30 aprile 2015

Storia. Nella costruzione di numerosi padiglioni furono protagonisti i “picapere” della Val Pellice

La tanto discussa Expo milanese che si inaugurerà il 1° maggio, ad inizio aprile si ritrovava ancora piuttosto in affannata rincorsa per la propria definizione completa, riconoscibile soltanto per uno sterminato ammasso di scheletriche impalcature metalliche di cantiere. Questo suo aspetto desolante ed incompiuto di quello che doveva essere l’orgoglioso emblema dell’Italia in ripresa, rischia di mostrarsi come l’esempio della inefficienza esecutiva e della inconsistenza formale spesso attribuita dagli stranieri al nostro sistema operativo. 

Soltanto un secolo fa invece, nel Piemonte promettente del primo sviluppo modernistico, il lavoro operaio e artigiano, progettuale e propositivo, si auto-esaltava con entusiasmo e solerte efficienza in altre manifestazioni espositive importanti ed internazionali, tenute proprio a Torino, che cercavano con convinzione e alacrità esibitiva di introdurre, nel contesto avanzante della seconda industrializzazione, la qualità attuativa della inventiva italiana nei suoi prodotti della tecnica e della scienza, delle arti e dell’artigianato.
Le Esposizioni Mondiali del 1902 e del 1911 sono state indubbiamente eclatanti e spettacolari, per presenze italiane ed estere; ma anche per la partecipazione del lavoro piemontese, particolarmente del Pinerolese e delle sue vallate.

