Maggio 2014

Il 9 dicembre 1981 moriva il pinerolese Ferruccio Parri che nella Resistenza antifascista era chiamato il comandante Maurizio.

Nato nella nostra città il 19 gennaio 1896, dove il padre era direttore dell’allora Collegio Civico, si laureò in Lettere e partecipando alla I Guerra mondiale conquistò tre medaglie d’argento.

La sua militanza politica democratica risale alla giovinezza ed appartenne al “Partito d’azione”.

Redattore del Corriere della Sera, partecipò alla fuga di Turati dal porto di Savona e per questo fu dapprima incarcerato e poi inviato al confine tra Ustica e Lipari dal 1926 al 1932.

Vice comandante del Corpo volontari della libertà, venne chiamato dal Presidente della Repubblica Enrico De Nicola alla guida del primo governo dell’Italia liberata, ma rassegnò amaramente le dimissioni dopo sei mesi in seguito ai contrasti di linea politica tra i partiti anti fascisti.

Nel 1963 il Presidente Antonio Segni lo nominò Senatore a vita.

Di Ferruccio Parri molti si soffermano sulla sua vita partigiana, sull’attività politica e sulla sua attività di governo a liberazione avvenuta e ne esaltano la sua laicità, sottovalutando sempre il suo essere anche un credente cristiano.

Un sacerdote suo amico, don Pierluigi Occelli, a quattro anni dalla sua scomparsa, ne rende testimonianza nel suo libro: “Ferruccio Parri, amico carissimo” (Proietti, Roma, 1985), ricordando come il Parri non solo fu credente da giovane, andava in chiesa, riceveva l’Eucaristia, ma ebbe anche l’assistenza religiosa nell’estrema malattia e volle essere sepolto con il crocifisso tra le mani. Anzi, aveva stabilito che ai funerali di stato facesse seguito la Messa funebre e le esequie nella chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, per poi essere sepolto nel cimitero genovese di Staglieno.

La religiosità di Ferruccio Parri, tenuta nascosta dal laicismo di molti politici del suo tempo, appare corroborata da due grandi amicizie che lo legarono prima a Giosué Borsi, (figlioccio di Carducci), il quale dopo una giovinezza dissipata e anti clericale e dopo aver letto Pascal e Manzoni, sostenuto dall’amicizia con il padre Giulio Alfani delle Scuole Pie, ritornò alla fede cattolica e aderì al Terzo Ordine Francescano. Il suo secondo grande amico fu Duccio Galimberti, l’eroe della Resistenza piemontese, il quale prima degli scontri chiedeva ad un sacerdote la “Messa dei ribelli” al termine della quale voleva venisse impartita ai suoi partigiani l’assoluzione comunitaria in “articulo mortis”.

Lo stesso Galimberti guidava le preghiere ed esortava ad accettare di donare la propria vita per un grande ideale di libertà come fece Gesù che era Dio e sapeva che tutti i suoi apostoli sarebbero stati uccisi.

Un ulteriore conforto alla pratica religiosa venne a Parri dalla moglie, la quale ricordava agli amici che aveva scelto come nome di battaglia i due santi patroni della sua Pinerolo: Maurizio e Donato.

Scrive ancora il suo amico sacerdote don Pierluigi Occelli: «L’ultima comunione eucaristica che portai a Parri fu all’ospedale del Celio nel giorno in cui ricordava la sua defunta moglie Ester e lo stesso giorno volle intronizzare sulla parete, a capo del letto, il quadro della Consolata, la Madonna cara ad ogni piemontese. Pregava la Madonna in latino, sovente anche con la sposa e ripeteva l’Ave come l’aveva appresa dalla madre, la quale gli diceva: “L’Ave disla ‘n latin, a l’è mei”».

Uomo integro e tenace combattente democratico che amava la vita semplice, lasciò a tutti, a prescindere dagli schieramenti politici, una testimonianza di alta moralità. Con lui scomparve un pezzo incancellabile della storia italiana.

Uscendo dalle scene della vita, le persone mostrano il loro vero volto.

 Aurelio Bernardi

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