa cattolica e andarono equiparando le loro divinità a quelle cattoliche in modo che quando li obbligavano a farsi cristiani, loro in realtà continuavano a rendere tributi alle proprie divinità e seguitò ad essere così. Ed è tutt’ora così. Siamo un popolo dalla cultura religiosa molto ampia ma mista.

Mi permetta di leggere ancora un passo dal documento dei vescovi: “la nostra Conferenza episcopale detiene l’eccezionale primato di essere l’unica del continente, e forse del mondo, a non avere l’accesso a internet, e questa è solo una delle frequenti limitazioni che l’Ufficio per gli affari religiosi ci impone”. Conferma questa situazione?

Internet è un discorso a parte, perché occorre pagare allo Stato Cubano un’autorizzazione. Infatti il cavo che noi usiamo lo dobbiamo pagare agli Stati Uniti. Cosicché è una cosa che si fa con molta delicatezza e attenzione.

Ora si sta sviluppando una rete di comunicazione internazionale attraverso un’impresa cubana, questa è la più ampia e la migliore. Ma anche la rete FOMET che si occupa di medicina inizia a farsi strada. Sono le due che io conosco e con le quali si può comunicare bene attraverso internet, pagando ovviamente la quota che si deve pagare, perché lì di gratuito non c’è nulla, perché i cubani devono pagare e anche molto.

Il cavo non si paga direttamente agli Stati Uniti – proprio non potremmo – ma ad un paese intermedio che ci permetta di usarlo. Fino ad alcuni anni fa, questo paese era il Messico. Ora è cambiato. Attraverso questo paese possiamo avere una connessione internazionale, che però si paga.

Quindi non vi è un problema di limitazione di informazioni? Le informazioni possono entrare e uscire liberamente da Cuba attraverso internet?

Internet non è mai libero, perché lo controlla mezza umanità. È purtroppo così: la posta elettronica tu la mandi e la possono leggere in tanti. Noi siamo sempre sotto un microscopio; la nostra posta, le nostre informazioni sono viste e analizzate, ma questo succede a tutto il popolo cubano, a tutti quelli che vivono a Cuba… forse semplicemente perché siamo cubani!

 Ho sottomano il diario di guerra del “comandante  Che Guevara” e non resisto alla tentazione di domandare: crede che ancora oggi la rivoluzione armata – così come l’ha interpretata con la guerriglia in Bolivia, suo padre – possa davvero  rappresentare una via percorribile per i paesi più poveri?

Dipende dal popolo. Dal grado di disperazione cui il popolo arriva. Per esempio, per quanto riguarda il popolo messicano, il gruppo indigeno in Chapas ha deciso di prendere le armi perché non gli hanno lasciato altre opzioni, invece il movimento dei Sem terra in Brasile lotta in un altro modo. Tuttavia quando si devono difendere impugnano anche loro le armi, proprio perché non hanno altre soluzioni. Il popolo venezuelano conquistò il cambiamento sociale attraverso la chiamata democratica delle elezioni democratiche, però il presidente eletto dalla maggioranza del suo popolo ha subito un colpo di Stato manipolato dagli Stati Uniti d’America, ha sofferto un colpo economico per il muro che si eresse quando si nazionalizzò il petrolio del Venezuela, è stato attaccato in varie occasioni. Ha subito più attentati, è stato costretto a sei nuove elezioni nel medesimo periodo elettorale e tu mi chiedi di che idea rimaniamo?

Se non ha un’altra opzione, il popolo deve decidere cosa fare, perché quello che non può permettere è che la sua gente continui a morire di fame, senza tentare di cambiare questa realtà. Ciò che decide la maggior parte della popolazione, quella sarà la cosa corretta.