Le Esposizioni di Torino
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo comunque, la capitale del Piemonte – nella sua recente storia di modernità industriale e successiva – ha ospitato diverse manifestazioni espositive di grande interesse e successo. La “Esposizione Generale Italiana di Antico e Moderno” del 1884 ha visto costruire il Borgo Medievale, ancora oggi grande attrazione turistica di Torino, eseguito dall’architetto storicista Alfredo D’Andrade in un eterogeneo assemblaggio sapientemente articolato di brani di castelli famosi del Medio Evo del Piemonte e della Valle d’Aosta; e realizzare la Ferrovia a Cremagliera per Superga, tuttora funzionante. La “Esposizione Generale Italiana” del 1898 si distinse per due speciali settori: l’Arte Sacra e l’Elettricità: argomento, quest’ultimo, aggiornato dal 1884 con un padiglione riferito al sistema di illuminazione urbana ed all’uso generale della forza motrice industriale, a seguito delle importanti applicazioni della corrente alternata al motore elettrico rotante ed all’analogo apparato asincrono, inventati da Galileo Ferraris tra il 1885 ed il 1888.
Quindi, la “Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna” del 1902 che ha sancito il trionfo del Liberty italiano e la “Esposizione Internazionale dell’Industria e del Lavoro” del 1911.
Nel 1928 si tenne la “Esposizione Internazionale” dedicata al Decennale della Vittoria nella Grande Guerra, che voleva esaltare le realizzazioni del regime fascista ma ha visto anche l’accettazione – se non l’affermazione ufficiale – del Razionalismo Italiano appena nato un anno prima a Como, e che nell’àmbito torinese aveva i suoi maggiori esponenti in Giuseppe Pagano Pogatschnig e Gino Levi Montalcini, autori di elogiati padiglioni. Infine la “Esposizione Internazionale del Lavoro” del 1961 (più nota come Italia ‘61 perché celebrava il Centenario dello Stato Italiano unitario) divenuta famosa per i suoi edifici espositivi e infrastrutturali di novità inizialmente post-modernistica (il Palazzo del Lavoro dell’ingegnere romano Pier Luigi Nervi ma di progetto – pochi conoscono questo scarsamente riferito particolare – dell’architetto milanese Gio Ponti; la Vela del torinese Annibale Rigotti; il Padiglione della Mostra delle Regioni, dell’altrettanto piemontese Nello Renacco; e la prima Monorotaia sospesa italiana).
Le Espo della lavorazione lapidea lusernese
In particolare, nelle due Esposizioni del 1902 e del 1911, sono stati in molti gli artigiani della “pietra di Luserna” da cui è provenuto un importante e compatto contributo esecutivo nella costruzione degli edifici e dei relativi impianti viari: muratori e scalpellini, trasportatori di materiali grezzi e lavorati, e altri vari decoratori, hanno dovuto spostarsi dalle loro consuete sedi operative, vallive e della pianura pede-montana, per svolgere il loro lavoro operaio e artigianale nel capoluogo del Piemonte; talvolta, e di frequente, con faticosi itinerari stanziali a seconda delle committenze periodiche o speciali, e soprattutto nelle attività stagionali di minore attività nelle cave, durante le fasi invernali.
E non solo da Luserna, ma anche dalle altre importanti località montane di estrazione delle pietre delle valli pinerolesi e del primo territorio cuneese (Bagnolo e Barge), diversi scalpellini (i cosiddettti “picapere”) ed artigiani di questo difficoltoso materiale edile (che ancora all’inizio del novecento veniva lavorato a mano nella definizione di blocchi e lastre su misura) si sono trasferiti con continuo e periodico flusso.
Alcuni di essi poi, hanno alla fine pensato di restare stabilmente a Torino, per aprire una loro attività di produzione e commercio continuativa, per ogni necessità ed uso, trasformando il loro temporaneo collocamento cittadino in un definitivo impegno di impresa, allo scopo di eseguire sul posto le richieste specifiche del lavoro costruttivo in laboratori definitivi e negozi fissi; di cui i cantieri provvisori delle esposizioni torinesi hanno costituito il prodigioso, e provvidenziale, elemento di attivazione iniziale.
In quelle circostanze delle Espo, occorreva un lavoro complessivo e minuto per l’esecuzione dei padiglioni più importanti e per le altre normali attrezzature (soprattutto per quelli che – non come dopo, e soprattutto adesso – venivano costruiti con materiali duraturi perché dovevano restare edifici permanenti, non distruggibili dopo l’evento), da elaborare con perizia e qualità.
Tra questi scalpellini emigrati è stato Giacinto Minasso, originario della zona di Cavallermaggiore nella provincia cuneese più interna e prossima a Torino, la cui storia in sostanza ignorata, ed in un certo senso modesta nei confronti delle più grandi opere cittadine (e tuttavia non meno importante per il minuto contesto cittadino), nel diffuso lavoro dei lapicidi è stato un autentico protagonista (come altri diversi operai della pietra rimasti sconosciuti) di quella antica attività manuale, individuale e di squadra, ormai quasi scomparsa (e comunque superata dalla produzione meccanica) che ha portato non solo alle storiche pavimentazioni di intere città e paesi del Piemonte – con grandi (e spesse, e resistenti, e pesanti da lavorare) lastre piatte di ogni misura (le famose “beole” montane) e con i più piccoli cubetti sfaccettati grezzamente (non a caso chiamati “tozzetti”) – ma ha prodotto anche gli accurati rivestimenti lapidei di palazzi e case, per protezione ed ornamento.
La Ditta Minasso e Figli (il cui iniziale titolare ha lavorato da solo come scalpellino comunale torinese prima di creare la propria impresa verso il 1895, insediandola nella propria abitazione di Corso Verona al 40 dove tuttora si trova, gestita sempre dai suoi discendenti di famiglia), nel suo vecchio catalogo di presentazione dichiara di essersi rivolta «alla realizzazione di diversi progetti a piccola e grande scala: rivestimenti di facciate, realizzazioni di davanzali e modiglioni, costruzione di marciapiedi e balaustre, opus incertum, guide carraie, opere di arte funeraria» fondamentalmente di provenienza e qualità lusernesi («Il principale materiale utilizzato dall’impresa è la pietra di Luserna, estratta principalmente nelle cave di Bagnolo e Barge»), accedendo poi ad una produzione maggiormente diversificata ed eterogenea («Con il passare degli anni la ditta inizia ad utilizzare altri materiali, quali ad esempio il granito» e il marmo).
Il primo laboratorio è stato allestito – come avveniva di solito, e mostrano le fotografie d’epoca – nel cortile della casa di abitazione della famiglia, zeppo di blocchi e lastroni da ridurre nelle misure e forme volute, e con vari scalpellini al lavoro attentamente osservati dal vigile proprietario, tipicamente ben piantato sulle sue gambe divaricate e le braccia sui fianchi; mentre il deposito-magazzino dei cosiddetti prismi (i grossi pezzi grezzi da sbozzare, tagliare, e sagomare) si trovava nell’area (allora senza altre costruzioni, in una distesa di prati e campi) di fronte al Cimitero Generale Cittadino (adesso Monumentale).
Non solo, dunque, la capacità lavorativa dei Minasso (la loro opera a quell’epoca più sostanziosa consistette nella fornitura per la costruzione lapidea, e corrispondente fasciatura, del Ponte Umberto I, realizzato nel 1903-07) concesse a questi lapicidi la facoltà di affermarsi nella loro città di accoglienza (e adozione), ma diede loro l’opportunità di collaborare alla realizzazione dei padiglioni della Esposizione del 1902, progettata dall’architetto Raimondo d’Aronco, e assoluto interprete – non soltanto regionale – del recente stile modernista dell’Arte Floreale.
La “Gazzetta Piemontese” del 5 agosto 1901 ha enfaticamente annunciato questo importante avvenimento espositivo («Torino, adunque, sarà la prima sede di codesta solenne gara internazionale, in cui le nazioni più civili del mondo verranno a cimentarsi in un campo interamente nuovo […] che ora accenna a diventare realtà luminosa. Ed infatti, sui progetti di R. D’Aronco, il celebre artista italiano che è a capo degli architetti del sultano a Costantinopoli, i lavori di costruzione dei palazzi dell’Esposizione sono già incominciati»), attuato con la impressionante realizzazione formale del lavoro anonimo di migliaia di operai, muratori, artigiani, decoratori, tra cui gli indimenticabili Scalpellini della Luserna.
E così è stato anche per l’Esposizione del 1911 (dedicata al Cinquantenario della Proclamazione del Regno d’Italia), per la cui solenne commemorazione ancora di più sono stati usati i prestigiosi materiali lapidei regionali per abbellire i fastosi e imponenti padiglioni improntati – come riporta il Catalogo ufficiale dell’evento – ad un «insieme di bellezza e di armonia» da rammentare “con plauso” particolare, perché “intonato allo stile […] generale a tutti gli edifizi della mostra”, composto da varie versioni del Neo-Eclettismo dominante.
L’occasione unica delle Expo torinesi dettero tuttavia non solamente ai “picapere” lusernesi di ogni provenienza, di potersi affermare e farsi conoscere; ma concessero la importante occasione per alcuni di istituire in maniera definitiva i loro primi esercizi operativo-produttivi: dal cui contributo collettivo provenne poi quella particolare opera complessiva di risistemazione urbana della capitale piemontese, il cui migliore esempio di rinnovamento civico si ritrova nel vecchio popolare quartiere periferico di Borgo San Paolo, risistemato ed abbellito, che i cittadini hanno sùbito battezzato la “Torino Nuova”.

Corrado Gavinelli

Picapere

Il cortile-laboratorio della Ditta Minasso e Figli a Torino, in Corso Verona 40, in una foto del 1902