«Non è vero che l’Onu non serve nulla. Non ha potere politico ma può far venire alla luce realtà che in molti vorrebbero tenere nascoste. Come la condizione di milioni di poveri, le sistematiche violazioni dei diritti umani, lo sfruttamento indiscriminato dell’ambiente». Ne sono convinte Justine Gitanjali Senapati e Barbara Bozak, entrambe suore di San Giuseppe anche se appartenenti a federazioni diverse. Justine è originaria dell’India ma vive a New York dove è accreditata presso l’Onu come portavoce dell’ONG delle suore di San Giuseppe. Un impegno a tempo pieno nel quale è affiancata dalla consorella Barbara, statunitense ma appartenente alla federazione di Chambery. La loro missio è quella di portare davanti ai grandi della terra la voce dei più poveri e dei più deboli. E questo impegno le spinge a viaggiare negli oltre 50 paesi del mondo in cui le suore di san Giuseppe sono presenti. Tra cui l’Italia. Le abbiamo incontrate a Pinerolo, nella struttura di Casa Famiglia. E qui si è aperto un mondo. Quello delle commissioni (sono tante e la loro articolazione piuttosto complessa) che tengono desta l’attenzione delle Nazioni Unite sui più gravi – ma spesso taciuti – problemi sociali e umanitari del nostro tempo. Sono ben 55 le Ong religiose accreditate presso l’Onu e, spiega suor Barbara e «sono ascoltate con molta attenzione. Perché sanno che non abbiamo alcun interesse di carattere politico ed economico e quindi possiamo parlare liberamente con il solo interesse di difendere le persone che incontriamo nel nostro ministero. Ci ascoltano perché siamo una “ethical voice”».
Gran parte del loro tempo è speso nel monitorare e raccogliere informazioni sulle nuove e vecchie povertà accanto alle quali operano le suore di san Giuseppe nel mondo.
«Ogni anno ad aprile – racconta suor Justine – presentiamo un testo che diventa poi un documento ufficiale dell’Onu, tradotto in tutte le lingue. Quest’anno ci siamo soffermate sul dramma delle migrazioni». I dati che ne emergono sono allarmanti: sono stati 232 milioni i migranti internazionali nel mondo nel solo 2013, ma molti altri sono quelli che migrano all’interno del loro paese d’origine. «Noi, Congregazioni di San Giuseppe, – dichiara il documento – siamo sconvolte dalle pratiche e dalle politiche degli stati che limitano i diritti dei migranti nei paesi in cui viviamo e lavoriamo». Seguono delle richieste puntuali e mirate: mettere fine alla detenzione dei migranti; creazione di città solidali (permettendo a tutti l’accesso ai servizi, indipendentemente dallo statuto di immigranti); stabilire un percorso chiaro d’accesso alla residenza permanente; formulare politiche che tengano conto del sesso, dell’età e delle disabilità; migliorare la percezione del pubblico nei confronti dei migranti.
All’elaborazione di questi documenti si giunge dopo un lungo lavoro fatto all’interno di gruppi plurilingue, come la commissione “Giustizia e pace” dove si parla italiano, inglese, spagnolo, francese e portoghese. È una fatica finalizzata ad avere un quadro il più completo possibile. Per il 2017 il focus sarà sulla donna perché, spiega suo Barbara, «è una realtà trasversale che tocca tutti gli ambiti. Oggi si registrano ovunque discriminazioni, abusi e violenze nei confronti delle donne. Ieri siamo state a Cuneo, domani a Torino, proprio per raccogliere informazioni su questo problema».
Ma l’attenzione è a 360 gradi. Anche sull’ambiente. «Pochi sanno – dice Justine – che la deforestazione non è solo un problema della foresta amazzonica. In india sta succedendo la stessa cosa. Si abbattono enormi porzioni di jungla e nessuno dice nulla perché il governo è d’accordo con le multinazionali (soprattutto cinesi, coreane e tedesche). Si accaparrano territori e risorse idriche per poi rivendere questi beni alle popolazioni alle quali li hanno rubati. In Africa succede la stessa cosa».
È il terrorismo islamico? Le due giuseppine sono concordi nell’affermare che non è la sola causa di destabilizzazione. In America Latina l’insicurezza è diffusa e non a causa dell’Islam. «Le suore di San Giuseppe – riprende Barbara – sono presenti anche in Pakistan. Certo ci sono dei problemi ma le nostre scuole sono frequentate anche da musulmani e la gente ci apprezza e rispetta. Non solo: in quel paese fioriscono anche numerose vocazioni».
In questo contesto emerge in modo chiaro quello che è il carisma specifico della suore di san Giuseppe: «siamo state fondate nel XVII secolo, dopo le grandi guerre di religione. C’erano famiglie spaccate, divise. Siamo nate non tanto per sfamare i poveri o per aprire scuole ma proprio per creare legami di unità».
E questa missione è portata avanti a livello locale e mondiale.
«Molto importante per il nostro lavoro di sensibilizzazione è stato l’intervento di Papa Francesco all’ONU – conclude suor Justine -. Da allora nei dibattiti le sue parole vengono riprese spesso e – cosa sorprendente – soprattutto da delegati di paesi che non sono a maggioranza cattolica».

P.R.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA