Incontro con il professor Rodolfo Sacco, protagonista della resistenza nelle nostre Valli

don Vittorio Morero a colloquio con Rodolfo Sacco

Incontrare Rodolfo Sacco è un’esperienza. Con i suoi quasi novant’anni egli è testimonianza vivente di un pezzo della nostra storia e della resistenza partigiana.
Rodolfo Sacco nasce a Fossano il 21 novembre del 1923. Studente universitario, nell’inverno del 1944 raggiunge insieme al fratello Giorgio la banda partigiana “cattolica” di Silvio Geuna, dislocata nel vallone del Gran Dubbione (Pinasca). In seguito aderisce alle formazioni autonome della Val Chisone e nel novembre dello stesso anno assume il comando di un battaglione attivo a Cantalupa, Frossasco e Roletto. Nel dopoguerra si laurea in Giurisprudenza con Mario Allara. Assistente di Paolo Greco, ordinario di Diritto commerciale, successivamente insegna presso l’Università di Trieste e di Pavia. Dal 1971 ricopre la cattedra di Diritto civile e Diritto privato comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Professore emerito, membro dell’Accademia dei Lincei, dell’Accademia nazionale delle Scienze di Torino, è riconosciuto uno dei massimi esponenti del diritto comparato a livello internazionale. È dottore Honoris Causa presso le università di Parigi2, di Ginevra, di Montreal e di Narbonne. Attualmente risiede a Torino; è stato Presidente ed è “Presidente Onorario” del Centro culturale Cantalupa del cui direttivo fa parte.

Professor Sacco, ma era proprio necessaria la resistenza?

Se non ci fosse stata le resistenza, la storia italiana e la storia del mondo non sarebbe cambiata molto. Già il 25 aprile ma poco dopo, il 7 maggio, il nord dell’Italia sarebbe stato consegnato al governo Bonomi. Le libertà sarebbero state ripristinate come lo erano prima dell’8 settembre in virtù della caduta del fascismo avvenuta non il 25 aprile del ’45 bensì il 25 luglio 1943, una data che gli italiani non ricordano a torto. Se era necessaria la resistenza? La risposta è no!

Era possibile non fare la resistenza?

Anche qui la risposta è un’altra volta no!

E allora perché farla?

L’Italia è abitata da cittadini italiani i quali hanno sentimenti, hanno doveri verso la loro nazione. Ecco perché. i tedeschi avevano invaso il nord e centro dell’Italia e da principio anche una parte del sud (per un momento hanno occupato anche Napoli). C’è da stupirsi della incapacità anglo-americana che ha saputo ovviamente della resa italiana prima dei tedeschi. Perché i tedeschi che hanno occupato l’Italia, hanno fatto più in fretta degli anglo-americani? C’è da domandarsi perché non sono stati questi ultimi a occupare tutta l’Italia con l’aiuto dell’armata italiana e della popolazione.

Come avvenne l’occupazione tedesca?

I tedeschi occuparono l’Italia con un’assoluta brutalità. Le deportazione dell’esercito italiano in Germania è avvenuta in un modo brutale. A causa dell’impreparazione con cui gli italiani si erano lasciati portare via Benito Mussolini da Campo Imperatore (operazione Quercia ndr.) per consegnarlo nelle mani di Hitler, si creò un’organizzazione repubblicana fascista tanto indipendente come poteva esserlo la monarchia di un paese africano soggetto ad un protettorato britannico o francese. Comunque forze brutali anti italiane si impadronirono dell’Italia settentrionale, del centro e del sud. Non soltanto vennero a far del male a ognuno di noi ma volevano che ognuno di noi collaborasse con loro. Ci diedero l’alternativa: «o collaborate con noi o noi vi faremo del male. Come minimo vi portiamo in Germania». Non saranno stati tutti di annientamento i campi di concentramento, ma sicuramente non erano dei luoghi di vacanza!

Allora che fare?

Collaborare no! Collaborare non si può a qualunque prezzo! Non si collabora. Ma chi vuole non collaborare non può mettere una bandiera bianca fuori della porta e i tedeschi quando arrivano si fermano. I tedeschi non ammettono la non collaborazione né da una parte né dall’altra. E quindi chi volle non collaborare coi tedeschi dovette difendersi da loro che, come minimo, avrebbero potuto deportarlo o semplicemente fucilarlo perché non si è presentato alle chiamate ordinate in proprio o tramite i collaboratori repubblicani.

Era necessario abbracciare le armi?

Per l’orrore che suscitava la brutalità dei tedeschi, per l’offesa fatta all’Italia invasa da una potenza straniera, per l’impossibilità di vivere neutralmente… l’unica soluzione era quella della giustizia, cioè batterci contro la Germania.
Dopo tutto, molti di noi avevano gli obblighi militari. I tedeschi avevano invaso l’Italia. Il 13 ottobre del ’43 il governo italiano aveva dichiarato guerra alla Germania. Se io volevo essere degno di chiamarmi italiano dovevo battermi. Ero un militare italiano, ero tenuto a battermi. In quel tempo, poi, era importante una cosa, che raccontata adesso può trovare impreparato chi legge: nei colloqui militari avevamo fatto giuramento al re e noi a quel giuramento ci sentivamo obbligati. Il re come capo dello Stato italiano aveva sottoscritto la dichiarazione di guerra alla Germania e la difesa del territorio italiano capeggiato dal re, implicava in quel momento la liberazione del suolo nazionale. L’obbligo di batterci non era verso il partito, ma verso l’etica in generale perché l’etica non ha partiti. Era verso noi stessi perché non avevamo altra soluzione per salvare noi stessi dal male che ci volevano fare. Un dovere verso la nazione, verso l’ordine giuridico italiano. Era necessario battersi contro i tedeschi. Non c’era la necessità di un partito che intermediasse.
Poi la scelta tra monarchia e repubblica… Quando io ho giurato non mi hanno dato la scelta se giurare a un re o a un presidente della repubblica. Il re era il capo dello stato italiano. Poi un certo giorno ci hanno detto che da quel momento c’era un capo di stato provvisorio e non c’era più il re. La costituzione ha stabilito che l’Italia è una repubblica ed è stato eletto il primo presidente della Repubblica italiana. Non c’è una differenza, diciamo filosofica, abissale; se si vuol difendere la repubblica si invoca la ragione. Il presidente è posto in base alle qualità che possiede, mentre il re è imposto in base ad un atto di nascita che di per sé non significa nulla.

Davide De Bortoli