7 luglio 2015

In tutto il  mondo si stanno svolgendo – e quasi concludendo – le celebrazioni per i duecento anni dalla nascita di don Bosco, uno dei maggiori educatori dei tempi moderni. Come noto, la pedagogia di don Bosco punta molto su fattori psicologici come l’equilibrio, l’autocontrollo e la serenità. Il soggetto da educare risulta assolutamente centrale. L’educatore è invece pochissimo autoreferenziale preferendo la discrezione e l’ascolto e limitando i propri interventi. In questo sta la modernità e il successo della pedagogia salesiana.

Anche la terminologia scelta da Giovanni Bosco (chiamò il suo primo gruppo “La società dell’allegria”) ci fa pensare alla creazione di un ambiente lieto, simpatico, positivo, alieno da melanconie, macerazioni e ripiegamenti su se stessi anche se profondamente responsabilizzante e attivo. In particolare, per don Bosco, in campo pedagogico non si deve usare la costrizione ma il dialogo e la persuasione, infatti già in un sogno giovanile Giovanni vide alcuni coetanei che si comportavano male, bestemmiavano e così via e vide se stesso nell’ atto di prenderli a pugni: apparvero però due figure maestose, un uomo e una donna (Gesù e Maria) che gli dissero che i giovani, anche quelli che sbagliavano, non dovevano essere trattati con durezza né percossi ma era necessario invece guadagnarsi la loro amicizia e fiducia. Questo sogno fu fondamentale per il giovane che comprese qual era la strada da intraprendere.

La pedagogia di don Bosco, pur molto personale e innovativa, non nasce tuttavia dal nulla. Come ovvio, don Bosco si rifà in primis a Francesco di Sales che risulta essere per lui un modello con la sua mitezza, la sua capacità di persuasione, il suo modo mai costrittivo di affrontare i problemi dei fedeli. Francesco fornisce il metodo (da lui usato con singoli fedeli, nella direzione spirituale e nel confronto con i calvinisti), ma Giovanni lo applicherà nel “sociale” con la gioventù povera e “disadattata” (come diremmo oggi). Ovviamente c’è anche un rapporto tra don Bosco e altri educatori dell’epoca della controriforma (o riforma cattolica) come Filippo Neri, creatore degli oratori.

È in questo periodo che nasce anche l’attenzione per l’individuo, per i problemi individuali nel campo della fede e dell’etica, in parole povere, la psicologia in senso moderno (applicata in questo caso nel campo religioso) e ne sono un esempio Francesco di Sales, Fénelon e altri (in epoca medievale invece l’ attenzione era più centrata sulla comunità).

Un santo sognatore

Don Bosco raccontò moltissimi sogni, ne sono stati raccolti più di 150. Alcuni “profetici”, altri hanno un interesse psicologico, simbolico o formativo. Si è già parlato del sogno che fece da giovanissimo. In seguito Giovanni fece altri sogni che rivelano interessanti significati simbolici. Ne citiamo alcuni, servendoci del testo di don Antonio Venco.

Il serpente e il rosario. Un orribile serpente dalle carni maleodoranti viene vinto da una corda che poi si rivela essere la preghiera.

Il rospo. Questo sogno sulla natura del male si configura come un vero e proprio incubo in cui il sognatore vede un rospo enorme, molto sgradevole, che a un certo punto quasi lo inghiotte. Il rospo risulta essere il demonio, nello stesso sogno Giovanni vede una vite che paragona agli esseri umani, alcuni tralci hanno solo foglie, altri danno invece buoni grappoli, altri sono minacciati dalla grandine; ancora nello stesso sogno si ha una visione dettagliata e realmente spaventosa dell’inferno e dei peccatori che finiscono là per aver disprezzato la misericordia di Dio e ogni possibile aiuto.

Il sogno del fazzoletto. I fazzoletti di alcuni giovani vengono perforati dalla grandine, simbolo del peccato, il fazzoletto rappresenta la castità.

