21 maggio 2014

Il 27 maggio 1564 a Ginevra moriva a 56 anni Giovanni Calvino e, per suo desiderio, venne sepolto in una tomba anonima per non essere oggetto di culto. Suo padre Gerard voleva per lui una carriera ecclesiastica, ma divergenze di questi col vescovo e il clero di Noyon spinsero il figlio Giovanni (Jean Cauvin) a lasciare gli studi di filosofia e teologia per quelli di diritto che compì a Orleans, Bourges e Parigi.

Fin dal medioevo, in tutta Europa, il clero riservava a sé il monopolio della cultura. Ma tra il ‘400 e il ‘500 lo sviluppo economico, la borghesia colta e innovativa, la nascita della stampa (con diffusione dei testi scritti), ruppero il suddetto monopolio: si fondarono biblioteche private aperte ai laici, umanisti, studiosi che cominciarono a pubblicare le loro ricerche e pensieri. Calvino si trovò così in un ambiente culturalmente libero e ricco di dibattito. Imparò il latino e il greco, lesse nuovi autori, tra cui Erasmo da Rotterdam e conobbe il pensiero di Lutero. Nacquero nuovi fermenti nella Chiesa. Calvino andò a Ginevra, poi a Berna, Strasburgo, Basilea e infine ancora a Ginevra dove nel 1542 il suo prestigio si consolidò. La città diventò capitale della nuova fede. La sua dottrina conquistò Francia, Svezia, Scozia, Olanda e la Svizzera, centro del protestantesimo in Europa. Da Ginevra vennero espulsi tutti i cattolici e il vescovo si traferì ad Annecy.

Perché questo interesse per Calvino? Nella diocesi di Pinerolo la chiesa calvinista è presente e viva nel valdismo. Ai Valdesi degli inizi del 1500 arrivò l’eco della riforma. Così 140 “barba” si riunirono al Laux in val Pragelato (forse nel 1520) per programmare l’adesione al calvinismo, poi a Merindol in Provenza (1530) e Chanforan (1532). In queste tre assemblee si delinearono tre posizioni: conservare il movimento valdese nelle sue caratteristiche originarie medioevali; elaborare un inserimento graduale nella riforma assimilandone la teologia oppure inserirsi pienamente nel calvinismo, con tutti i cambiamenti necessari. L’unione non fu facile. Il ministero valdese era ancora itinerante (i “barba” passavano di villaggio in villaggio a predicare, ospiti nelle famiglie), molti si accostavano ancora ai sacramenti dei cattolici, si accettavano i punti essenziali della dogmatica cattolica, la Bibbia era interpretata in modo letterale, era aperto il problema dell’obbedienza all’autorità civile e veniva praticata la non-violenza. Il 12 settembre 1532 si riunirono a Chanforan tutti i “perfetti” delle vallate valdesi più una rappresentanza della comunità calabra e tre calvinisti chiamati a riferire. Questa assemblea diede al valdismo nuovo vigore e nuova vita, ma anche una nuova fisionomia che si allontanava dalle prime istanze spirituali medioevali in cui il movimento era nato. Si discusse per sei giorni divisi in due correnti: la maggioranza favorevole all’adesione al calvinismo e una minoranza contraria e fedele alla formulazione dottrinale di Valdo e sostenuta dai Valdesi della Moravia; ma gli interventi dei ginevrini contribuirono a far accettare i princìpi della riforma di Calvino. Al termine delle riunioni venne firmata una “Dichiarazione di fede”. L’anno successivo il Sinodo di Praly ratificò l’adesione. Si decise di istituire il culto pubblico al posto delle riunioni segrete e venne condannato quello cattolico; si rafforzò l’idea della predestinazione (non è il bene che facciamo a salvarci ma solo Dio quindi le opere buone non servono); il divieto del giuramento; la confessione fatta unicamente a Dio; il riposo domenicale; il digiuno e la povertà non più obbligatori; il matrimonio lecito a tutti; solo due sacramenti: il battesimo e la cena senza però credere nella presenza reale di Cristo; l’abolizione del culto alla Vergine e la sua intercessione come quello dei santi e così pure l’inesistenza del purgatorio e infine più nessuna autorità gerarchica consacrata. Scompaiono così gli elementi tipici del valdismo medioevale: isolato per più di tre secoli nelle nostre valli, il movimento valdese diventa chiesa vera e propria, con una sua struttura ben delineata e uniforme. Si abbattono le chiese cattoliche e si costruiscono i primi templi (in alcuni villaggi sono trasformate in templi), si adotta il sistema plebiscitario e una disciplina ecclesiale simile alla Chiesa Riformata svizzera. I primi giovani (Daniel Bermont, Barthelèmy Perrot e Anthoine Ramot) che si preparano al ministero pastorale, che cessa di essere itinerante, vengono inviati a Ginevra per i loro studi teologici. I valdesi calvinisti avranno un periodo di floridezza durante il XVI secolo e quello successivo al punto che nel 1625 l’arcivescovo di Torino, Milliet nella sua visita pastorale nelle nostre valli non troverà più traccia alcuna della fede cattolica in val Pragelato. Quando il valdismo aderì alla Riforma, Calvino prese a cuore il futuro dei valdesi sì da inviare in val Pragelato due suoi “pastori missionari”: Jean Varnou di Poitiers (arso vivo a Chambery) e Jean Lauvergeat di Bourges che a Balboutet e Fenestrelle diedero inizio alla Riforma nelle valli, cui seguirono negli anni successivi una trentina di altri pastori. Oggi è ancora aperto il dibattito tra studiosi: l’adesione al calvinismo fu un fatto di necessità per non scomparire, oppure il suo sbocco “naturale”? Che cosa rimane e che cosa si è perso del valdismo delle origini? Agli storici l’ardua sentenza.

Davide De Bortoli

 

 

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