2 febbraio 2015

Nel 1691 il noto scrittore francese l’aveva scelta per un suo poemetto elogiativo

Lo scrittore di favole francese Charles Perrault, considerato l’introduttore – nella letteratura narrata – della modernità espressiva, ha anche ambientato uno dei suoi poemetti moraleggianti a Saluzzo, narrando della Marchesa di quella città piemontese e delle sue vicissitudini coniugali, ma soprattutto della sua resistenza “forte” anche di fronte alle più spietate angherie ed ai riprovevoli tradimenti, ripetuti, del proprio marito, perpetrati per saggiare la fedeltà della moglie, e da lei subìti con pietosa sopportazione e ogni volta perdonati, per i quali ella divenne un particolare esempio di “pazienza” muliebre e di virtù femminile (accettando una imbarazzante e spiacevole condizione personale che tre secoli e mezzo addietro facevano della donna un encomiabile persona, ma che oggi verrebbero considerati con ben altro giudizio).
La fama perraultiana come importante narratore, proviene dalle versioni letterarie delle maggiori storie popolari allora conosciute e tramandate (quali La Bella Addormentata, Cappuccetto Rosso, Barbablu, Il Gatto con gli Stivali, Cenerentola) che egli raccolse nei “Racconti di Mia Madre l’Oca” stampati nel 1697.
La vicenda della Marchesa saluzzese Griselide (o Griselda) non appartiene però all’antologia di quelle fiabe, bensì è piuttosto precedente (di 6 anni) alla loro pubblicazione, in quanto scritta nel 1691 (e letta per la prima volta – quell’anno stesso – davanti ai membri della Accademia di Francia, e immediatamente pubblicata nell’annuario della società accademica “Raccolta di Vari Saggi di Eloquenza e Poesia Presentati all’Accademia Francese per il Premio dell’Annata 1691”, nonchè stampata separatamente pochi mesi dopo).

