Sono passati trent’anni da quel 19 luglio 1986.

Un giorno come un altro per chiunque ma significativo per noi, per il sottoscritto e per mia moglie.

Il significato di quel giorno sta nel fatto che ci siamo sposati. Niente di straordinario certo, salvo che per lo scenario: l’Alpe Veglia, il cuore delle Alpi Lepontine.

A dire la verità non è neppure andata così. Perché la verità è che ci siamo sposati alla Bocchetta d’Aurona. Mille metri più su (a 2.770 metri sul livello del mare, per la precisione!).

In pratica siamo stati uniti in matrimonio da un coriaceo sacerdote Rosminiano tra le lamiere deformate e le coperte puzzolenti del bivacco Farello mentre fuori si scatenava una tormenta di neve e grandine.

Di Veglia eravamo affascinati da tempo così quando decidemmo di convolare a nozze la location era già decisa.

Ma anche questa non è la verità. Devo confessare che l’idea originaria era di celebrare il matrimonio sulla vetta del Monte Leone a ben 3.553 mt. d’altezza!

A testimonianza di questa affermazione che capisco possa sembrare bislacca, non ci sono solo le partecipazioni con tanto di foto del gigante delle Lepontine e l’invito di dotarsi, gli invitati intendo, di piccozza e ramponi.

A suggellare questa idea ci sono gli scambi di corrispondenza con  il curato di Domodossola e niente meno che col Vescovo di Novara che aveva giurisdizione pastorale sulla vetta della montagna ed unica autorità con facoltà di decretare con deroga “di carattere eccezionale”, lo svolgimento di un matrimonio cattolico al di fuori delle mura di una Chiesa.

Ma il Monte Leone alle quattro del mattino era preda di una violenta tempesta e nessuno avrebbe potuto affrontarlo neppure con un salvacondotto di rilievo come quello vescovile.

Con buona pace delle partecipazioni il matrimonio avrebbe dovuto svolgersi in altro luogo e così, a notte alta, instaurammo col prete e sotto la pioggia che ci inzuppava, un conciliabolo su tale tema: pensammo alla graziosa chiesetta dell’Alpe ma anche con un po’ di azzardo alla Bocchetta d’Aurona. Bagnati fradici ci lasciammo con l’accordo che, se schiariva, saremmo corsi su per quel ghiacciaio e avremmo fatto quello che c’era da fare.

E così fu. Forse per la “deroga” dell’alto prelato, forse per le preghiere del coriaceo rosminiano, forse per la nostra appassionata incoscienza, ma un effimero squarcio di azzurro diede il via ad una corsa sfrenata verso il Colle che tuttavia, mano a mano che si avvicinava tornava ad incupirsi.

Il bivacco, caldo e maleodorante, ci accolse amorevolmente offrendoci riparo dalla tempesta che come previsto si era scatenata. Tutto il rito si svolse all’interno di quelle lamiere gremite di persone e fu un rito emozionante coronato persino dal lancio di riso sulla porta del bivacco a tempesta placata.

Scendemmo all’Alpe, sfiniti, bagnati ma convinti di aver fatto un passo meraviglioso nella nostra vita: scivolavamo su quel ghiacciaio che eravamo marito e moglie!

Giungemmo all’Alpe che era buio. Trovammo ristoro nell’accogliente baita dove amici meno intrepidi ma non meno volenterosi ci accolsero con il loro calore ed una bella tavola imbandita!

Questo accadde trent’anni fa. E da allora non abbiamo mai mancato di salire almeno una volta all’anno all’Alpe Veglia per non tradire questo luogo incantato scenario di un evento straordinario della nostra vita.

 

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