25 aprile 1945. 25 aprile 2015

Riportiamo di seguito il discorso tenuto da Rodolfo Sacco a Cantalupa il 25 aprile scorso.

Quanto tempo è passato!
Cosa significa “celebrare” un evento, 70 anni dopo?
Cos’avrebbe detto, nel 1987, qualcuno che avesse voluto celebrare la battaglia di Vittorio Veneto?
Cos’avrebbe detto, nel 1964, chi avesse voluto celebrare la battaglia di Adua?
Un dato è chiaro. Il XXV aprile, con esso la Resistenza all’invasore tedesco, con esso il sacrificio talora eroico di tanti caduti, con esso il contributo italiano alla vittoria sulle forze portatrici di crudeltà e di lutti, avvolte nell’odio che avevano suscitato e nella vergogna che meritavano, tutto ciò non può non destare pensieri, considerazioni (in qualche caso ricordi) diversi nelle diverse generazioni allora presenti o affacciatesi in seguito.
All’epoca ero anch’io un partigiano.
Avevo avuto la soddisfazione, in questa o in quell’altra circostanza, di vedere il reparto della Wehrmacht o della Brigata Nera messo in scasso dalla bravura e dal coraggio dei partigiani: il forte di Fenestrelle parzialmente abbattuto sui carri armati che volevano entrare in città; la mia fuga dal carcere; la cattura del distretto di Pinerolo al completo; le diserzioni dalla Wehrmacht da noi propiziate.
Per me gli eventi del quarantacinque sono un capito in cancellato della mia vita. E lo rivivo in uno stato d’animo speciale. In questi settant’anni gli amici con cui spartivo il ricordo, con cui cantavo i nostri piccoli inni, con cui ridevo al pensiero di questo o quel fatto singolare, sono scomparsi: così i miei comandanti M. Marcellin, E. Serafino, i comandanti delle altre bande della Val Chisone, Vittorio Sacerdote, Fiore Toye, Alberto Lippolis; i partigiani della mia banda, fra cui Giorgio Sacco, Tommaso Anchisi, tutti gli altri. Le staffette, Cita Brignone, Livia Savorgnan, Cristina Ayroldi.
Ripenso a quel passato. Non ho, invece, con chi parlarne, per rievocare.
Il discorso da fare è diverso per chi ha visto quei tempi, ma senza essere coinvolto nell’azione, perché non ancora uscito dall’infanzia.
Non solo chi combatte, ma anche chi vive in famiglia distingue lo stato della guerra – combattuta tutto intorno a sé, là dove egli vive – e lo stato della pace.
Il 25 aprile fu per tutti il grande momento in cui tacquero il mitra e le bombe. Non più il succedersi di tristi notizie – il caduto, il ferito, il combattente fatto prigioniero, il civile arrestato che forse verrà deportato, forse verrà massacrato quale ostaggio. Non più la fame perché il ponte, distrutto, non consente il transito dei rifornimenti. In una parola, non più la paura, quella speciale paura che porta il nome di terrore.
Dopo il 25 aprile nuove generazioni sono venute al mondo. Hanno sentito parlare e narrare della guerra, con una intensità che diminuiva di decennio in decennio.
Decennio in decennio la guerra diventava sempre meno un ricordo e sempre più un fatto da leggere sui libri da studiare, forse, a scuola.
Oggi è un 25 aprile. Ci troviamo insieme, concittadini di quattro diverse generazioni.
Per le ragioni che ho detto, proviamo reazioni diverse sentendo rievocare quella data.
La percezione di noi vecchi si rivolge a vicende lontane nel tempo che furono il magico evento di un unico giorno – appunto, il 25 aprile – o l’evento, protratto per due anni – l’occupazione tedesca, il sangue sparso in tutte la città e in tutte le montagne italiane, le brutture di una dominazione crudele, barbara, spaventosa.
Ma questi accadimenti, cui si rivolge la percezione dei vecchi, furono momenti, o furono comunque periodi brevi, se consideriamo gli eventi cui può rivolgersi il nostro pensiero.
Un’altra percezione, che può essere comune ai vecchie ai giovani, è molto più illuminante.
Noi possiamo vedere accanto a quel 25 aprile 1945, e insieme con esso, quella data, di poco successiva, in cui la Germania e il Giappone si arrendevano alle Forze Alleate, come una data di importanza assolutamente unica. Noi possiamo vedere gli eventi di quelle settimane come qualcosa che segna la fine di un periodo lugubre, esecrabile, spaventoso, e l’inizio di un periodo in cui apparve lecito confidare nel futuro, e in cui tante speranze si compivano, in cui il mondo cambiava, l’uomo cambiava, la politica cambiava.
La fine della guerra annientava quel regime fondato sul partito unico che in Germania aveva prodotto tanta criminalità politica, tanti lutti. Una ferocia inaudita, sedici milioni di esseri umani sterminati perché non condividevano le idee del potere o perché appartenevano ad una minoranza etnico – culturale invisa al potere.
E a questi si aggiunge il numero, assai più alto, di chi è morto in una guerra che quel partito aveva voluto.
Quel regime veniva azzerato.
Quel potere, che le casualità legate al confitto avrebbero anche potuto rendere vittorioso e con ciò egemone nel mondo intero, era distrutto.
