Abbiamo conosciuto Flavio Maina, noto medico pinerolese, durante un “pizza meeting” in cui diversi volontari di ritorno dalla Missione di Padre Giovanni Piumatti a Muhanga, in Repubblica Democratica del Congo, si erano ritrovati per ricordare insieme l’esperienza. Missione chiama missione, e il discorso era caduto anche sull’Ospedale Vezo di Andavadoaka, Madagascar, fondato e gestito dall’Associazione Amici di Ampasilava, dove noi ci rechiamo ormai da molti anni.
Anche Flavio ha deciso di dedicare un po’ del suo tempo all’Ospedale Vezo, e lo incontriamo dopo una missione di 40 giorni, svolta all’inizio di quest’anno, durante l’estate malgascia.
Cosa ti ha colpito di più della struttura ospedaliera di Andavadoaka?
Mi ha stupito molto la complessità organizzativa e la molteplicità di risposte fornite – quasi sempre in giornata – ai pazienti che si sono sottoposti ad indagini diagnostiche varie. Molto spesso arrivano da altri villaggi, dopo un faticoso viaggio sul carro trainato da zebù: non sono necessarie prenotazioni e tutte le prestazioni sono completamente gratuite. L’attività ospedaliera è molto intensa: si inizia alle 7 del mattino e si prosegue fino al primo pomeriggio. Successivamente subentra un servizio di guardia medica-infermieristica, che perdura fino alla ripresa dell’attività il giorno successivo.
Puoi esprimere qualche considerazione sul Master in medicina d’urgenza e malattie tropicali che si è svolto per la prima volta a dicembre scorso all’Ospedale Vezo?
Ho avuto la fortuna di collaborare con il personale infermieristico reduce dal Master e ne ho sperimentato la buona preparazione, che mi è stata di grande aiuto. Infatti, nonostante la mia permanenza nell’ospedale di Muhanga, in RDC – sono stato là in missione per due volte, negli ultimi anni – non avevo potuto approfondire i casi di malattie tropicali, che venivano affrontati da personale locale molto efficiente.
In un villaggio così primitivo come Andavadoaka che impressione hai avuto dell’infrastruttura tecnologica dell’ospedale?
Da anni nelle nostre ASL si parla di telemedicina: in quello sperduto angolo del mondo si fa praticamente tutti i giorni teleconsulto, inviando immagini radiografiche, ecografiche, dermatologiche, ecc… agli ospedali italiani che collaborano con l’Associazione e la risposta arriva rapidamente in giornata. Vengono applicati per contro, ma inevitabili visto il contesto, anche metodi e tecniche dei primordi della medicina, ad esempio nel campo trasfusionale.
Qual è la tua opinione sulle patologie più frequenti?
Accanto a quelle che mi attendevo quali malaria, ameba, giardia, bilharzia, ho rilevato il gran numero di tubercolosi e di infezioni a trasmissione sessuale. Le patologie tubariche nelle donne causano in quell’area un gran numero di gravidanze extrauterine. Mi ha colpito anche chi non aveva patologie: dopo una visita accurata se al paziente non veniva dato almeno un farmaco, si notava sul suo volto una forte delusione.
Il bilancio della tua missione all’Ospedale Vezo?
La mia permanenza non è stata solo rose. La tecnologia impiegata normalmente mi ha fatto sentire di colpo vecchio, ma contemporaneamente ho avuto anche aiuto dai giovani. Il caldo tropicale, superiore spesso ai 40 gradi, mi ha creato alcuni momenti di difficoltà e ho avuto qualche scontro di opinioni con Sandro, il medico fondatore dell’ospedale. Ma riconoscendo a questo ammirevole medico abnegazione e impegno per così lunghi periodi, ho pensato che fosse giusto, come per i carabinieri “obbedir tacendo”. Ed è stata una bella esperienza umana e professionale l’incontro con Giulia, una giovane dottoressa piemontese che, insieme al marito, trascorre quasi tutto il suo tempo in missione dividendovi tra Kenya e Madagascar. Ho inoltre apprezzato l’indispensabile e grande lavoro dei volontari non sanitari per la gestione del complesso ospedaliero e della casa dei volontari.
Delizioso infine fare il bagno in mare a gennaio con l’acqua alla temperatura di 30-32 gradi, ammirare le foreste di baobab e la savana, le tartarughe di mare, ma in questa zona di lemuri nemmeno l’ombra!

 

Lucy Cene Francesco Pagani tro

Ufficio Missionario Diocesano

2017-04-07-PHOTO-00000001