In Brasile fui molto colpita dai bambini di strada. Sono un medico pediatra e vedere bambini drogati per strada per me è come ricevere una pugnalata nella schiena, perché è un dolore lacerante. Io non potevo fare niente in quel momento e fu un’esperienza tremenda, molto dura per me e mi dissi:  “prima di morire di fame, uno dovrebbe prima cercare di cambiare questa realtà”. Dopo ho pensato: “sono una donna, di formazione socialista, sono una professionista di un certo livello culturale”. Feci quest’analisi per la mia propria vita. Errore! Quando fui a Rio grande del Sud, nel Sud del Brasile, ho conosciuto la storia di una donna di nome Rosa, una brasiliana, non una cubana. Rosa non aveva un’ideologia. Rosa era una donna del popolo, di campagna e disse esattamente le mie stesse parole, però molte di più. Rosa morì difendendo un fazzoletto di terra per dare cibo ai suoi figli e quindi mi resi conto che non importa il luogo in cui vivi, né la tua ideologia, né la cultura ma l’importante è che sei un essere umano e arriva un momento che non puoi sopportare  di più e decidi di fare un cambiamento con le tue stesse mani e questo momento in America Latina sta arrivando.

Qui si inserisce don Omar che la realtà dell’America Latina la vive e la conosce dal di dentro. Domanda in spagnolo:  “esiste un principio etico che afferma che il fine non giustifica i mezzi. Dobbiamo dire il contrario?”  

Credo che a questo possa rispondere solo un popolo che sta soffrendo. Quello che un popolo decide con la maggioranza per me è legge, semplicemente. Personalmente potrei anche non condividere ciò che ha deciso un popolo, io  tra le altre cose, non ho vissuto questa realtà tremenda. È molto difficile capire da fuori, ma è molto facile giudicare! Tuttavia, quando questa realtà la si vive, si prendono delle decisioni che a volte persone aliene a questa cultura, a questo stile di vita, non capiscono.

Aleyda risponde sempre senza tentennamenti. Ha la risposta e la battuta pronta. Sembra quasi che si sia preparata su un manuale…

Storicamente – è mia moglie a porre la domanda –  cosa è cambiato in Cuba quando è caduto il muro di Berlino e l’Unione Sovietica si è frantumata?

Abbiamo avuto un periodo difficile, un disastro brutale, un tempo in cui abbiamo vissuto toccando quasi il fondo.  Fu veramente molto difficile per noi la sparizione della comunità socialista europea.

Eravamo abituati a vivere nella comunità socialista, come voi in quella Europea (le differenze mi paiono davvero tante, ma la signora Guevara si sta infervorando e non mi pare opportuno interromperla…, osservazione d.r.). Prima potevamo usufruire di scambi commerciali molto convenienti per Cuba. Noi avevamo, ad un prezzo minimo, il petrolio e vendevamo canna da zucchero ad un prezzo di mercato giusto. Non importava se il prezzo dello zucchero saliva o scendeva, l’Unione Sovietica lo poteva acquistare sempre al medesimo valore e questo permetteva al popolo cubano di svilupparsi economicamente. Avevamo scambi commerciali anche in altri settori: nichel, tabacco… e tutti questi prodotti si vendevano nella comunità socialista europea in cambio di medicine, materie prime e tecnologia, anche se non era quella all’avanguardia, era però quello di cui Cuba aveva bisogno.

Gli anni 80/85/88 furono molto buoni per Cuba però, dal giorno alla notte, sparì tutto questo. Io sono solita dire che la situazione si può rappresentare come quella di un pittore che sta pitturando il tetto e al quale viene tolta la scala, questo cade a terra, a fondo. Questo successe a noi. Ora occorre risalire la scala, gradino per gradino, e questa è la risalita di un paese che fu calpestato per più di 500 anni  e che continua ad essere bloccato con il blocco economico e militare più forte del pianeta. È la rincorsa di un paese che viene chiamato Terzo Mondo perché che non ha una tecnologia all’avanguardia. Però ci stiamo provando.

Nel 1992 Cuba ha raggiunto un prodotto interno di 0,2%, praticamente non crebbe per niente.

Nel 1995 più o meno avevamo un P.I.L del 1,5- 2,5%.

