Il 9 maggio 1978 Aldo Moro veniva ucciso dalle Brigate rosse. Sono passati 25 anni e ci si sofferma sul suo assassinio più che sulla sua figura di studioso e di uomo di governo.
L’impegno in politica non era scaturito da una sua scelta, ma da un pressante invito maturato nell’ambiente ecclesiale dove aveva appreso che il servizio alla società non è un “optional”, ma un preciso dovere che discende dalla carità di cui è la espressione più alta.
Oggi si guarda alla politica con grande diffidenza anche perché il sistema nostro – democrazia parlamentare fondata sui partiti – sta andando in frantumi e lo stesso cattolicesimo democratico oltre che diviso è disorientato.
Moro aveva una radicata formazione cattolica che sapeva saldare un certo qual pessimismo sull’uomo alla redenzione portata da Cristo che sana e libera.
Moro era timido sino ad apparire un po’ schivo, caldo nei suoi affetti familiari che la politica non riuscì mai a travolgere, scrupoloso nei suoi impegni sino ad apparire monotono e possedeva una dedizione al lavoro quasi esasperante.
I suoi interventi non erano mai improvvisati: guardava agli avvenimenti cercando di coglierne il significato e le conseguenze che determinavano, operando con flessibilità costruttiva.
«Mite, saggio, buono, innocente, amico» così lo definì Paolo VI nell’accorata orazione funebre in cui traspariva il dolore per la morte di colui con il quale nella FUCI aveva condiviso esperienze apostoliche, riflessioni profonde, tormenti ed ansie, ed aveva acquisito riserbo e tolleranza, spiritualità solida ed intensa unita ad un profondissimo rigore culturale e morale.
Egli operava come laico nella Chiesa, lontano da ogni forma di clericalismo e come cristiano nella società, capace di far crescere in autonomia una coscienza critica a partire dalla propria identità di fede, intemerata ed aperta, mai ostentata, ma neppure mai nascosta.
La sua vita era pervasa di quell’ “ottimismo tragico” di Mounier che vedeva la democrazia come fondamentale per la vita sociale, ma spesso affidata a uomini poco virtuosi e nel contempo la sua azione politica era svolta nella assoluta coscienza della laicità che aveva avuto in Maritain il grande maestro.
Per questo non fu mai tentato né dal conservatorismo, né dall’integrismo, né dal trasformismo.
È noto un intervento alla Camera del 1976: «Questo paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se non nascerà un nuovo senso del dovere».
Pensava alla integrazione di nuove forme politiche e sociali nell’ordinamento democratico, auspicava la strategia del confronto con le opposizioni onde ridurre le distanze tra le forze politiche quando riteneva essenziale una unità di intenti.
Amava la verità senza compromessi quando si trattava di difendere ideali e valori.
Apparteneva al gruppo di coloro che furono “politici loro malgrado”, ma che avevano avvertito, come credenti, il dovere di rispondere ad una chiamata, e di adempiere un servizio, coscienti che nella vita non ci si deve fermare alle ambizioni personali.
Non hanno nulla da imparare quei politici di oggi che si dicono cristiani, da questo uomo di stato, per tornare ad essere credibili e a far rifiorire il gusto dell’impegno politico?

Aurelio Bernardi

Aldo Moro