Per la ricorrenza della tragedia di Superga del 4 maggio 1949 Il 4 maggio ricorre la dolorosa commemorazione della ormai storica sciagura aerea di Superga, inaspettatamente avvenuta nel 1949, nella quale sono deceduti i famosi giocatori del Vecchio Grande Torino, tra cui anche mio padre, Ezio Loik, la nota mezz’ala destra che faceva coppia con il capitano Sandro Mazzola, non solo nella compagine cittadina ma anche nella Nazionale italiana.
Per celebrare questa giornata particolare, ho di solito dato il mio contributo, quando se ne presentava la idonea occasione, con uno scritto o un articolo pubblicato prevalentemente su riviste specializzate di architettura (che è la mia disciplina), riguardante qualche costruzione sportiva di considerevole importanza (in genere famosi Stadi di Calcio – come quello di Sapporo in Giappone, che ho avuto l’opportunità di visitare, accompagnata dal suo progettista, il celebre architetto giapponese Hiroshi Hara, quattro mesi prima dei Campionati del Mondo del 2002 – ed in certi casi anche lo stesso Stadio Filadelfia di Torino, a sua volta colpito da un non meno tragico destino che lo ha condotto ad un infelice ed immeritato abbandono).
Per questa scadenza ho ritenuto opportuno ricordare la memoria di quell’evento dedicando le mie considerazioni al nuovo Stadio Mabhiba di Durban in Sud Africa (dove sono recentemente stata, da marzo ad aprile, per una ricognizione sulle architetture contemporanee), che – insieme allo Stadio Green Point di Città del Capo – è una delle due migliori, e più belle, costruzioni eseguite per l’ultima Coppa Mondiale Calcistica del 2010. Ma questo Stadio di Durban è sicuramente, nel suo genere, l’esemplare sudafricano più riuscito, e compiuto, del proprio Paese (ed anche internazionalmente): per tecnica strutturale ed impostazione espressiva, tanto nella propria imponente – eppure leggera – forma esteriore, quanto per la sua presenza visiva nel contesto urbano. E per questo suo aspetto è stato ribattezzato la Cattedrale del Calcio.
Collocato in una zona libera del litorale marino della città, con il suo particolare e inconfondibile arco flesso si percepisce riconoscibilmente ovunque nel paesaggio cittadino, da lontano e tra gli edifici, stagliato o emergente nel profilo della metropoli.
E quella sua caratteristica curva arcuata, che attraversa longitudinalmente tutto lo spazio sopra le gradinate, è la sua più evidente particolarità, strutturale e morfologica; perché costruttivamente sostiene i tiranti in acciaio dei teloni di copertura, e formalmente corrisponde ad una serie di significati simbolici e culturali dai tipici riferimenti africani, generali e del posto.
Innanzitutto la sua arcata è costituita da una linea unica, che si biforca, a forcella, in una sua estremità, rappresentando per un verso la Y della bandiera sudafricana, e quindi il concetto dell’unità nazionale convogliata in una sola direzione comune con la fine dell’Apartheid dal 1990; mentre la figura complessiva dello Stadio (del suo arco e del sottostando contenitore rotondo comprendente gli spalti e il campo da gioco) si rapporta al cestino tradizionale con manico, oppure richiama la più arcaica pentola dei coloni boeri diventata poi di largo uso tra gli indigeni dei villaggi.
Non dimenticando la spettacolare funzione teleferica che è stata inoltre affidata alla potente arcatura (entro la quale scorre una cabina meccanica che trasporta i passeggeri in una piattaforma panoramica sulla cima), voglio ricordare anche il nome del progettista, l’architetto Ibhola Lethu, che ha disegnato l’edificio nel 2005, realizzandone la costruzione tra il 2008 ed il 2009, in grande anticipo sulla data di inizio delle gare sportive.
E in conclusione, osservando dalla balconata dell’arco sospeso dello Stadio l’incantevole veduta della città di fronte all’Oceano Indiano, mi concedo di volgere lo sguardo ancora più lontano, verso quel Brasile che costruirà i nuovi stadi per i prossimi Campionati Mondiali di Calcio del 2014.

Mirella Loik Ezio Loik