28 aprile 2015

Caro Direttore,

quest’anno i coordinamenti nazionali dell’Anpi e delle associazioni combattentistiche con la presidenza del Consiglio hanno scelto come tema il “coraggio”, sintesi della forte determinazione che rese possibile atti di eroismo, contro l’oppressione nazifascista. Coraggio che diventa filo conduttore tra passato e presente, nonché valore da riattualizzare e tramandare alle nuove generazioni nelle sue diverse declinazioni: il coraggio di esserci, il coraggio di partecipare, il coraggio di sognare, il coraggio di rischiare, il coraggio di ricominciare, ma anche il coraggio di osare e il coraggio di non abbattersi mai difronte alle difficoltà della vita.

Infatti, la costante di tutto ciò che è stata la resistenza si riassume nel coraggio e la responsabilità delle scelte.
Fu coraggio quello di chi intraprese e condusse la resistenza armata, ben conoscendo i propri limiti di preparazione e di esperienza militare e ben conoscendo l’enorme disparità di mezzi, strumenti e uomini rispetto a un esercito attrezzato e organizzato come quello tedesco. Eppure, quei combattenti – che spesso pagarono il loro coraggio con la morte – non esitarono ad affrontare i rischi, con la ferma volontà di ottenere la liberazione del Paese, a qualunque costo e a qualunque prezzo.
Fu coraggio quello degli scioperanti del ‘43, consapevoli dei gravi rischi cui andavano incontro.
Fu coraggio quello dei giovani renitenti alla leva che, al richiamo della R.S.I., si trasformarono in “sbandati” per sottrarsi all’arresto e alle peggiori conseguenze e, molti, finirono poi per aderire alle bande che intanto si erano formate nelle montagne, oppure operavano nelle città.
Fu coraggio quello dei circa 600.000 militari che, dopo l’8 settembre, rifiutarono di aderire all’invito dei tedeschi e dei repubblichini a collaborare e in effetti, furono trattati – molti – non come prigionieri di guerra, ma come schiavi, alcuni finirono nei lager, e molti non fecero ritorno.
La Resistenza, per quanto grande potesse essere il coraggio degli uomini, non sarebbe stata possibile senza le donne; la loro funzione è stata meno appariscente, ma non meno essenziale. Né vi è alcun confronto possibile con la partecipazione delle donne alle lotte del risorgimento e alle guerre per l’indipendenza nazionale. Si trattò allora, fatta eccezione per le giornate insurrezionali cittadine e delle rivolte popolari, di poche elette, di fulgidi esempi ma non di fenomeno di massa.
La lotta partigiana ha avuto bisogno dell’aiuto di centinaia e centinaia di loro, della loro iniziativa, delle loro cure e del loro coraggio. Ai partigiani e ai combattenti sono state conferite delle medaglie, alle donne della Resistenza poco o nulla. Quando arrestate venivano umiliate rasandole i capelli, torturate e seviziate per farle parlare ma la loro bocca rimaneva sempre cucita. Sarebbe incompleta la storia senza riconoscere il ruolo determinante che hanno avuto le donne nella guerra di liberazione.
Purtroppo il mondo non è in pace e troppe sono le guerre che si combattono ogni giorno.
E oggi come allora le donne si attivano. Sono una straordinaria lezione di vita le donne curde, a loro stampa e televisione non hanno concesso molto spazio, eppure ciò che hanno fatto è servito a dimostrare quanto grande possa essere la forza e la determinazione delle donne.
Hanno dovuto imbracciare le armi per portare un messaggio di pace e democrazia. Per loro, infatti, tra armi e pace c’è solo un’apparente contraddizione. La lotta delle donne curde non è solo una lotta militare contro l’Isis per l’esistenza, ma una posizione politica contro l’ordine sociale fortemente gerarchizzato e la rigida mentalità patriarcale che affondano le proprie radici nelle forme più estreme dell’Islam.
Per loro, che si percepiscono come le garanti di una società libera, l’emancipazione sociale passa necessariamente attraverso l’autodifesa armata. Dunque la loro lotta non era destinata solo a sconfiggere i terroristi dell’Isis ma anche a creare una società nuova caratterizzata dal recupero delle radici culturali umiliate dall’oppressione dei regimi e dal superamento dei vecchi modelli feudali e patriarcali.
Le combattenti curde sono circa 10mila, gran parte di loro sono single e hanno seguito un duro addestramento. Sono abituate a dormire al massimo sei ore e ad alzarsi all’alba per i turni di sorveglianza. Hanno lasciato famiglia e amici per la causa del popolo curdo. E il loro valore le ha premiate. Dopo mesi di lotta e resistenza, imbracciando i kalashnikov, sono riuscite a sconfiggere le forze dell’Isis nel loro territorio, dimostrando, ancora una volta, quanto la determinazione a trasformare le sfide in opportunità unite alla volontà ferrea , alla preparazione e alla caparbietà per raggiungere il traguardo.
Avere coraggio è quanto mai indispensabile, anche solo per fare fronte ai problemi della vita di tutti giorni.

Laura Zoggia

Sindaco di Porte

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