Spett.le Vita,
per riuscire a contrabbandare una grigia e banale figura di spacciatore di provincia come un romantico eroe del crimine, bandito gentiluomo bello e maledetto, ci vuole molto talento.
Se non lo si possiede, al posto di un ritratto si rischia di produrre una caricatura, proprio come quella apparsa su un giornale locale (non questo, ovviamente!), pubblicata per di più con grande risalto, quasi fosse un pezzo giornalistico di cui andare orgogliosi.
Balza subito agli occhi l’ammirazione dell’autrice che pare accettare senza riserve la visione della realtà, distorta e autocelebrativa, dell’intervistato. Il risultato è un maldestro insieme dei più abusati luoghi comuni sul mondo della malavita: “guascone”, “una soffiata”, “auto di lusso e belle donne” in cui manca soltanto il noto «mi imbarcai su un cargo liberiano» del nostro migliore Verdone.
Nel presentare questo Scarface nostrano il tono è serioso e compiaciuto, ma produce un effetto involontariamente ridicolo, grottesco e, a tratti, imbarazzante.
Se poi, per un momento, si riflette sul fatto che si sta in qualche modo celebrando una persona che ha dedicato gran parte della vita a “vendere morte” non sembra esagerato definire questa operazione giornalistica triste e disgustosa.

Lettera firmata