1945
Non ovunque l’uomo era libero. Non ovunque la libertà di pensiero era rispettata. Ma nel 1945 le forze del male, i poteri criminali e assassini, tuttora potenti, non sono più stati in grado di esercitare l’egemonia sul resto del pianeta. I Paesi amici della libertà, presi nel loro insieme, sono stati abbastanza forti per garantire per decenni la libertà.
1945. il grande spartiacque.
1945. nella maggior parte del mondo, la vita dell’uomo cessava di essere dominata dal terrore.
Molto restava da fare.
Ma le premesse erano fissate perché l’umanità si ponesse nuovi traguardi.
In tutta l’Africa, in tutta l’Asia meridionale popolazioni diseredate erano spogliate del diritto di gestire il proprio destino. Il colonialismo, figlio dell’imperialismo europeo, aveva reso quei paesi schiavi degli europei.
Ed ecco che nel 1960 o poco prima o poco dopo le potenze europee riconsegnano ai nativi, in Africa e Asia, il potere politico.
I Paesi amici della libertà abbandonano la dottrine imperialistiche, rinnegano il colonialismo. Cinquanta nazioni festeggiano l’indipendenza.
In quel tempo, nell’Est dell’Europa imperversava ancora il potere di un partito unico – il partito comunista – strumento per l’imperialismo di una nazione sopraffattrice. I gulagy, campi di concentramento e di morte, ne erano i simboli.
Ma nel 1989, due secoli dopo lo scoccare della Rivoluzione Francese, un nuovo clima costringeva i responsabili dapprima mitigare, poi a dissolvere, l’apparato del loro potere.
Dieci milioni di vittime, assassinate perché avevano idee diverse da quelle degli uomini al potere, furono il tragico bilancio di quell’avventura.
E con il 1989 l’avventura aveva una fine.
Il crollo del nazismo, il crollo del colonialismo, il crollo del potere comunista hanno una data precisa.
Ma giorno dopo giorno, dal 1945 in poi, altri strumenti di ingiusto potere perdono vigore: la tirannia dell’uomo sulla donna ne è un esempio.
1945! Dal terrore generalizzato alla speranza generalizzata. E la vittoria della speranza sul terrore fu compiuta in quei mesi di aprile – maggio 1945.
E l’armistizio del 1943 aveva schierato l’Italia, che per qualche tempo si era lasciata imporre una scelta diversa, tra i paesi che si batterono per la speranza.
E dall’armistizio del 1943 la Resistenza fu il simbolo, sempre significativo, in qualche momento eroico, del nuovo capitolo della storia italiana.
Il 7 maggio 1945 la Germania nazista si arrese definitivamente. Ma in Italia, e solo in Italia, l’armata tedesca si arrese in anticipo, fin dal 25 aprile. Segno che il Italia era avvenuto qualcosa di specifico.
25 aprile!
Per noi che l’abbiamo vissuto, una data festosa, ma collegata alla memoria dei caduti, dei deportati, delle tante sofferenze.
Ma per le generazioni venute in seguito, la data spartiacque. Prima di allora il terrore, dopo di allora una speranza, coltivata fin dal termine del secolo scorso.
È vero, anche in quel tempo il mondo era lontano dall’essere perfetto. La “nostra agenda” era carica di impegni cui provvedere: la lotta contro la fame, contro la malattia, contro l’ignoranza.
Ma gli orrori di un tempo non si erano ripetuti.
Ahimè! Che nel nuovo secolo nuovi sintomi di insensatezza politica, di amore per l’assassinio, per la strage, per l’odio, fanno la loro apparizione.
Ed allora il pensiero di maggior peso si rivolge al futuro, al modo come difendere noi stessi e l’ordine, la civiltà, l’onestà, la pace.
Questi tristi pensieri non ci impediscono di ricordare che tanto tempo fa orrori spaventosi turbarono la vita dell’uomo, e che il 25 aprile chiuse, per oltre mezzo secolo, le porte di una realtà di cui l’umanità si vergogna.

Sacco – Comandante Rodolfo

Rodolfo Sacco nasce a Fossano il 21 novembre del 1923. Studente universitario, nell’inverno del 1944 raggiunge insieme al fratello Giorgio la banda partigiana “cattolica” di Silvio Geuna, dislocata nel vallone del Gran Dubbione (Pinasca). In seguito aderisce alle formazioni autonome della Val Chisone e nel novembre dello stesso anno assume il comando di un battaglione attivo a Cantalupa, Frossasco e Roletto. Nel dopoguerra si laurea in Giurisprudenza con Mario Allara. Assistente di Paolo Greco, ordinario di Diritto commerciale, successivamente insegna presso l’Università di Trieste e di Pavia. Dal 1971 ricopre la cattedra di Diritto civile e Diritto privato comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino. Professore emerito, membro dell’Accademia dei Lincei, dell’Accademia nazionale delle Scienze di Torino, è riconosciuto uno dei massimi esponenti del diritto comparato a livello internazionale. È dottore Honoris Causa presso le università di Parigi2, di Ginevra, di Montreal e di Narbonne. Attualmente risiede a Torino; è stato Presidente ed è “Presidente Onorario” del Centro culturale Cantalupa del cui direttivo fa parte.

download