22 giugno 2014

Danilo Pons ama e conosce molti paesi del Sud-est asiatico. Il suo ultimo viaggio l’ha portato nel “paese dei sorrisi”, la Cambogia, e nella terra “degli uomini liberi”, la Thailandia. Nei suoi occhi ancora il colore verde della vegetazione che in quei luoghi estremamente umidi cresce rigogliosa.

In Cambogia non si muore di fame, le campagne e le foreste sono generose, la vita è un po’ più difficile nelle città. «Ma non ci sono molte persone che chiedono la carità – puntualizza il nostro viaggiatore -. Chi chiede la carità, solitamente o è un orfano o è un mutilato, vittima dalle mine antiuomo. La Cambogia, infatti, è il secondo paese al mondo, dopo la Bosnia, per numero di mine non esplose e il 90%di questi ordigni sono di produzione italiana».

Danilo spiega che inseguito alle guerre che dalla fine del 1800 hanno martirizzato la Cambogia il numero degli orfani è molto alto. Data la loro struttura sociale, in cui il nucleo è la famiglia, gli orfani, oltre a provvedere a se stessi non avranno molte possibilità di sposarsi. I matrimoni sono ancora combinati, è il capo clan, l’uomo più vecchio, che stabilisce le sorti della famiglia anche se la famiglia è di tipo matriarcale: la nonna, che segue i nipoti durante la crescita, si occupa di tutto, svolge anche i lavori pesanti. La nuora lavora fuori casa. Se qualcuno ha un’esigenza in famiglia, un lutto, un matrimonio o anche una spesa improvvisa, l’intero clan provvede alla spesa. «I bambini sono molto ubbidienti perché, fin da piccoli, è stato insegnata loro l’importanza della famiglia- spiega Danilo- anche se le avventure extraconiugali non sono viste così negativamente come in Occidente».

I villaggi sono composti da 7-8 capanne per un totale di 30-35 persone. L’armonia e la serenità tra queste abitazioni è quella tipica dei paesi poveri. «Sono convinto che più le persone sono abituate all’essenziale e più sono tranquille vanno d’accordo tra loro. Anche se spesso su otto capanne una è cattolica e le altre animiste, gli aiuti non vengono negati a nessuno». Solo l’1% dei cambogiani è cattolico. Attualmente le chiese cattoliche sono case civili adibite al culto e segnalate da una grossa freccia. Nelle campagne più remote, spesso la chiesa dista anche 100 chilometri. Una percentuale è mussulmana, specialmente chi arriva dalla Melanesia, molti i buddisti del Vajrayna.

Gli animisti credono negli spiriti, mangiano ogni animale che si muove ma nutrono un grande rispetto per gli animali. Allevano pecore, capre e maiali che lavano tutti i giorni. Lasciano scorrazzare liberamente nel cortile polli e mucche di piccola taglia.

«I cambogiani – prosegue Danilo- sono molto fieri della loro storia. 2000 anni fa la Cambogia era un regno potente che faceva paura all’India. Il suo splendore è rappresentato dal tempio di Angkor Wat che loro hanno ancora rappresentato sulla bandiera. Per visitare quel tempio sono necessari almeno tre giorni». Questo passato tiene unita ancora oggi la Cambogia, nonostante la rivoluzione di Pol Pot che ha cerato di cancellare le tradizioni, l’arte, la cultura e la storia.

«Pol Pot ha fatto eliminare tutte le persone che avevano studiato, musicisti e poeti. In tutto 2 milioni di persone, praticamente un terzo della popolazione. Arrivavano nei villaggi e prendevano le persone. Chi saliva su un albero era un contadino quindi salvo perché poteva lavorare, chi non ci riusciva era un “intellettuale” e lo uccidevano. Tutti quelli che avevano gli occhiali venivano uccisi. Sono stato alcuni anni fa a vedere le Kirenfield dove uccidevano le persone; un prato enorme dove ci sono ancora delle ossa che spuntano dal terreno. I detenuti erano vestiti in blu e ci sono ancora pezzi di stoffa blu. Una piccola Auschwitz…». Gli occhi di Danilo si adombrano di comprensibile tristezza.

La situazione politica attuale è confusa, come in molti stati asiatici: ufficialmente è un regno, ma il re non fa politica. In realtà è una Repubblica Popolare, una dittatura militare, come il Vietnam e la Cina. I Khmer  Rossi di Pol Pot ricoprono alte cariche nel Governo, nonostante fossero stati scacciati dal potere nel 1979, prima delle elezioni del 1980.

«Molti raccontano ancora le persecuzioni di Pol Pot – riprende Danilo-. Una ragazza mi ha raccontato che i suoi genitori lavoravano la terra di notte per nascondersi; e vivevano sotto terra di giorno per sfuggire alle persecuzioni. Un uomo mi ha mostrato con orgoglio le sue ferite e le cicatrici di proiettili dai quali era sfuggito. In pochi si sbilanciano in giudizi sul governo attuale: i campi di rieducazione sono vicino alla capitale!»

In Cambogia sono presenti ONG da quasi tutti gli stati del mondo, anche dall’Italia. Queste stanno aiutando i bambini, nelle città e nei villaggi, a frequentare la scuola. «Le ONG hanno aiutato molto i cambogiani nella lotta alla pedofilia. Ovunque c’è scritto: “lasciate i nostri bambini”. I pedofili vengono perseguiti con determinazione escono dai confini del Paese. Accordi Internazionali stabiliscono che i pedofili vengano arrestati anche nei loro paesi di origine, appena atterrati al ritorno dalla Cambogia».

La Thailandia è un altro mondo. Danilo, che ha visitato solo una delle isole, è comunque ben informato: «la captale è un concentrato di bordelli. Sono legali e incoraggiati! Il re è il monarca più ricco del mondo perché per aprire una casa chiusa occorre pagare una tassa direttamente a lui. Le ragazze preferiscono prostituirsi per i vantaggi economici, la loro morale è diversa dalla nostra!»

Chiediamo a Danilo: la pura Cambogia e la Thailandia peccatrice?

Sorridendo, smentisce queste immagini: «la Thailandia è più sicura anche in città, in Cambogia c’è una forte concentrazione di fabbriche di droghe sintetiche! Tutto è concesso: sia l’alcool, che costa poco, che droghe di ogni tipo. Ne esiste una che si chiama zombi: dopo l’assunzione porta a tentazioni da cannibali! Molti Australiani o Inglesi vanno in Cambogia per l’alcool e la droga, con risultati devastanti. Anche io ho vissuto in prima persona qualche “incidente”. Un giorno alcuni cambogiani hanno cercato di coinvolgermi in un gioco d’azzardo per derubarmi. Me la sono cavata per un pelo!»

 Cristina Menghini