21 ottobre 2014

La curiosa e inquieta vicenda personale di un sacerdote frossaschese del XIX secolo

Nel 1820 nasce, a Frossasco, Giuseppe Fiacchetti. Perché tratteggiare la sua personalità? Sveliamo l’arcano. Nel 1840 don Giuseppe Massimino, pievano di Frossasco dal 1823 al 1874, è interpellato dal vicario generale perché dia il suo giudizio su «un certo Giuseppe Fiacchetti che aspira a essere ammesso nella Religione dell’abate Rosmini». L’abate roveretano aveva scritto nel 1828 le Costituzioni dell’istituto della Carità; queste furono approvate dieci anni dopo e nel 1839 i primi rosminiani pronunziarono i voti nella nuova famiglia religiosa approvata definitivamente nello stesso anno da Gregorio XVI. Tornando alla lettera di don Massimino (con un ottimo giudizio del soggetto) si evince che il Fiacchetti era studente del Collegio Vescovile di Pinerolo. Come si sia avvicinato all’Istituto della Carità, non siamo in grado di dirlo. È però un fatto che l’Epistolario Ascetico del Rosmini contiene undici lettere indirizzate al Fiacchetti. Questi compare come chierico, nella casa di Domodossola negli anni 1842-43 e in quella di Intra nel 1844. Erano queste case di formazione dei Rosminiani. Dalla prima lettera si evince che il Fiacchetti lamentava una certa disunione nella comunità del noviziato: il Rosmini lo esorta a domandarsi se non sia anche lui responsabile della situazione che si è creata e tratta «della carità fraterna e della necessità e eccellenza dell’umiltà». Probabilmente, così pare si possa ricavare dalla seconda lettera, il Fiacchetti si è mostrato allergico all’obbedienza e il Rosmini, che afferma che senza perfetta obbedienza non si può conseguire il fine dell’Istituto, ora lo rampogna senza tanti complimenti: «Dopo due anni di noviziato, non sarebbe egli tempo di praticarla?». Nel 1844 il Fiacchetti compare insegnante a Intra e il Rosmini si congratula con lui: «Godo che i giovanetti rispondano alle vostre cure e che abbiate trovato una maniera di insegnare che riesce bene» e, per metterlo alla prova, gli impone di rinunciare a una sua visita a Stresa, dove era allora il cuore dell’Istituto. C’è da supporre che il Fiacchetti fosse culturalmente dotato, come scrive lo stesso Rosmini, ma incontrava difficoltà nella vita comunitaria. Nell’agosto del 1845 il giovane è stato ordinato suddiacono, ma il fondatore ritorna a insistere sulla pazienza e carità verso i compagni. Nel dicembre dello stesso anno il Fiacchetti è ormai diacono, ma sembra voglia accelerare i tempi per l’ordinazione presbiterale. Il Rosmini lo richiama alla regola, data da Gesù e accolta nell’Istituto, di non «pensare e inquietarsi del futuro» e lo invita a «troncare le ali della fantasia». Nel 1846 il giovane frossaschese è ordinato prete; vorrebbe recarsi dai suoi parenti, ma il Rosmini gli ricorda che per essere perfetto deve distaccarsi da loro. Nello stesso anno, in agosto, torna a galla il problema dell’ubbidienza. Il Fiacchetti era stato nominato Ispettore delle Scuole Elementari di Intra, ma intese questo incarico come l’occasione per una maggior libertà mancando nei confronti del suo immediato superiore. «L’Istituto – scrive Rosmini – promuovendovi al sacerdozio ha sperato che voi diverrete più umile e più impegnato nell’adempire i doveri del vostro stato». In dicembre il Fiacchetti è trasferito a Domodossola e qui riceve una lettera con amare considerazioni. Appare vacillante nella sua vocazione e il Rosmini lo riprende scrivendogli «non dovete più essere un fanciullo e far dipendere la vostra virtù dalle circostanze esterne… i ripeto che tutto dipende dalla vostra risoluzione: questa sola può fare che il luogo, le circostanze, le persone vi siano d’aiuto e d’occasione a rendervi sempre più virtuoso e perfetto». Forse il Fiacchetti non è adatto per essere religioso; lo scrive lui stesso al Rosmini nel febbraio 1847 dicendo l’intenzione di lasciare l’Istituto e affermando che «molti cristiani vivono santamente nel mondo». L’abate roveretano in risposta lo invita a ristudiare le regole dell’Istituto. Nell’estate il Fiacchetti è trasferito a Stresa, dove è nuovamente raggiunto dall’invito alla preghiera intensa e all’umiltà. L’ultima lettera del Rosmini è del marzo 1849; il Fiacchetti si è trasferito a Domodossola, dove gli è stata affidata la scuola ai fanciulli “più grandicelli”. Con questo i Superiori gli hanno manifestato fiducia e in risposta il giovane rosminiano si lamenta di essi e dei confratelli. Le ultime parole di Rosmini lo esortano a incolpare se stesso e a riconoscere i propri errori. Pochi mesi dopo il Fiacchetti lascia l’Istituto della Carità. Per dieci anni funge da vicecurato a Cantalupa e da maestro a Frossasco. Nel 1859 lascia la diocesi e per venti anni risiede a Biella, dove ha compiti d’insegnamento. Negli archivi della diocesi di Biella non vi è traccia di una sua presenza e di una qualche attività di tipo pastorale. Di carattere molto indipendente, e poco proclive all’obbedienza, avrà preferito dedicarsi alla scuola (non erano poi così pochi i preti che fecero altrettanto) senza doversi assumere responsabilità ministeriali. Nel 1879, anche in questo caso senza incarichi, ricompare a Frossasco, dove morirà nel 1895. Due cose gli si possono riconoscere: una notevole intelligenza e una travagliata inquietudine.

Giorgio Grietti

Rosmini-Firma 01