20 aprile 2015

La via in cui si trova l’Istituto Comprensivo di Bricherasio è dedicata a Luigi Cesare Bollea, storiografo e docente di scuola secondaria in varie città italiane (dal 1926 insegnò storia e storia dell’arte nel Liceo Artistico annesso all’Accademia di Belle Arti di Torino).

Tra i suoi lavori emerge proprio una ricca e complessa “Storia di Bricherasio” (1928), ma la sua ricerca spaziò su vari momenti e argomenti. Fu allievo di Ferdinando Gabotto, il fondatore della Società Storica Subalpina, e dal 1929 diresse il “Bollettino Storico Bibliografico Subalpino”.

Un suo opuscolo edito a Pistoia e conservato alla Biblioteca Alliaudi, “Silvio Pellico e il castello di Envie”, presenta una serie di testi datati dal 1835 al 1849: lettere, biglietti, “poesie d’occasione” che lo scrittore saluzzese inviò al marchese Carlo Guarnerio Guasco di Castelletto, proprietario del castello che il vasto pubblico di oggi ha conosciuto soprattutto come sede di un ristorante.

E anche versi dello stesso marchese vengono riportati.
Bollea correda il tutto con un apparato di introduzione e note, dove esprime riflessioni e commenti in dialogo con la mentalità diffusa fra gli studiosi del suo tempo, e manifesta un’approfondita conoscenza delle vicende della nobiltà piemontese.

Il materiale, per vari aspetti “minore” e “datato”, che l’opuscolo offre può comunque essere un dono anche per il lettore del ventunesimo secolo: perché documenta ulteriormente come Pellico, a partire da un profondo rapporto personale con Dio, abbia scelto di non lasciarsi travolgere dalle sofferenze della vita, ma di affrontarle costruttivamente; e si sia assunto anche la responsabilità di aiutare il prossimo a percorrere lo stesso cammino, trovando proprio in questa responsabilità un ulteriore incentivo per resistere.

Abbiamo insomma un esempio del circolo virtuoso che oggi si chiama “auto-mutuo aiuto” e di cui è riconosciuta l’utilità (accanto a specifiche terapie, quando siano necessarie). Un circolo che qui riceve un fondamento, un indirizzo, un’ulteriore spinta propulsiva dalla consapevolezza dello sguardo d’amore del Padre e dalla gratitudine per il dono di sé fatto da Cristo sulla croce.

Nel 1835 Pellico, pur non avendo una gran salute, si impegna all’Ufficio di soccorso per contrastare l’epidemia di colera e scrive ad un marchese Guasco che è ancora un sereno ed ospitale gentiluomo di campagna felicemente sposato.

Nel 1836 Carlo rimane vedovo. Silvio dirige lo sguardo sulla fede nella vita eterna che entrambi condividono, gli manda versi ( nelle “Poesie varie” si intitoleranno “L’anima di Clementina”) per confermarlo nella certezza che la comunione con la sua sposa è trasfigurata, non distrutta.

Carlo si riprenderà, farà il padre a tempo pieno con il fraterno aiuto della cognata nubile e della professionalità di un’istitutrice, costruirà una chiesa voluta non come “cappella gentilizia”, ma come luogo di preghiera per tutta la comunità (cosa sottolineata da Silvio nei versi “La chiesa del castello di Envie”).

Avrà la gioia di veder la figlia sposata: e anche in quest’occasione Silvio, che nel frattempo ha fraternamente accompagnato il dolore di un’altra vedovanza, quella di Giulia di Barolo, non farà mancare la sua poesia.

Ma è soprattutto nel momento di crisi acuta, con forte rischio di depressione, seguito alla morte della moglie, che l’amicizia di Pellico si esprime con particolare forza. Nelle lettere del 1836 Silvio fa capire che cosa significhi in profondità il suo uso di quei toni allegri, scherzosi, che troviamo tante volte in quest’opuscolo, soprattutto negli auguri di buon onomastico in prosa e versi martelliani (quei settenari doppi con il loro ritmo così “saltellante”) regolarmente spediti per la festa di San Carlo.

