Pragelato. Incontro con Gemma Martin, sarta “d’altri tempi” 

L’abito non fa il monaco. Ma fa la tradizione di un popolo. Per questo a Pragelato è nato il Museo del Costume. Siamo andati a vistarlo accompagnati da Elena Ghezzi, della Fondazione Guiot Bourg, che ci ha fatto incontrare la signora Gemma Martin, una delle ultime donne in grado di confezionare l’abito tipico pragelatese, icona dell’Alta val Chisone. Gemma, 61 anni, da qualche tempo ha riscoperto l’arte della sartoria antica. Abita e lavora come portinaia a Sestriere ma i suoi parenti sono del Duc, una frazione appena sopra il capoluogo pragelatese. «Oggi l’abito tipico non si porta più – spiega Gemma -. Lo si è smesso negli anni della seconda guerra mondiale» . Ora lo si può ammirare indosso alle donne del luogo durante le rievocazioni storiche della pro-loco e delle varie associazioni che hanno a cuore la dimensione culturale del loro paese. «Gli abiti tipici differivano da paese a paese – continuano Gemma ed Elena – Le tipiche cuffie bianche o colorate hanno foggia diversa da comune a comune. Quelle di Pragelato, ad esempio, differiscono da quelle della vicina Fenestrelle. L’abito di tutti i giorni era composto di una veste di lana e cotone molto semplici e di colori non troppo vivaci. Spesso le camicie erano di canapa o lino come la biancheria».
Il lino e la canapa sono piante che venivano coltivate direttamente in zona. Di provenienza francese invece i tessuti per comporre il vivacissimo vestito festivo: la seta in particolare. L’abito che si indossava la domenica e nelle grandi occasioni era composto di una sottoveste semplice. Sopra la quale si posava un abito scuro più o meno elaborato secondo le disponibilità economiche delle famiglie. «Il velluto e le numerose pieghe nel vestito, rigorosamente fatte a mano – prosegue Gemma – indicavano un gruppo famigliare benestante. Le sarte poi erano tenute in grande considerazione dalle comunità perché giravano di famiglia in famiglia a comporre non solo gli abiti ma tutto il corredo». Le maniche dell’abito erano chiuse da cinque bottoni o dei gancetti. Una parte importante erano i colletti trapuntati. Fatti con uno strumento alquanto originale per un profano: il tombolo. Una specie di rullo sul quale venivano abilmente intrecciati i delicati fili bianchi attorno a una serie di aghi secondo il disegno desiderato. Un lavoro di pazienza e di precisione. Ancora oggi il tombolo si utilizza nell’artigianato locale e un gruppo di donne pragelatesi sta lavorando per tramandarlo. L’oggetto più caratteristico dell’abito montano rimane lo scialle. Non venivano confezionati ma tramandati di madre in figlia. Pregiati e di seta si acquistavano in Francia. «Su fondo nero le decorazioni sono vivaci – spiegano Gemma ed Elena – e seguivano i colori della liturgia della messa cattolica. Se si era in quaresima o in avvento si portava lo scialle color viola, mentre il verde era per le altre feste». Intorno al collo, poi, una bella croce faceva bella mostra di sé. Poteva essere dorata o d’argento. Naturalmente questi vestiti indicavano la componente cattolica. Il vestito valdese era diverso, per un certo verso più semplice anche nei colori e con la croce ugonotta al petto. Anche gli uomini erano vestiti a festa con una sorta di sciarpa portata come una cravatta. Le scarpe erano confezionate in casa. Altro elemento caratterizzante dell’abito pragelatese è la cuffia che meriterà una trattazione a parte. Per ora ricordiamo solo che anche le bambine e i bambini piccoli la portavano con colori molto vivaci. Gemma racconta ancora che confezionare oggi un abito completo è costoso – fino a 3000 euro! – ma di grande soddisfazione. Uno scialle antico, da solo, può valere da solo 7/800 euro. «È un lavoro molto lungo – puntualizza –. Avevo tentato di riprodurre le pieghe con una speciale macchina da cucire ma ho dovuto rinunciare. L’effetto finale non è come nei costumi originali. Ora li faccio a mano». Abbiamo chiesto a Gemma chi si interessa oggi agli abiti antichi e chi è disposto a imparare l’arte di cucirli: «Io confeziono gli abiti soprattutto nel tempo libero per la mia famiglia ma alcuni che hanno radici pragelatesi e non hanno ricevuto in eredità questi costumi me ne hanno chiesti. Ho imparato praticamente da sola e l’obiettivo è di tramandare una tradizione davvero straordinaria. Oggi però le giovani sono più interessate agli sport e sono attratte dalla città. Speriamo che comprendano la ricchezza e non dimentichino le radici».
Grazie all’iniziativa di alcuni abitanti, dal 1996 si è cominciata una raccolta di vestiti ma anche di oggetti di vita quotidiana dell’antica Pragelato che ha dato vita all’attuale museo del Costume. Dal 2002 sono custoditi in un’efficace installazione in una casa d’epoca ad opera dell’ingegnere Gabriele Bermond. L’aspettativa è che il turista di passaggio, oltre a quelli residenziali, possa scoprire le bellezze di un mondo che appartiene alla memoria della montagna e della nostra storia. Il museo si trova in Borgata Rivet via San Giovanni. Per prenotazioni e informazioni tel 0122.78800 cell. 348.4434357 mail: biblioteca.pragelato@gmail.com
www.pragelatoturismo.it

Ives Coassolo