09 aprile 2015

Vallombrosani e Piemonte: esiste un legame? Sembrerebbe proprio di sì, a leggere I Vallombrosani nel Piemonte medievale e moderno, pubblicato l’anno scorso con Viella da Riccardo Ciliberti e Francesco Salvestrini, due docenti dell’Università di Firenze.

Eppure molti forse ignorano l’attiva e documentata presenza della congregazione nella nostra regione, soprattutto a Torino, Vercelli, Asti e Novara. Nel contesto dell’Anno della Vita Consacrata, che si sta celebrando in tutta la Chiesa, abbiamo incontrato padre Giuseppe Casetta, friulano, cinquantasette anni, monaco dal 1978, presbitero dal 1984, Abate Generale dal 2007.

Abbiamo approfittato della sue disponibilità per approfondire anche il senso della vita monastica e consacrata nel mondo d’oggi.

Abate Casetta, innanzi tutto: come nascono i Vallombrosani e qual è il loro carisma?

I monaci vallombrosani fanno parte dell’Ordine di san Benedetto e costituiscono una delle diciannove Congregazioni dell’Ordine, tra le più antiche, con a capo un Abate Generale o Abate Presidente.

Sono stati fondati da san Giovanni Gualberto, morto nel 1073, monaco benedettino che per lottare contro la simonia e il nicolaismo (tendenza contraria al celibato sacerdotale, ndr) decise di lasciare il monastero di San Miniato al Monte (Firenze) e di dare vita in Vallombrosa (Firenze) ad una nuova comunità monastica caratterizzata da un’osservanza rigorosa della Regola di san Benedetto, con un’accentuazione della povertà e della comunione tra i monasteri (vinculum caritatis et consuetudinis) che andarono formandosi attorno a questa grande figura di monaco e di Riformatore.

Che rapporto c’è tra i Vallombrosani e il Piemonte?

La Riforma di san Giovanni Gualberto toccò diverse regioni e diocesi italiane, soprattutto in Toscana e nel nord Italia. La penetrazione vallombrosana nelle diocesi dell’odierno Piemonte si sostanziò in otto istituzioni principali, cinque delle quali furono originate o acquisite durante la prima metà del XII secolo: San Bartolomeo di Novara, San Benedetto di Muleggio in diocesi di Vercelli, Santi Giacomo e Filippo di Asti, San Paolo di Tortona, San Giacomo di Stura.

Questi monasteri si caratterizzavano soprattutto per una forte propensione all’assistenza, in particolare per i pellegrini e i viaggiatori, costituendo delle importanti strutture ospedaliere che si resero benemerite per le popolazioni locali e limitrofe.

Stiamo celebrando l’Anno della Vita Consacrata? Che cosa esso può rappresentare per chi non è religioso?

L’Anno della Vita consacrata è un’occasione da non perdere per mettere a fuoco anche la centralità della vita monastica nella Chiesa. Papa Francesco non chiede alla vita consacrata – e quindi alla vita monastica – di riflettere su se stessa, ma interpella tutta la Chiesa ad approfondire il significato di questo dono, che lo Spirito Santo fa, per l’utilità di tutti.

Questo è il punto: se la vita consacrata è conosciuta solo per le sue opere (caritative, sociali, ecc.) rischia di essere solo una “manovalanza” nella Chiesa e perdere la sua significatività.

Quest’anno è un’occasione opportuna per rimettere al centro la dimensione della fraternità, vera sfida per i tempi che viviamo, fraternità che si fonda sull’esperienza di Dio vissuta nella semplicità e povertà, con l’impegno di una presenza costante nella vita degli uomini e donne di oggi.

Le vocazioni alla vita consacrata appaiono forse più “in crisi” rispetto a quelle già “precarie” del clero diocesano. Come risvegliare nell’uomo d’oggi la voglia di consacrarsi per sempre al Signore?

Il problema vocazionale in Occidente è assai grave. È vero che c’è una ripresa delle vocazioni sacerdotali diocesane e una contrazione o diminuzione di quelle alla vita consacrata.

Ritengo che un risveglio delle vocazioni alla vita consacrata sia possibile solo attivando dei percorsi di conoscenza e di cammino vocazionale a partire dalle famiglie e dalle comunità parrocchiali che spesso hanno scambiato il termine “vocazione” con quello di “professione”.

Oggi le chiamate del Signore non mancano: mancano le risposte, perché c’è un bombardamento di proposte che i giovani non riescono più a discernere.

Alcuni dicono: “Per fare del bene non è necessario dedicarsi completamente al Signore”. Padre Abate, ma a che serve la vita monastica all’uomo d’oggi?

Credo che per rispondere a questa domanda non ci siano parole più appropriate di quelle che lo starec Zosima, l’anziano monaco de I fratelli Karamazov, rivolge ai suoi discepoli: “Noi non siamo migliori della gente del mondo per il fatto che siamo venuti qui e ci siamo chiusi far queste mura; anzi, chiunque è venuto qui, proprio per il fatto di esserci venuto, ha riconosciuto di fronte a se stesso di essere peggiore della gente del mondo…

E quanto più un monaco vivrà fra le sue quattro mura, tanto più profondamente dovrà rendersene conto. Perché, in caso contrario, non valeva nemmeno la pena che ci venisse. Questa consapevolezza è il coronamento della nostra vita di monaci, e anche della vita di ogni uomo. Giacché i monaci non sono esseri diversi dagli altri; essi sono soltanto come dovrebbero essere tutti gli uomini sulla terra”. Ecco a che cosa “serve”: a ritrovare nella fatica di una conversione quotidiana l’unità del cuore e della vita.

Fabrizio Casazza

vitacons