13 giugno 2014

Un suo libro autobiografico, si intitola “Memorie di un cristiano ingenuo”. Cristiano certamente sì, ma ingenuo non lo fu, a meno che ingenuo volesse significare candido, schietto, sincero, spontaneo, naturale, senza astuzie né furbizie e tanto meno intrigante.

Dobbiamo riconoscere che Igino Giordani è ritenuto tra i maggiori scrittori cattolici del secolo XX. Qualità di lavoro, attrezzature tecniche, conoscenze filosofiche e teologiche, capacità nel dominio delle fonti e delle lingue antiche e moderne, dotato di fervore apostolico ed apologetico ad alto livello.

Era nato a Tivoli nel 1894 da una famiglia poverissima: il padre muratore e la madre lavandaia analfabeta, ma dotati di una fede semplice e profonda, coltivata in parrocchia dove sin da ragazzo Igino frequentò.

Primeggiava a scuola tanto che il P. A. Mancini gesuita e suo parroco volle impegnarsi a farlo studiare dapprima nel ginnasio del seminario e poi nel liceo statale. All’Università si trovò nel pieno dibattito della partecipazione italiana alla prima guerra mondiale ed assunse sempre un atteggiamento anti interventista, precursore dell’obiezione di coscienza per l’uso delle armi, anche se nel 1915 dovette andare al fronte come sottufficiale. Definì la guerra un atto di pazzia contro Dio e contro la ragione umana. Scampato a stento alla morte per ferite alle gambe, ricoverato in un ospedale di Milano, chiese alla suora vincenziana che lo assisteva un libro di religione e gli vennero dati gli scritti di Contardo Ferrini, ora beato.

Scoprì che la santità era possibile anche ai laici e decise di intraprendere una ricerca spirituale che lo portasse a vivere di più e meglio il suo cristianesimo.

Laureatosi nel 1918, essendo mutilato di guerra, ottenne per tre anni l’insegnamento in un liceo. Si sposò nel 1920, ebbe quattro figli e si trasferì a Roma dove entrò in contatto con i popolari don Sturzo, De Gasperi, Scelba e Spataro e collaborò al quindicinale di quel partito immergendosi anche negli studi della letteratura cristiana antica.

Don Sturzo, che ogni mattina verso le 11 faceva una passeggiata da via Ripetta sino al ponte del Risorgimento, si accompagnava sovente con lui. Scrive Giordani: «Avevamo occasione di parlare di politica, di libri, di sociologia e dei gravi problemi della Chiesa. Quando si seppe che il Re aveva eliminato Facta e dato carta bianca a Mussolini, vedevamo girare per le strade squadristi urlanti e minacciosi, cortei a non finire, gente che si accodava, antifascisti picchiati, vetrine rovinate. L’Italia si apriva alla dittatura».

Candidato al Parlamento nel 1924, non venne eletto, anche perché la sua ostilità al fascismo era così marcata da farlo radiare dall’albo dei giornalisti. Molti Popolari si ridussero al silenzio, altri preferirono l’esilio.

Quando nel 1926 Mussolini sciolse i partiti, gli fu proposto il confino, ma si salvò perché mutilato e decorato di guerra e monsignor Giovanni Battista Montini gli fece trovare un posto di lavoro nella Biblioteca vaticana dove poi lui stesso fece assumere De Gasperi, uscito di prigione e rimasto senza lavoro.

Assunse una posizione molto severa verso il cedimento che settori cattolici ebbero nei riguardo del fascismo. Condannò sovente il “baratto” che si stava compiendo per arrivare al Concordato Stato e Chiesa del 1929.

Nel grigiore della cultura del momento pubblicò “Rivolta cattolica”, “Segno di contraddizione”, “Parte guelfa”, considerando i fascisti ghibellini. Padre Bevilacqua di Brescia, poi cardinale, e monsignor Montini non solo lo difesero, ma lo aiutarono anche a sviluppare una vigorosa polemica per difendere la Chiesa cattolica dagli attacchi protestanti che egli iniziò a chiamare “fratelli separati”.

Negli anni ’30 prese parte a riunioni clandestine con De Gasperi, Bonomi, Cadorna, Piccioni e, a dopo la liberazione, fu chiamato ancora da Montini a dirigere il giornale cattolico “Il quotidiano” dove il messaggio sociale cristiano, che aveva già costituito parte delle sue pubblicazioni, veniva presentato anche per evitare l’ondata a destra che molti cattolici favorivano.

Fu membro dell’Assemblea Costituente e poi deputato nel 1948 per la DC. Tenne vari corsi universitari a Friburgo, Losanna, Lisbona, Lione.

Nel 1949 diede vita al settimanale “La via” dove esprimeva una linea avanzata di cattolicesimo sociale. Nel Parlamento sostenne il disarmo e non fu favorevole al Patto atlantico.

Dialogò sulla pace con Togliatti e Nenni e presentò la prima legge sull’obiezione di coscienza e ne portò le conseguenze. Nel 1953 non venne rieletto e questa bocciatura elettorale gli diede «la gioia segreta di conoscere e dedicarsi interamente al Movimento dei Focolari» che aveva conosciuto nel 1949 a Trento dove incontrò Chiara Lubich.

Colpito dalla forte spiritualità di questo gruppo appena sorto, vi aderì mettendo in luce alcuni aspetti sia interiori che di socialità, tanto da essere considerato un cofondatore dei focolarini e promosse il pieno inserimento dei coniugati nel focolare in unità di vita con celibi e sacerdoti generando un modello inedito di Chiesa comunione.

Diresse il quindicinale “Città nuova” fondata nel 1956.

Nel 1972 la moglie si ammalò di leucemia e venne a mancare nel 1974, circondata da un amore impareggiabile del marito e dei quattro figli.

Coltivò grandi amicizie internazionali e sviluppò una intensa attività nel dialogo ecumenico. Come Maritain si era ritirato tra i Piccoli fratelli di Gesù del padre Foucauld, così Giordani divenne cittadino dell’Oasi di Mariapoli, divenendo ambedue figure esemplari di religiosità laicali.

Morì a Rocca di Papa il 18 aprile 1980.

Anima generosa, carattere forte, trovò un questa Oasi la nuova famiglia nella quale si completò la vita di un uomo che era fuoco e dolcezza, ardore e carità, mitezza e rivoluzione.

AURELIO BERNARDI

IGINO