Il sogno della zattera. Si tratta di un sogno molto elaborato: c’è un alluvione che minaccia di sommergere tutti; viene approntata per i giovani una zattera, pilotata da don Bosco, segue una navigazione perigliosa, costellata di insidie come quella costituita da un’ isola tentatrice che attira a sé alcuni naviganti, ma nasconde solo pericoli. Alla fine i viaggiatori raggiungono un’isola bellissima, protetta dalla Madonna. L’ isola è ricca di vegetazione, giardini, acqua fresca: questo sogno ricorda gli imram, cioè i racconti di viaggio del medio evo irlandese – è un famoso imram è il viaggio di san Brandano.

La passeggiata in paradiso. Di particolare interesse è poi il sogno della “passeggiata in paradiso” la cui ricca simbologia sembra ricalcare le immagini reperibili in certa letteratura religiosa, specialmente orientale e medievale: si parla infatti di un viaggio (che ci fa ricordare le molte narrazioni sui viaggi simbolici alla ricerca del paradiso o di se stessi scritti in ambito cattolico ma anche protestante come “Pilgrim’s Progress” di Bunyan), di quattro laghi (pieni rispettivamente di sangue, di acqua, di bestie feroci, di fuoco); poi si parla di uomini che sono legati a vari animali a seconda dei peccati commessi (i ladri con i gatti, i viziosi con i porci, i paurosi con i conigli ecc.).

Il paradiso è un monte altissimo, difficile da scalare (la montagna è tema tipico della letteratura mistica, ricordiamo le opere di Thomas Merton). La via che conduce al paradiso è costituita da un ponte strettissimo (il tema del ponte stretto e pericoloso che conduce all’ eterna felicità e che le anime devono attraversare è in realtà antichissimo e si trova già in svariati testi religiosi, da quelli zoroastriani a quelli islamici). Non rari sono poi i sogni relativi alle missioni in lontane parti del mondo, come il Sudamerica, a contatto con indigeni ostili. Citiamo ancora i sogni in cui il sognatore ha visioni di amici o maestri (l’allievo prediletto Domenico Savio, morto assai giovane, il maestro e modello Francesco di Sales: anche qui esistono “precedenti letterari” nei testi medievali). Come si vede, l’ immaginario di don Bosco ricalca non pochi motivi presenti nella tradizione religiosa europea e non solo.

Tra inquietudine e allegria

Ma come si concilia il Giovannino che conosciamo, questo piemontese positivo, forte ed energico, ricco di buon senso popolare, proveniente da una solida famiglia contadina tutta dovere e concretezza con questo sognatore che faceva incubi inquietanti, che spesso gridava nel sonno e svegliava con le sue grida i confratelli che dormivano nelle stanze vicine? I sogni infatti, sovente conturbanti, sembrano contraddire l’ immagine solare, positiva, equilibrata di Giovanni, l’immagine che viene data di solito.

A nostro parere la risposta è che a fianco all’educatore ottimista, allegro, amante dello sport (immagine che il sacerdote dava ai ragazzi per essere un solido punto di riferimento), esiste anche un altro don Bosco più inquieto e tormentato, con una vita interiore di grande interesse ed anche di grande attualità perché i suoi timori sono anche i nostri: il male, il destino umano, il futuro, le incertezze, le debolezze e gli interrogativi delle persone… Sono timori molto moderni al di là di un certo tipo di linguaggio, verbale e visivo, assai tradizionale e ancora legato agli stilemi della controriforma. Don Bosco esercitò la sua grande creatività e fantasia anche in altri campi, maggiormente, per così dire, concreti

. I giochi di prestigio e destrezza, gli scherzi, le burle, i giochi di parole, l’amore per il teatro (usato come mezzo educativo) sono una parte importante del suo percorso. Intratteneva i coetanei con acrobazie da circo e giochi di prestigio in cui era abilissimo, non disdegnava queste forme di creatività spicciola. Anche la capacità di aggregazione, quasi prodigiosa, appare come un tratto creativo della personalità. Nei suoi contatti con le persone deve aver contato molto, ma soprattutto contava, come scrisse il suo biografo Eugenio Ceria, la sua duttilità personale, la capacità di accettare le persone, di rispettare le inclinazioni di ciascuno, di «secondare il loro genio».

Luisa Paglieri

 

bosco