Un confronto tra “antichi” e “moderni”
Nella sua specifica modalità di trattazione, quest’opera mostra anche due differenze sostanziali dai lavori più noti del suo autore.
Innanzitutto è un componimento poetico, e non una novella in prosa, scritto in versi di rime baciate in parte alternate; e quindi possiede la importante qualità prioritaria di essere un testo di specifico riferimento a quella nota diatriba sorta tra gli scrittori francesi (e sviluppatasi nella seconda metà del Seicento sotto il Regno del Re Sole) riferita alla cosiddetta “Questione degli Antichi e dei Moderni” (Querelle des Anciens et de Moderne), che è giunta al proprio culmine nel 1687 proprio con un altro testo, anch’esso poetico, di Perrault, riguardante “Il Secolo di Luigi il Grande”; in cui il suo estensore si espone esplicitamente sul trascinato problema della novità espressiva nei lavori letterari e del loro realismo nei contenuti. Quest’opera crea una acuta contrapposizione polemica tra i letterati dell’epoca, che si schierano nei due avversi fronti degli Antichi (rappresentati da Nicolas Boileau, a sua volta appoggiato da Jean De La Fontaine e Jean Racine, sostenenti l’imitazione dello stile del passato e il suo adattamento corrispondente) e dei Moderni (capitanati dallo stesso Perrault, e tra gli altri con Molière quale autorevole spalleggiatore), per i quali i lavori contemporanei necessitavano di criteri compositivi di maggiore attualità e innovazione, basati su tematiche concrete ed anche popolari (e non a caso i racconti perraultiani della Mamma Oca riportavano fiabe e novelle appartenenti a storie tradizionali che venivano narrate a voce dagli anziani nell’ambiente domestico davanti al camino, o nelle stalle al calore naturale del bestiame).
Il poemetto perraultiano (il cui titolo preciso è “La Marchesa di Saluzzo o la Pazienza di Griselidis”) comincia con una sintetica descrizione paesistica della località saluzzese, posta «Ai piedi delle celebri montagne / dove il Po proviene da sotto la vegetazione / e scorre nella vicina campagna / conducendovi le proprie acque natìe»; in cui “visse” il «giovane e gagliardo Principe», che si godeva – in tutti i sensi – «le delizie della sua Provincia»; e che un giorno scelse, andando a caccia, una «amabile Pastora» in sposa – che diverrà la futura Marchesa – incontrata (come nelle migliori favole che si conoscano) in riva a un incantevole ruscello.
Non è accertabile se l’enfatico elogio del territorio saluzzese provenga dalla sensazione di una effettiva esperienza provata dallo scrittore, o derivi da altra fonte conoscitiva soltanto letteraria; poiché è anche ignoto se Perreault fosse stato in quelle terre italiane, e avesse visitato Saluzzo.
Ma non è neppure facile capire per quale motivo, o capriccio seicentesco, il narratore-poeta abbia deciso di ambientare proprio in Piemonte e a Saluzzo la sua poesiola sulla paziente e virtuosa nobildonna dallo strano nome non di certo pedemontano o italico; e nemmeno può illuminarci di più la dedica del volumetto (allora obbligatorio omaggio per ricevere approvazioni altolocate e vantaggi protettivi) rivolta alla Principessa Palatina Elisabeth-Charlotte d’Orléans, figlia del Duca Filippo, fratello del Re Luigi XIV, il cui testo tuttavia è privo comunque di altra indicazione specifica sulla figura della Marchesa in questione.
All’epoca della presunta Griselda, Saluzzo (rimasto nei secoli pressoché indipendente fino al 1548, quando venne sottomessa alla Francia, ma ripresa nel 1602 dai Savoia del Duca Carlo Emanuele I con la Pace di Lione, e da allora restata sostanzialmente sotto l’influenza sabauda) aveva perso importanza politica quale sede di Marchesato, e storicamente comunque non ebbe alcuna Griselidis come consorte del suo Marchese. Personaggio inventato, dunque, la fantomatica Griselide, che non essendo riferibile ad alcun personaggio effettivamente esistito, può forse ritrovarsi (per sottaciuto traslato metaforico e quale immagine simbolica, in quanto ideale modello esemplare di virtù) nella stessa duchessa orléanina, cui l’autore ha voluto sapientemente dedicare il poema, nascondendo però con garbo il simile dramma personale vissuto da Elisabetta-Carlotta, che dovette sopportare (al contrario, perché il marito non era un donnaiolo, ma omosessuale) le scappatelle speciali del consorte, e i suoi enormi sprechi di denaro perduto al gioco.
Nel 1691 la città saluzzese era ancòra abbondantemente contenuta in insediamento murato sul genere recintato medievale, e neppure trasformata nel tipico impianto stellato alla maniera fortificativa seicentesca, con le tipiche difese ad ampie cortine risegate di baluardi e bastioni puntuti; essa resta nella vecchia rappresentazione storica come viene raffigurata nelle vedute a volo d’uccello del grandioso atlante topografico del “Theatrum Sabaudiae”, la «monumentale descrizione dei dominii dei duchi di Savoia al di qua e al di là delle Alpi», stampata per la prima volta nel 1662 ad Amsterdam dal famoso cartografo olandese Jan Blaeu (e il cui disegno esecutivo spetta all’abile incisore fossanese Giovanni Boetto – ingegnere, architetto, e topografo – al servizio del ducato sabaudo) e ripubblicata un decennio dopo nel 1682, nonchè sostanzialmente rimasta ancòra tale nel 1837, allorché la descrisse lo storico Attilio Zuccagni-Orlandini, riportata nella sua imponente opera sulla “Corografia fisica, storica e statistica, dell’Italia e delle sue Isole” («Gli edifici pubblici e privati di Saluzzo erano un tempo tutti raccolti nella cima e sulla pendice del colle: una muraglia gli ricingeva, ed un lungo fosso servìa di circonvallazione. Un grandioso castello, munito di valide difese, sorgeva nel sito più elevato della città»).
Con queste notizie e deduzioni, la vicenda griselidina sarebbe conclusa. Se non fosse però che ad una Marchesa Griselda di Saluzzo (ed al marito Gualtiero) avesse già dedicato – dal 1353 – una novella analoga nientemeno che Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone; e che pure Carlo Goldoni nel 1735 l’aveva adattata ad un’opera lirica musicata da Antonio Vivaldi, riprendendo un precedente libretto di Apostolo Zeno composto nel 1718 con musiche di Antonio Maria Bononcini. E infine, non può nemmeno suscitare più molto stupore sapere che il nome (Griselidis) dato da Perrault al proprio poema è stato deformato linguisticamente in tale modo nelle traduzioni decameronesche francesi già a partire da una copia manoscritta del 1395 (stesa da Philippe De Mézières col titolo “Le Mystere de Griselidis marquis de saluces par personnaiges”) approntata per uno spettacolo teatrale con 35 attori (e poi stampata “per la prima volta” a Parigi da Bonsons nel 1449).
Non soltanto per merito perraultiano, dunque, la città saluzzese rimane con perenne memoria nella storia della letteratura importante.

Corrado Gavinelli

ALLEGATO 3 - Vita 2015, N° 2 - Figura 3 (1697 - Jan Baptist Weenix, Elisabeth-Charlotte d'Orleans)