L’allegria rientra nelle strategie della lotta contro il male. «Ogni volta che possiamo rallegrarci un tantino, rallegriamoci… La vita è piena di dolori, e pure bisogna che facciamo i disinvolti, ciascuno colla nostra bella Croce sulle spalle.

Talora, a dispetto nostro, le lagrime scorrono irrefrenabili: ebbene piangiamo, sfoghiamoci, va benone. Ma conceduto un po’ di sfogo alla nostra debolezza, tornisi presto ad alzare la fronte ed a portare quella Croce da forti trionfatori».

Si può dire che Pellico intuisca la visione “olistica” della salute, l’interazione dei suoi aspetti fisici, psicologici, spirituali; e in questa prospettiva anche la poesia acquista il suo significato. Si rallegra per il fatto che Carlo abbia ripreso a poetare: anche questo è un segno del miglioramento della salute, favorito da ogni attività sana e costruttuva, dalla stessa atmosfera serena della campagna, e soprattutto dalla bontà di Dio che addolcisce ogni pena (in una frase pellichiana cogliamo una forte eco del finale dei “Promessi Sposi”).

Lo scriversi sia in prosa sia in versi rappresenta, nell’amicizia fra Carlo e Silvio, un “valore aggiunto”. In poesia ci si può dare del tu, e anche questo contribuisce al miglior esprimersi di una fraternità che potrebbe trovare ostacoli nelle “differenze sociali”.

Silvio può far uso di quell’ironia e autoironia che gli permette di prendere le distanze dai propri acciacchi, arrivando addirittura e scherzare sulla circostanza “pirandelliana” che gli è capitata: leggere sui giornali la notizia della propria morte.

«Mentirono i giornali, Silvio non è ancor morto: /ei mangia, beve e ciancia, sebben col fiato corto; /ei ti fa mille auguri per giorno tuo onomastico/ e se or più non compone con fuoco entusiastico / degne di plauso o fischio tragiche poesie/ i buoni egli ama sempre, ama il Signor d’Envie».

Anche il dolore grande per una carriera letteraria di alto livello sentita come ormai chiusa, si relativizza. E la poesia non viene abbandonata del tutto, se può servire a confortare gli amici.
A Carlo scrive, per le nozze della figlia: «Debol, caduco, io sulla tomba assiso / sol posso dir sovra l’infranta lira: / Carlo, fur mie tue pene, è mio il tuo riso».

E condividere le gioie altrui è un modo di “far bene” che (direbbe sempre Manzoni) fa anche “stare meglio”. In una poesia per l’onomastico, Silvio augura salute e felicità a tutti i parenti e sinceri amici di Carlo, arrivando poi a questa conclusione: «ne risulta che ogni bene bramo ed auguro a me stesso».

Quando nel 1843 Guasco ha di nuovo problemi di nervi, Pellico gli trasmette gli auguri della marchesa di Barolo, poi si confida.
«S’io dessi ascolto alla malinconia starei sempre a letto, gli occhi chiusi, muto, insocievole… Mi scuoto, m’alzo, vado , vengo, parlo, leggo, scrivo; in somma vedo che la tetraggine è una tentazione del diavolo, e la scaccio a tutto potere. Sforziamoci, muoviamoci, mostriamo i denti al demonio della tristezza.

Il Signore ci ha aiutati, ci aiuterà, ma vuole anche che ci aiutiamo. Col coraggio e la pazienza si vincono grandi cose, e si acquista una cosa più grande di tutte, ch’è il Paradiso».
Don Bosco ricordava che Silvio Pellico gli raccomandava di consultare fedelmente il dizionario.

A sua volta Pellico, possiamo dire, coltivava la massima, tipica della spiritualità fiorita fra don Bosco e i suoi allievi, secondo cui la santità consiste nello «stare di molto allegri», con quell’allegria che non è superficiale, ma scaturisce dal gioioso impegno di portare avanti con gratitudine l’alleanza con Dio.

Anna Maria Golfieri

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