Il Vescovo di Pinerolo Andrè Charvaz fu precettore di Vittorio Emanuele II Nel 1834, quando fu nominato vescovo di Pinerolo, Andrè Charvaz era precettore, alla Corte di Torino, dei due figli di Carlo Alberto, Vittorio Emanuele e Ferdinando. Nel 1825 Charvaz era da poco tempo vicario generale della diocesi di Chambery; in quello stesso anno Carlo Alberto, principe ereditario, chiese all’Arcivescovo un prete savoiardo per le funzioni di precettore dei suoi figli. Mons. Bigex, che nel 1824 da Pinerolo era stato trasferito appunto a Chambery, scelse per quel compito il canonico Charvaz “per le sue qualità umane, la sua cultura e l’esperienza acquisita nei diversi incarichi avuti”. Il precettore doveva anche impartire un’educazione religiosa, ma soprattutto doveva favorire l’apprendimento di tutto ciò che sarebbe stato utile a un re. Per i suoi due studenti Charvaz redasse nel 1827 un programma di studio le cui materie erano state indicate da re Carlo Felice: latino, italiano, francese e tedesco; elementi di belle lettere, disegno e belle arti; matematica; geografia; storia antica e moderna; diritto e storia militare senza dimenticare la storia di Casa Savoia. Il contenuto di talune materie concerneva la situazione europea e italiana del momento: l’Italia era allora un agglomerato di stati, così come stabilito al Congresso di Vienna. Non vi erano pertanto una geografia e una storia italiana. Nei testi di letteratura italiana scelti per i due rampolli, non vi era alcun riferimento al Risorgimento. La monarchia sabauda era allora una monarchia assoluta. Si trattava di un insegnamento enciclopedico e pragmatico destinato a un futuro monarca assoluto, assistito certo da consiglieri, ma che avrebbe dovuto prendere da solo le decisioni ultime e pertanto necessitava di chiarezza in tanti argomenti. Mentre il principe Ferdinando aveva un carattere dolce ed era diligente, Vittorio Emanuele appariva disinteressato agli studi, testardo, amante dell’arte militare, ribelle a ogni direttiva. Non va dimenticato che i principi erano piccoli: Vittorio Emanuele era nato nel 1820 e Ferdinando nel 1822. Fa tenerezza leggere uno scritto di un bambino che riferiva al suo precettore, di essere felice di aver ricevuto un piccolo fucile e una piccola marmotta. Un po’ ribelle Vittorio sì, ma non privo d’intelligenza. La madre, Maria Teresa figlia del Granduca di Toscana, aveva scritto a Charvaz che Vittorio era restio allo studio, ma una volta appresa una cosa non l’avrebbe più dimenticata. Nell’educazione dei principi Charvaz non ebbe vita facile perché talora il suo pensiero e il suo metodo educativo, erano agli antipodi di quelli di altri dignitari di corte, responsabili, per altri aspetti della formazione del futuro re. Le incomprensioni non mancarono, Charvaz minacciò, e ritirò più volte, le sue dimissioni. Tuttavia pare di capire, da alcune lettere di Vittorio Emanuele II, che un legame di affetto sincero legò per sempre il futuro re al suo precettore. Charvaz nel 1834, all’atto della nomina a vescovo di Pinerolo, lasciò la Corte. Si sarebbe nuovamente incontrato con Vittorio ormai re lasciando scritto che “tra le sue qualità bisogna soprattutto apprezzare quella di permettervi di dire senz’ambagi ciò che si pensa”. Dunque uno scambio fermo, chiaro, schietto. Con altrettanta schiettezza mons. Charvaz scriveva al segretario di stato, cardinal Antonelli, che il re non aveva forte personalità e dipendeva totalmente dai suoi ministri. Gli orientamenti politici di Vittorio Emanuele, dopo il 1855, non furono condivisi dal suo antico precettore. È stato scritto che Vittorio Emanuele, è stato un cattivo allievo sino alla fine. Ma chi ha scritto ciò si è anche chiesto “se il re, docile alle lezioni dei suoi maestri, sarebbe stato all’altezza della situazione come seppe essere: un re popolare che ha permesso all’Italia di ritrovare la sua unità senza sconvolgimenti peggiori”.
L’insegnamento del precettore era stato impartito nell’epoca dell’Assolutismo; il regno di Vittorio Emanuele II si snodò durante il Liberalismo.

Giorgio Grietti Vittorio Emanuele II in un ritratto del 1878.