Nel 1996 il P.I.L salì al 7% di crescita e continuò a crescere. In quello stesso anno gli USA approvarono una legge con la quale pressarono ulteriormente non solo i paesi, ma soprattutto le imprese individuali, che commerciavano con Cuba.

Quindi fummo allo sbando.

Migliorò il turismo che ha, però, i suoi risvolti negativi, perché creo una società di consumo. Un paese come il nostro che era libero dalla prostituzione iniziò ad avere nuovamente prostitute. Questa è una ferita, una pugnalata, perché in una società dove si educa ad avere dignità, come è possibile che tu, tanto donna come uomo, ti venda? Ora ci troviamo ad affrontare questa realtà. E la crisi economica genera anche crisi di valori.

Poco a poco cerchiamo di risalire ma ancora non siamo nelle condizioni dei  tempi migliori della rivoluzione. Tuttavia grazie al Venezuela cominciamo di nuovo a respirare. Il Messico, invece, per noi è sparito, anche se era un socio commerciale unico, perché quando il resto d’America Latina ci espulse dall’OEA e ruppe le relazioni con Cuba, l’unico paese latino americano che ci trattò con dignità fu il Messico. Poi con il presidente Fox le cose peggiorarono a vista d’occhio e il libero trattato commerciale con gli Stati Uniti e con il Canada, portò alla fine delle relazioni con noi. Abbiamo sì delle relazioni diplomatiche, ma profondamente diverse da quelle che avevamo in precedenza con il Messico.

Questo è l’esempio economico di ciò che significa per un popolo dell’America latina il libero commercio. Il Messico era produttore di prima linea mondiale di cotone, oggi continua a produrre cotone ma non lo può consumare nelle proprie imprese, perché è impegnato a fornirlo agli Stati Uniti. Per questo agli indigeni messicani costa molto lavoro fare i propri vestiti.

Il Messico è un popolo ricco. Era produttore di grano, oggi lo sta importando. Sono cose che ti fanno dire “Ma come è possibile?” […]

Ci sono una serie di cose che realmente hanno prodotto una situazione grave nell’economia di questo paese che da sempre era tanto amico di Cuba. E continua ad esserlo in realtà; non per il governo ma per il popolo sì. Infatti due volte Fox ha deciso di rompere i rapporti con Cuba e due volte il popolo messicano si è sollevato per ribellarsi contro questo e non l’ha accettato.

Don Omar scuote la testa poco convinto, ma non interrompe la lunga ed articolata risposta.

Questa è la verità. Quello messicano è un popolo molto fermo e fedele e in questo senso sempre amico nostro. Ora come ora, è il Venezuela ad essere la speranza di un mondo migliore, l’orizzonte economico è ampio, molto buono e ora pensiamo che nei prossimi anni la famiglia cubana dovrà crescere visibilmente. Abbiamo un contratto multimiliardario con i cinesi, per i quali stiamo aumentando la produzione di nichel e aumenteremo l’importazione di prodotti necessari come per esempio computer e autobus (abbiamo appena comprato 300 autobus dai cinesi) per migliorare il trasporto urbano che in Cuba è pessimo. Abbiamo anche trovato petrolio nel golfo del Messico, il problema è che ce lo contendiamo con il Messico e gli Stati Uniti, e fino ad ora abbiamo avuto pressioni molto forti, ma poco a poco vedremo….

 

Aleyda Guevara, appare ora davvero stanca. Avrei ancora molte domande da porle, e come me anche gli altri del gruppo. Restano molti punti interrogativi e la sensazione che a parlare talvolta siano stati  più il regime e l’ideologia castrista che la testimone.

La saluto.

Tra qualche ora è attesa per un incontro pubblico.

“Buen provecio”, le auguro mentre, accompagnata dall’interprete e da due “barbutos” si allontana stringendosi nella sciarpa.  A Cuba, il clima è certamente più piacevole di quello del nord Italia…

 

 

Intervista a cura di Patrizio Righero

Traduzione di Annalisa Bertrand