23 giugno 2015

Figlia di un nobile polacco, cittadino dell’Impero Austriaco, la beata Maria Teresa Ledochowska (Loosdorf 1863 – Roma 1922) cresce in un ambiente che le permette di coltivare i suoi notevoli talenti, ma attraversa in gioventù anche eventi dolorosi. Dà una svolta decisiva alla sua vita quando mette tutte le sue energie a servizio delle vittime della tratta di persone in Africa.

Ciò la porta ad una serie di attività inusuali per una donna del suo tempo: viaggia, tiene conferenze, fonda una tipografia, contribuisce ad aprire nuove strade all’impegno femminile nella Chiesa e nella società. Sostiene instancabilmente i missionari, vuol coinvolgere in questo sostegno ogni cristiano, creando una “mentalità missionaria” diffusa.

La rivista da lei fondata (“Eco dell’Africa”) è tuttora curata in varie lingue e diffusa nel mondo dalle sue figlie spirituali, le Suore di San Pietro Claver, che continuano a fare animazione missionaria, in ascolto dei segni dei tempi e nello spirito del Vaticano II. I suoi lavori teatrali e narrativi, profondamente calati nel loro contesto storico, ambientati in Africa o in Europa, rivelano le sue doti, il suo profondo rapporto con il Signore (la congregazione di cui è fondatrice si rifà alla spiritualità ignaziana, come le suore del Piccolo Disegno) e una forte passione per l’annuncio del Vangelo all’interno della quale i temi della promozione dei popoli poveri, della questione sociale, della questione femminile, nel loro intrecciarsi, trovano fondamento e orizzonte di significato.

Il racconto “La baronessa Mizzi” (1907) testimonia come l’attenzione alle “povertà lontane”, a quello che dopo la decolonizzazione noi abbiamo chiamato prima “Terzo Mondo” e poi “Sud del Mondo” non distragga dalla sensibilità alle “povertà vicine”, ma possa unirsi ad essa in un circolo virtuoso. È ambientato in una città mitteleuropea, nella “Belle époque” segnata in realtà da pesanti ingiustizie e stratificazioni socioeconomiche, che si riflettono nella struttura delle case urbane, dove l’opulenza dei “piani alti” contrasta con la miseria dei sotterranei, senza che le varie classi fisicamente vicine entrino mai in reale rapporto.

La protagonista è la tipica esponente di una gioventù aristocratica che sciupa i soldi in frivolezze e svaghi, ritenuti “doveri sociali” più importanti del dovere di pagare le fatture agli artigiani da cui si serve; e così, più ottusa che malvagia, non si rende conto di provocare sofferenze a catena. I piccoli artigiani non pagati si indebitano, non riescono più a provvedere adeguatamente alle loro famiglie né a pagare i loro salariati: i più deboli di tutti, ridotti letteralmente alla fame e all’impossibilità di avere cure mediche decenti.

Questo meccanismo è rappresentato nella sua concretezza esistenziale attraverso le tristezze, le speranze, le angosce di personaggi vivi, capaci di parlare alle menti e ai cuori, ed evidenziato dalla riflessione critica ed autocritica del Barone, che riesce finalmente a rendersi conto dell’involuzione di sua figlia e a ridestarne la coscienza. Significative alcune sue frasi: «Nelle prigioni stanno rinchiusi i ladri comuni, mentre i ladri eleganti passeggiano nei salotti, ed essi sono molto più pericolosi di quelli… Povera gioventù! Come strapparla dall’atmosfera avvelenata del nostro così detto bel mondo?»

Questo mondo inconsapevolmente avviato verso gli sconvolgimenti della Prima guerra mondiale e dei totalitarismi è lo stesso ambiente di provenienza della Beata, che sa vederne i guasti grazie all’educazione alla fede e alla solidarietà ricevuta in casa sin dai primi anni, e in nome di questi valori sa ammonirlo. Il suo lavoro ha un grande successo, e lei ne scrive una versione teatrale dove entra anche il tema della sensibilizzazione all ’aiuto alle missioni: fondamentale rimedio educativo contro le derive di quella “sazietà annoiata” che i problemi di sovrappeso e digestione di Mizzi rappresentano in modo simbolico.

Anna Maria Golfieri

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