Lo strano frutto di Shohag

Shohag è bengalese, ma non ha nulla a che fare con la tigre del Bengala. Timido, una faccia pulita e gli occhi neri quasi sempre abbassati. Il suo paese popoloso e colorato non offre molte possibilità e la sua famiglia di origini umili non riesce mantenere i tre figli che crescono. Il padre lavora a mezzadria una terra non molto generosa che produce cipolle, grano, riso, peperoncino. Nessun mezzo meccanico per il lavoro dei campi, solo una zappa e poco altro. La giovane mamma lavora come colf in una famiglia benestante. La casa del ragazzo, come si vede in una foto che gli è appena arrivata sul cellulare, è coperta con un ondulato in lamiera.
Shohag va a scuola per sei anni, impara a scrivere e leggere in bengalese. Dai suoi quaderni, riscritti in Italia, emerge una scrittura pulita e ordinata.
Terminata la scuola Shohag inizia a lavorare con il padre nei campi, ma padre e figlio decidono che bisogna dare una svolta alla situazione e Shohag parte. Sale per la prima volta su un aereo e, tra emozione e paura, raggiunge Dubai dove fa scalo. Prende un altro volo e raggiunge il Sudan. In seguito, su un terzo aereo, arriva in Libia dove trova lavoro.
Un sospiro di sollievo: riuscirà ad aiutare la sua famiglia in Bangladesh. Lavora come muratore. Il lavoro è molto duro e il suo fisico esile ne è provato. Ma Shohag sa che deve aiutare la sua famiglia e i sacchi – più pesanti di lui – non lo scoraggiano. Il cibo fornito è poco e di scarsa qualità, insufficiente per un ragazzo della sua età. Dopo alcuni giorni di lavoro il ragazzo chiede la sua paga. «Paga? Quale paga? – gli viene risposto – Tu qui dormi e mangi: questa è la tua paga!» Con un groppo in gola Shohag tenta di protestare. Tutto inutile. Si accorge di essere una sorta schiavo.
Quindi decide di fuggire da quel posto dove in poche metri si lavora, si mangia, si va in bagno e si dorme.
Scappa e si trova su una barca con altri 118 uomini. All’età di 18 anni affronta il mare. Il viaggio è molto duro: sete, fame e incertezza navigavano con il ragazzo.
«Poi abbiamo visto finalmente una grande barca! O lei ha visto noi…», ricorda. Una nave raccoglie i naufraghi che vengono subito rifocillati con acqua, biscotti e frutta. «Mi hanno dato una pera! Io non avevo mai visto una pera prima di allora! – spiega Shohag – Lì ho incontrato un ragazzo e ho capito subito che era un “banga”! Il suo nome è Shajalal».

