«È meglio un miglioramento continuo che una perfezione in ritardo». Questa la filosofia spiccia ma pratica dell’assessore regionale alla Sanità, Antonio Saitta, che a metà del suo mandato fa il punto della situazione.
Un suo intervento lo scorso 6 dicembre a Pinerolo nella sede seziona del Pd.
La buona notizia è che al 31 dicembre termina il commissariamento in cui la regione era caduta. Saitta ricorda che nel dicembre del 2014 «non si era sicuri di pagare i 54 mila dipendenti della sanità piemontese, tuttavia in due anni è stato rimpiazzato tutto il personale andato in pensione».
La logica seguita dall’assessorato è stata quella di evitare tutti gli sprechi, cercando di superare l’idea, radicata da anni, che la Sanità sia un fatto locale. È un dato di fatto, invece, che i piemontesi vanno a farsi curare anche in altre regioni.
«In questi giorni – ha spiegato Saitta – l’assessorato ha preso la decisione di accorpare in un’unica ASL la città di Torino. Questo non cambia il servizio al cittadino ma permette un notevole risparmio in quanto ci sarà un unico ufficio Tecnico, un unico ufficio personale, un unico ufficio acquisti… Ciò che si risparmia in logistica verrà investito nella sanità».
La questione è semplice: «Se dobbiamo aumentare i servizi dobbiamo fare economia e spazi ce ne sono perché complessivamente il nostro sistema è molto centrato sull’ospedale. Questo è un sistema antico. Si ritiene ancora che la risposta alla domanda di salute sia ospedaliera ma non è così».
Nell’ottica dell’assessore l’ospedale serve solo per la fase acuta, c’è una fase precedente e una successiva che deve trovare una risposta fuori dall’ambiente ospedaliero. In altri termini: «Il posto letto non è più l’elemento che indica la forza o la capacità di un ospedale. Puntiamo ad ospedali gerarchizzati, in base al problema si va nell’ospedale che dà la risposta migliore».
Quindi accorpamento delle eccellenze: «Ormai i pazienti si spostano e lo studio dei flussi lo rileva. Le esigenze della popolazione sono cambiate e, di conseguenza, devono cambiare i servizi erogati. L’ospedale deve perdere la sua centralità a favore della medicina di territorio».
Il pronto soccorso, in questa prospettiva, non deve essere il luogo in cui ci si reca per ogni problema di salute ma il luogo per le emergenze, così l’ospedale deve essere il luogo per la fase acuta. Non è esclusa la collaborazione con cliniche private e con altre regioni qualora il servizio sanitario non riesca a rispondere a tutte le esigenze, facendo però attenzione agli abusi: «si sono verificati casi in cui un medico si procurava i pazienti “in corsia” e poi proseguiva le cure in altre regioni addebitando al Piemonte la spesa».
E per quanto riguarda il pinerolese?
«Il nuovo direttore Flavio Boraso ha percepito subito l’importanza della medicina territoriale che ha diverse articolazioni: l’assistenza domiciliare e la telemedicina». Un obiettivo primario è indurre i medici di famiglia a lavorare insieme, come prevede anche il nuovo contratto, per garantire un orario continuativo per tutta la giornata in centri diurni dove ci sia la possibilità di effettuare esami e medicazioni.
E l’ospedale? «Quello di Pinerolo è l’unico in cui si è fatto un investimento di 24 milioni di euro. Ho seguito personalmente i lavori e posso dire che è un buon ospedale».
Le liste di attesa restano però lunghe. «Si possono ridurre o rivolgendosi ai privati o aumentando gli orari dell’erogazione dei servizi».
A Torre Pellice e Pomaretto si vuole sperimentare un nuovo modello di cure primarie che diventi un punto di accesso socio sanitario. Cioè dove l’attività sanitaria è integrata con quella socio assistenziale.
Altro punto importante è la prevenzione: «perché produca risultati deve avere le gambe. La prevenzione cui siamo abituati (spot tv e dépliant) non serve. La prevenzione deve passare dalle persone, a partire dal medico di famiglia. Non si inizia da zero: anche di qui si passa attraverso i gruppi e le associazioni. Le altre sono modalità inutili».

Il problema più difficile da affrontare è la frammentazione. «Nel mondo della sanità – ha concluso Saitta – manca una visione d’insieme. E questo è un problema che riguarda anche le forze politiche».

Cristina Menghini

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