Dalla condizione di “senza casta” all’attività di promozione sociale: oggi coordina 64 scuole con più di 5000 studenti

 

Dalit. Calpestato. Fuori casta. Una parola che riflette una situazione per noi occidentali quasi incompressibile. Eppure nel Bangladesh è ancora all’ordine del giorno. E lo sa bene Swapon Kumar Das che ha vissuto sulla sua pelle questa antica quanto odiosa forma di discriminazione. Lo abbiamo incontrato nella redazione di Vita Diocesana.

Swapon ora si chiama Lino. È il suo nome di battesimo che ha ricevuto da adulto. Una scelta maturata nel tempo grazie ad un incontro speciale. Ma la sua storia inizia molto prima ed è una storia di esclusione e povertà. Fin da bambino frequenta la scuola ma, in quanto “dalit”, non può beneficiare di tutti i diritti dei suoi coetanei. Loro hanno un banco, lui deve sedersi per terra. E si chiede il perché. Pur tra mille difficoltà prosegue gli studi fino alla pre-maturità. Qui però deve arrestarsi perché la sua famiglia non dispone del denaro sufficiente per pagare la tassa di iscrizione. Così Swapon, nonostante la contrarietà dei suoi genitori i quali considerano peccato l’accettare soldi da un cristiano, si rivolge ad un missionario bianco, il severiano padre Luigi Lupi. «Padre Lupi mi aiutò – racconta Lino – ed io potei diplomarmi e iniziai a frequentare la sua missione. Ad un certo punto gli dissi che volevo diventare cristiano. Lui mi rispose di pensarci bene e di chiedere il permesso dei miei genitori che acconsentirono». Gli opposero invece un deciso “no”, quando Lino espresse il desiderio di diventare sacerdote.

Accantonata l’idea e la vocazione, si buttò a capofitto nello studio e si specializzò come “tecnico di laboratorio analisi” prima in Bangladesh e poi in Italia. Di qui, nel 1993, la partenza per un’esperienza missionaria e professionale in Congo. Poi arrivò una lettera. «Nel mio paese – racconta Lino – la famiglia sceglie la sposa per il figlio. I miei genitori scelsero per me una ragazza ma era troppo giovane. Io chiesi che fosse almeno diplomata. Ne trovarono una in un villaggio a 200 chilometri di distanza dal mio. Ed era anche cristiana. La incontrai e poi ci siamo sposati». Ma il suo impegno sociale è appena iniziato.

Salute e istruzione prima di tutto

Lino si attiva per costruire una scuola nel suo villaggio. La prima è fatta in bambù ed è pensata soprattutto per le ragazze che vengono sistematicamente escluse dall’istruzione. Nel 1998 fonda la ONG “Dalit” che ad oggi raggruppa 64 scuole e più di 5000 studenti. Più di 600 le ragazze che hanno raggiunto il diploma. Alcune sono laureate ed occupano ruoli di prestigio. Ma non solo. Lino non ha mai abbandonato la sua vocazione “sanitaria” e ha fondato un ospedale con un’attenzione particolare al reparto di maternità.

«Circa l’86 per cento dei bengalesi – puntualizza Lino -. è musulmano, poi ci sono gli indù, i buddisti e una piccola parte di cristiani cattolici, che corrisponde allo 0,02 per cento della popolazione. Ma le nostre scuole e l’ospedale sono aperti a tutti».

Ci sono, però, costi da affrontare. Insormontabili per le famiglie “fuori casta” ma accessibili chi, dall’Italia, vuole dare una mano. «Con 160 euro all’anno si può adottare uno studente a distanza e permettergli così di uscire da una situazione di discriminazione che ancora persiste. Non molto tempo fa, in una grande città, un “dalit” è stato invitato ad uscire dal negozio di un parrucchiere perché se lo avessero servito gli “altri” non sarebbero più entrati». E la discriminazione arriva fino alla morte. I “senza casta” non possono nemmeno bruciare i loro congiunti defunti nello stesso luogo dove si accendono le pire funebri di coloro che appartengono alle caste più elevate. Come uscire da questa situazione? Lino non ha dubbi: «con l’istruzione. Soprattutto con quella delle donne che poi saranno madri. Affinché insegnino ai loro figli a non rassegnarsi a questa situazione».