Le fughe di Shajalal

Shajalal è nato in Bangladesh il 28 maggio 1998 da una famiglia povera. Poverissima. È il primo di quattro fratelli. Il padre è agricoltore, ma il terreno non è suo. Shajalal riesce ad andare a scuola per tre anni poi i soldi non bastano più e inizia a lavorare. I suoi fratelli, invece, non sono mai riusciti ad avere un’istruzione. I campi di cipolla, juta, mais e grano offrono molta fatica ma poco frutto. La mamma pulisce le ricche case del paese. Quando compie dieci anni il padre decide di portarlo da una famiglia di sua conoscenza. Lì lavora per poche taka al mese (1000 taka equivalgono circa a 10 euro!). Il lavoro è molto duro per un bambino della sua età. Deve fare di tutto, specialmente trasportare in testa sacchi di riso e mais da 40 chili. «Un giorno mi è caduto il sacco e il mais si è bagnato – ricorda –. L’uomo si è arrabbiato molto e mi ha picchiato!»
Le botte sono all’ordine del giorno. Il ragazzo può mangiare esclusivamente gli avanzi del giorno prima o condividere il cibo con le mucche. Queste gli tengono compagnia di notte perché deve dormire nella capanna con loro.
«Una volta c’è stata una grande festa per un matrimonio: tutti si divertivano, mangiavano e bevevano – ricorda -ma a me era stato proibito!»
Dopo anni di lavoro in queste condizioni, tra calci e botte, la sua salute inizia a risentirne: dolori al collo per i troppi pesi trasportati in testa; dolore al torace per la fatica di arrampicarsi sugli alberi a raccogliere la frutta; dolore ai talloni perché le volpi glieli mordevano di notte.
Shajalal scappa e torna a casa. Ma per lui non ci sono soldi per il medico. E nemmeno un minimo accoglienza. Il padre ha iniziato a fumare e giocare d’azzardo e lo costringe a tornare da quell’uomo. Dopo sei anni il giovane decide di scappare.
Raggiunge Dakka e, dormendo per la strada, inizia a lavoricchiare: carico e scarico di merci, pulizie e anche lavori di cucito.
Un giorno incontra delle persone che gli dicono: «se vai in Libia puoi guadagnare molto». Ma Shajalal non ha soldi per il biglietto. «Costa 5.000 euro – gli spiegano-. Daccene 500 e il resto ce lo darai dopo essere arrivato in Libia».
Lo convincono. Shajalal racimola i soldi e li consegna agli uomini che gli danno un passaporto e un biglietto. Così inizia il suo viaggio. Prima tappa Dubai, quindi Giordania, Turchia e Libia.
Il lavoro in Libia lo trova. Come muratore. Vive in un recinto con altri uomini dove in un piccolo spazio si lavora, si dorme e si va in bagno. Il cibo è terribile! Ovviamente niente paga.
Shajalal prova cercare le persone che lo avevano indirizzato in Libia; il numero però risulta inesistente. Scappa, ma un’auto della polizia libica lo ferma e viene arretato insieme ad alcuni africani. Lo portano in una prigione buia, stretta. «Solo chi era vicino alla finestra riusciva mangiare». Dopo 20 giorni tutti gli “ospiti” vengono messi su una vecchia barca. Anche Shajalal che non capisce nemmeno dove stia andando.
Dopo 12 ore di mare la barca inizia a cedere. Entra acqua e con i pochi vestiti indossati i profughi cercano di chiudere i buchi. Pochi sanno nuotare e tra quelli non c’è Shajalal.
Poi una nave li vede e si avvicina. Qualcuno aiuta Shajalal a salire «My friend! – si sente dire – Sei su una nave italiana e l’Italia è tua amica».
Molto stanco e provato il bengalese accetta solo da bere dai suoi nuovi amici, rifiutando i biscotti e la frutta. Con il suo salvagente sopra la nave si sente più sicuro.
«Ho anche incontrato un ragazzo, ho visto subito che era un Banga! Era Shohag».

 

Italia paese amico
Sulla grande nave Shohag e Shajalal ed entrano subito in sintonia. Sbarcano a Palermo dove sostano per un giorno intero. Salgono su un autobus che, risalendo, l’intera penisola si porta a Torino nel campo della Croce Rossa di Settimo. Lì trascorrono una ventina di giorni e finalmente Shajalal incontra un medico. Viene curato per una ferita in bocca causata dalla pistola che un libico gli aveva puntato nel cavo orale procurandogli un’infezione e un dente rotto.
Un giorno nel campo arriva Emil, mediatore culturale della Cooperativa Crescere Insieme, e conduce i due amici a Pinerolo. Per loro un mini alloggio assieme ad un altro ragazzo bengalese. Inizia per entrambi una nuova vita. L’italiano è difficile da imparare, ma con impegno frequentano le lezioni del CPA e quelle delle insegnanti della Cooperativa. Si impegnano in attività di volontariato come la pulizia dei sentieri assieme al Cai di Pinerolo e il restauro delle panchine pubbliche in collaborazione con il comune.
Shohag oggi lavora presso un azienda dolciaria in val Pellice. Shajalal ha frequentato i corsi del CFIQ e ora lavora come aiuto cuoco e cameriere in un ristorante.
Shohag è stato ben accolto nell’azienda in cui lavora. «Molte signore mi dicono che sono diventato il loro nipote – dice con un sorriso – così quando ho bisogno di qualcosa mi rivolgo a loro chiamandole “nonna”!».
Shajalal è innamorato dell’Italia e non gli sembra ancora vero che tutti lo trattino bene «L’Italia è il mio paese, la Crescere Insieme la mia famiglia! Io non voglio tornare in Bangladesh. E poi perché dovrei tornarci? Per chi?»
Come Shohag anche lui il prossimo anno vuole conseguire il diploma di terza media e prendere la patente di guida.
La chiacchierata con i due bengalesi va per le lunghe e Shohag ci richiama alla realtà: «Sa, andoma a mangè!»

Cristina Menghini